la disciplina interiore è la condizione della vera generosità
L’autore e la fonte
Dag Hammarskjöld (Jönköping, 1905 – Ndola, 1961), diplomatico ed economista svedese, fu Segretario generale dell’ONU dal 1953 alla morte, e ricevette il Premio Nobel per la Pace alla memoria nello stesso anno. Il diario, pubblicato postumo nel 1963 con il titolo Markings (in italiano Tracce di cammino), alterna prosa e poesia e resta uno dei documenti spirituali più letti del Novecento, prefato da W. H. Auden.
Testo da meditare
Dag Hammarskjöld fu per due mandati Segretario generale delle Nazioni Unite, un uomo di potere e di mediazione internazionale, eppure dietro il diplomatico si nascondeva un uomo in cammino spirituale continuo, sospeso tra l’agire nel mondo e il raccoglimento interiore — quella tensione fra la via activa (la vita dedicata all’azione pratica) e la via contemplativa (la vita rivolta alla meditazione interiore). Solo dopo la sua morte, in un incidente aereo nel 1961, fu ritrovato nel suo appartamento il diario che tenne per tutta la vita adulta, senza mai pensare di pubblicarlo.
Sul senso stesso dell’esistenza, non pretende risposte facili: chiede, con la semplicità di chi non cerca conforto ma verità, che la vita abbia un senso — non lo dà per scontato, lo domanda, sapendo che la domanda è già una forma di fede laica.
Sulla coerenza interiore, la sua parola è tagliente: scrive che non si può giocare con la menzogna senza perdere il diritto alla verità, e allo stesso modo non si può giocare con la crudeltà senza perdere la mitezza del cuore. Non è un moralismo astratto: è l’osservazione di chi, negoziando ogni giorno tra potenze in conflitto, sa quanto sia facile scivolare nel compromesso che corrode.
Sul potere, che pure esercitava ai massimi livelli, annota nel 1951 — due anni prima di diventare Segretario generale — una frase che resta di un’attualità quasi scomoda: merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto. Non basta, per lui, l’investitura o la carica: il potere si guadagna ogni singolo giorno, o si perde.
Sul rapporto con Dio, in una pagina che riscrive quasi in forma di preghiera personale, scrive: sia santificato il tuo nome, non il mio; venga il tuo regno, non il mio — un rovesciamento radicale dell’ambizione umana, pronunciato da un uomo che stava letteralmente governando pezzi di storia mondiale.
E infine, sul senso del proprio ruolo, la frase più nota e forse più disarmante di tutto il diario: non essere di peso alla terra. Nessun excelsior, nessun anelito di gloria — solo questo, minimo e radicale insieme.
La scelta
Oggi ho scelto un testo che non appartenga a nessuna tradizione religiosa codificata, ma che nasca dall’esperienza concreta di un uomo immerso fino al collo negli affari del mondo — guerre, negoziati, crisi internazionali — e che proprio in quell’immersione ha scavato, di nascosto, un pozzo di silenzio interiore. È un esercizio spirituale “laico” nel senso più letterale: fatto da un uomo pubblico, per un uso privato, senza istituzione a garantirlo.
Quello che emerge da queste sue parole non è la voce dello statista, ma quella di un uomo che si misura ogni giorno con un metro severissimo e tutto interiore. Chiediamoci, oggi, se sappiamo applicare a noi stessi un metro altrettanto onesto — non per punirci, ma per restare, come lui, fedeli a un compito che nessuno ci obbliga a compiere e che pure scegliamo di portare avanti, giorno dopo giorno, senza bisogno di pubblico.
«For all that has been — Thanks!
To all that shall be — Yes!»
Possiamo renderla:
Per tutto ciò che è stato — grazie.
A tutto ciò che sarà — sì.
Due parole reggono l’intera frase:
grazie e sì.
Il grazie riguarda ciò che non possiamo più modificare.
Il sì riguarda ciò che ancora non conosciamo.
Fra i due sta il presente.
Hammarskjöld non sta dicendo che tutto ciò che accade sia buono. La sua vita politica gli aveva mostrato abbastanza violenza, ingiustizia e sofferenza da impedirgli una simile ingenuità.
Dice qualcosa di più difficile.
Il passato può essere accolto senza continuare a combatterlo.
Il futuro può essere affrontato senza pretendere di possederlo.
