Argomenti: costume – psicologia – guinzagli
Ho scoperto che il guinzaglio non è una invenzione umana
Mi chiamo Fido Bau, ma potrei chiamarmi in cento altri modi: Bobby, Argo, Birba. Il nome non conta. Conta il mestiere e il mio è uno solo: cercare un padrone.
Il mio, aspetto che mi dica “bravo!”. Vivo per una carezza. Per un biscottino farei salti di gioia e scenette comiche per divertire il mio Papi: mi siederei, darei la zampa, mi rotolerei per terra con un’aria da imbecille felice, lo guarderei con i miei occhioni dal basso in su, la testina piegata. Credevo fosse una caratteristica della mia specie, una cosa scritta nel DNA insieme all’amore per gli odori sgradevoli, per rincorrere le automobili o abbaiare. Invece no.
Ho conosciuto gli uomini e le donne. E ho scoperto che il guinzaglio non è un’invenzione canina. È un’invenzione umana, applicata prima di tutto a sé stessi.
Il branco che aspetta un capobranco
Guardo gli uomini al lavoro, nelle piazze, nei bar, davanti agli schermi che tengono sempre accesi come piccoli falò domestici. E vedo, ovunque, la stessa scena che io stesso reciterei con un padrone: qualcuno che aspetta il proprio turno per ricevere un “bravo, sei uno dei nostri”, “sei proprio carina”, “hai ragione”, “sei speciale, la migliore”, “che begli occhi e che scarpine”, “siediti vicino a me”, “condividiamo”, “ti confesso che”, “non abbandonarmi”, “facciamo un selfie”, eccetera eccetera.
Cambia solo il collare
Per alcuni il padrone è una persona in carne e ossa. Per altri è un dirigente, un attore, un cantante, un leader politico, un influencer, un guru che vende serenità in dodici rate, un partito, un’azienda, un algoritmo che decide cosa meritiamo di vedere, una comunità online, un capo ufficio, una fede, una tifoseria, perfino il proprio gruppo di amici, quello che non si può contraddire senza sentirsi un po’ esiliati.
Io pensavo che il guinzaglio fosse fatto di cuoio. Scopro che, per un umano, può essere fatto di approvazione. Ed è un guinzaglio più forte del mio, perché non si vede, e chi lo indossa spesso giura di essere libero.
Perché un cagnolino umano cerca un padrone?
Qui la faccenda si fa seria e io — che sono solo un cane, per quanto colto — provo a spiegarla con parole che ho origliato dietro le porte degli studi degli psicologi, mentre attendevo il nostro turno.
C’è anzitutto il bisogno di appartenenza: lo psicologo Abraham Maslow lo descriveva come uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano, subito dopo il cibo e la sicurezza — in pratica, per un uomo o donna o altro sentirsi isolato, escluso da un gruppo fa male quasi quanto restare senza cena, e io questo lo capisco benissimo, essendo un cane.
C’è poi l’attaccamento, teorizzato dallo psicologo John Bowlby: fin da cuccioli — umani o canini che siano — cerchiamo una figura di riferimento a cui aggrapparci, qualcuno che ci faccia sentire al sicuro nel mondo. Non c’è nulla di patologico in questo. Il problema comincia quando la sicurezza si paga rinunciando a pensare con la propria testa, cioè quando il guinzaglio smette di essere una compagnia e diventa una gabbia.
C’è l’obbedienza, resa celebre dagli esperimenti dello psicologo Stanley Milgram: negli anni Sessanta dimostrò che moltissime persone comuni erano disposte a infliggere sofferenza a uno sconosciuto, solo perché un’autorità in camice bianco diceva loro di continuare. Il camice bianco, oggi, ha mille travestimenti diversi.
C’è la cosiddetta personalità autoritaria, un concetto studiato dal filosofo e sociologo Theodor W. Adorno: alcune persone, per storia personale o educazione, si trovano più a loro agio dentro gerarchie rigide, con un capo forte sopra di loro e qualcuno più debole sotto — un po’ come in un canile ben organizzato, dove ognuno conosce il proprio posto nella fila delle ciotole.
E infine, lo dico sottovoce, il bisogno di chiusura cognitiva, cioè la scarsa tolleranza per l’incertezza: molte ricerche mostrano che, quando il mondo appare troppo complicato e pieno di sfumature, un numero sorprendente di persone preferisce che qualcuno dica loro “pensa così” piuttosto che restare a rimuginare nel dubbio. È comprensibile: dubitare stanca, come scegliere da che parte stare. Obbedire riposa.
Dove sta il piacere, per voi?
Io ricevo un biscottino, una carezza, e mi basta. Ma voi, umani, cosa ricevete in cambio del vostro scodinzolio?
Sentirvi protetti, al sicuro, forse. Evitare il peso della responsabilità, quando la scelta la fa qualcun altro al posto vostro. Appartenere a un gruppo che vi riconosce come uno dei suoi. Ricevere approvazione, che è come una carezza ma senza bisogno di una mano vera. Sentirvi importanti, perché il capo, il padrone — chiunque esso sia — vi ha notati. Evitare la fatica dell’incertezza. Ricevere un’identità già confezionata, con tanto di etichetta, invece di doversela costruire pazientemente da soli.
In fondo, il vostro biscottino è quasi sempre psicologico. Il mio, almeno, si vede e si mangia.
Un chiarimento, prima che qualcuno si offenda
Non tutto ciò che assomiglia all’affetto è sottomissione. Fidarsi di qualcuno, riconoscere che sa fare una cosa meglio di noi, scegliere liberamente di seguire una persona in cui crediamo: tutto questo non significa rinunciare alla propria testa. Anche io, in fondo, voglio bene al mio padrone senza per questo aver smesso di pensare — quando può, un cane pensa, eccome.
Dietro queste righe c’è stupore, curiosità, voglia di capire, non è in discussione la personalità, la lealtà, né la collaborazione, né la fiducia. È il conformismo acritico il rischio, direbbe qualcuno che se ne intende: quella forma di ubbidienza che non si accorge più di essere tale, che scambia il guinzaglio per un abbraccio e non se lo toglie nemmeno quando nessuno lo tiene più in mano.
Il finale, ancora mi sto chiedendo
Io continuo a ubbidire al padrone. È il mio mestiere, e non me ne vergogno: sono un cane, ho tutte le scusanti del mondo.
Ma voi, che fate?
Ho incontrato molti uomini e donne, in questi anni passati a osservarvi dal basso di un guinzaglio. Quanti erano davvero senza padrone? Molti aveva soltanto imparato a chiamarlo con un altro nome.
E allora la domanda, alla fine, non è più mia. È nostra: quante volte scodinzoliamo, oggi o ieri, senza nemmeno accorgercene?
Giustizia e libertà sempre e per tutti
