Esercizi spirituali laici del 6 agosto 2026

La fonte: Giuliana di Norwich, Le rivelazioni dell’amore divino (Revelations of Divine Love)

Autore: Giuliana di Norwich (1342 – circa 1416) fu una mistica e anacoreta inglese, vissuta reclusa in una cella annessa alla chiesa di Sant’Giuliano a Norwich. Il suo libro, scritto in medio inglese, è considerato la prima opera in lingua inglese firmata da una donna. Nasce da una serie di visioni (“showings”) ricevute durante una grave malattia nel 1373, quando Giuliana aveva trent’anni e credeva di essere in punto di morte. Passò poi vent’anni a meditare su quelle visioni prima di metterle per iscritto nella versione “lunga” che conosciamo oggi.

Il testo da meditare

Giuliana racconta di aver chiesto a Dio, nelle sue visioni, come fosse possibile che il male e il peccato esistessero, se Dio è buono e onnipotente. La risposta che riceve non è una spiegazione filosofica, ma un’assicurazione che supera la logica:

“Egli non disse: Tu non sarai turbata, tu non sarai afflitta, tu non sarai angosciata; ma disse: Tu non sarai vinta.”

Giuliana insiste su questo punto: Dio non promette di risparmiarci la prova, ma di non lasciarci soccombere ad essa. È una distinzione sottile e importante — non l’illusione di una vita senza dolore, ma la certezza che il dolore non avrà l’ultima parola.

Da questa intuizione nasce la frase per cui è più ricordata, ripresa secoli dopo anche da T.S. Eliot nei Four Quartets:

“All shall be well, and all shall be well, and all manner of thing shall be well.” (“Tutto sarà bene, e tutto sarà bene, e ogni sorta di cosa sarà bene.”)

Non è una previsione ottimistica sugli eventi immediati. Non è la frase che sentiamo in quasi tutti i film americani. La cosa è molto più seria. Giuliana scrive esplicitamente di non aver ricevuto rassicurazioni sul fatto che le difficoltà del mondo — il peccato, la sofferenza, le ingiustizie — sarebbero sparite in tempi brevi o secondo un ordine comprensibile. Ciò che le viene mostrato è qualcosa di più profondo e più difficile da accettare: che esiste un disegno più ampio in cui anche ciò che appare irreparabile trova, alla fine, una sua composizione. È una fede che chiede di sospendere il bisogno di capire subito, di avere spiegazioni immediate per ogni sventura.

Un’altra immagine celebre delle sue visioni è quella di una piccola cosa, grande come una nocciolina, che le viene mostrata nel palmo della mano: è tutto ciò che esiste, l’intero universo creato, minuscolo e fragile. Giuliana si chiede come possa durare, essendo così piccolo, e la risposta che riceve è: dura e durerà per sempre, perché Dio lo ama. La fragilità stessa dell’esistenza, osservata da vicino, diventa il luogo dove si rivela ciò che la tiene in vita.

Perché questo testo: oggi la rubrica è dedicata alla spiritualità medievale, e Giuliana rappresenta un caso unico. Parliamo di una teologia della fiducia radicale, elaborata da una donna reclusa in un secolo — il Trecento — devastato dalla peste nera, dalle carestie, dalle guerre. Non è ottimismo ingenuo: è una fiducia che nasce proprio dall’aver guardato in faccia la sofferenza più estrema, la propria e quella del mondo, senza distogliere lo sguardo. In un’epoca come la nostra, satura di ragioni per la disperazione, la sua voce resta stranamente attuale per tutti.

Commento per la meditazione:

Ciò che colpisce, leggendo Giuliana oggi, è la sua capacità di tenere insieme due cose che il pensiero moderno tende a separare: la lucidità più totale sulla sofferenza e la fiducia più totale nel senso. Non sceglie tra le due, non sacrifica l’una per l’altra. Prova, per qualche minuto, a sedere con questa domanda: cosa cambierebbe, nella tua giornata, se potessi credere non che il dolore sparirà, ma che non ti vincerà? Non serve una risposta teologica. Basta lasciare che la domanda lavori, come un piccolo seme tenuto per un istante nel palmo della mano.

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