Un laico sincero non domanda: “Chi parla?”, ma “che cosa posso imparare?”
“Il mio dio, io ti voglio stare davanti”
L’autore e la fonte
Il testo è anonimo, composto in lingua sumerica su tavolette d’argilla, databile intorno al 1900 a.C. circa, dunque molto anteriore alla redazione del libro biblico di Giobbe, con cui condivide il tema e alcune movenze narrative. Fu portato alla luce dagli studi assiriologici del Novecento — in particolare da Samuel Noah Kramer, che ne diede la prima edizione critica — e resta oggi un testo noto quasi solo agli specialisti, benché ponga una delle domande più universali che l’uomo si sia mai posto.
Testo per la meditazione
Oggi troviamo un testo meno noto, che viene dalla Mesopotamia sumerica, quasi mille anni prima del libro di Giobbe, e che gli specialisti chiamano convenzionalmente “L’uomo e il suo dio” — il primo testo della storia umana che si interroga sul dolore innocente.
Un uomo giovane, colpito da malattia e sventura senza motivo apparente, si rivolge in lacrime al proprio dio personale. Non è un dio universale, ma una sorta di protettore privato, quasi un padre spirituale che ogni sumero riteneva di avere accanto a sé.
Va ricordato che nel sistema religioso sumerico ogni persona aveva un dio personale, distinto dagli dèi cosmici e universali (An, Enlil, Enki) — una sorta di garante privato, quasi un genitore o un patrono di famiglia, responsabile del destino individuale davanti agli dèi maggiori. Quando l’uomo del testo si lamenta, non si sta rivolgendo all’ordine cosmico astratto, ma a questa figura più intima, quasi domestica. È una fedeltà “a misura di persona”, non a un’entità remota — il che rende ancora più acuto lo scandalo: perché proprio questo dio, che dovrebbe essere il più vicino, sembra assente proprio quando serve.
L’uomo non si ribella: si lamenta, ma resta fedele. Dice, in sostanza, di aver sempre onorato il suo dio, di non aver mai smesso di lodarlo nemmeno nella sventura, eppure il dolore continua a colpirlo senza che lui ne comprenda la ragione. Gli amici lo circondano e non lo consolano — anzi, uno di loro gli dice che nessun uomo nasce senza colpa, che la madre stessa genera un figlio già segnato dal peccato. È un’eco lontanissima, e sorprendente, di ciò che diranno molto più tardi gli amici di Giobbe.
Alla fine, contro ogni logica di giustizia retributiva, il dio si volge di nuovo verso l’uomo. Non gli spiega il motivo della sofferenza, non gli deve nulla: semplicemente torna. Il pianto dell’uomo — dice il testo — si trasforma, e la sua sventura si scioglie come si scioglie qualcosa che si allontana. Non c’è una vera risposta al “perché”, ma c’è una relazione che regge nonostante l’assenza di risposta.
Una riga, tra le poche che possiamo dire vicine all’originale nella sostanza, suona pressappoco così: “Il mio dio, io ti voglio stare davanti” — un’affermazione di fedeltà pronunciata proprio nel momento in cui la fedeltà sembrerebbe meno giustificata.
Perché questo testo
L’ho scelto perché è la prova che l’interrogativo sul dolore ingiusto non nasce con la Bibbia, né con la filosofia greca: nasce molto prima, in una civiltà che consideriamo remota e che invece si poneva già la nostra stessa domanda, con la nostra stessa angoscia. È un testo sconosciuto ai più, ed è proprio per questo che vale la pena portarlo alla luce: ci ricorda che la ricerca di senso di fronte alla sofferenza è un filo che attraversa tutta la storia umana, non un’invenzione di una singola tradizione.
Commento finale e approfondimento
Quello che colpisce, in questo testo antichissimo, è l’assenza di una teodicea vera e propria (è il termine con cui la filosofia designa il tentativo di conciliare l’esistenza di un dio buono e onnipotente con la presenza del male e della sofferenza nel mondo). Nessuna spiegazione soddisfacente viene offerta, e tuttavia la relazione tra l’uomo e il suo dio non si spezza. Forse la meditazione di oggi non è tanto sul “perché soffriamo”, quanto sul fatto che si possa restare in piedi, fedeli a qualcosa o a qualcuno, anche quando la risposta al perché non arriva mai. È una lezione che vale a prescindere da cosa si creda: la tenuta di un legame non dipende sempre dalla comprensione della sventura che lo mette alla prova.
“Stare davanti” (in accadico e sumerico i testi religiosi usano spesso proprio questa immagine — igi-šè gub in sumerico, “porsi di fronte”) non è un’espressione neutra: nel linguaggio del culto mesopotamico indica la posizione dell’orante nel tempio, in piedi, esposto, senza schermi né intermediari. È l’opposto di “voltare le spalle” o “nascondersi”. Non significa quindi solo “credere ancora in te” — significa “continuo a presentarmi, a farmi vedere, a non sottrarmi al rapporto”, anche se il rapporto in quel momento sembra non restituire nulla.
Per questo è un’affermazione più esistenziale che dottrinale. Non è fedeltà a un insegnamento, a una regola morale, a un sistema di credenze — è fedeltà alla relazione stessa, al fatto di restare interlocutore. L’uomo del testo non dice “so che hai ragione” né “capisco perché soffro”: dice piuttosto “non smetto di rivolgermi a te”. È la fedeltà di chi sceglie di continuare a parlare, invece di ammutolire o maledire — che nel mondo antico erano le due alternative concrete di fronte al dolore ingiustificato.

Viam sequere, pacem cole, crastinum noli timere.
Segui la tua via, coltiva la pace, non temere il domani.
