Esercizi spirituali laici del 11 agosto 2026

Un laico sincero non domanda:” Chi parla?”, chiede “che cosa posso imparare?”

La voce

Tradizione buddhista — Sallatha Sutta, Saṃyutta Nikāya 36.6, probabilmente fissato nella tradizione pāli nei primi secoli del buddhismo.

Il contesto

Tra gli insegnamenti attribuiti al Gautama Buddha ve n’è uno costruito attorno a un’immagine semplicissima: due frecce. Il Sallatha Sutta — sallatha significa appunto «freccia», «dardo» — appartiene al Saṃyutta Nikāya, una delle grandi raccolte del Canone pāli. Il punto di partenza è estremamente concreto. Anche chi ha intrapreso un cammino di saggezza continua a incontrare dolore, malattia, perdita, vecchiaia, separazione. La saggezza non rende invulnerabili. La differenza si manifesta in ciò che accade dopo che il dolore ci ha raggiunti.

Testo da meditare

Il Buddha propone questo paragone: quando una persona non istruita viene colpita da una sensazione dolorosa, si addolora, si tormenta, piange, si batte il petto e cade nella disperazione. Così prova due dolori: uno nel corpo e uno nella mente. È come se un uomo fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da una seconda freccia. Sentirebbe il dolore di entrambe. Allo stesso modo, quando è toccato da una sensazione dolorosa, l’uomo non istruito prova avversione per quel dolore. Colpito dalla sensazione dolorosa, cerca allora piacere nei sensi. Perché? Perché non conosce altra via d’uscita dal dolore. Chi invece è istruito, quando viene toccato da una sensazione dolorosa, non si addolora, non si tormenta, non cade nella disperazione. Prova un dolore, non due. È come se un uomo fosse colpito da una freccia, ma non venisse colpito dalla seconda. Egli sente il dolore di una sola freccia.

(Sallatha Sutta, SN 36.6)

Una lampada

La prima freccia arriva. Su questo il Buddha non promette miracoli. Una persona amata muore. Il corpo si ammala. Un progetto fallisce. Qualcuno ci tradisce. Arriva una notizia che non avremmo voluto ricevere.

Questa è la prima freccia.

Poi, però, spesso prendiamo noi stessi l’arco. «Non doveva succedere.» «Perché proprio a me?» «Non ne uscirò mai.» «Avrei dovuto capirlo.» «È tutta colpa mia.» «È tutta colpa sua.» Il fatto doloroso comincia allora a generare pensieri che ritornano continuamente sul fatto stesso. Il dolore viene ricordato, anticipato, moltiplicato.

È la seconda freccia.

Il Buddha non ci invita a diventare insensibili. Sarebbe quasi l’opposto del suo insegnamento. La prima freccia fa male e possiamo piangere, avere paura, essere smarriti. La distinzione riguarda qualcosa di più sottile: dolore e sofferenza aggiunta non sono sempre la stessa cosa. Una parte di ciò che soffriamo appartiene inevitabilmente alla condizione umana. Un’altra parte nasce dalla nostra lotta contro il fatto che quella condizione umana deve valere anche per noi. C’è poi una conseguenza importante. Se qualcuno soffrisse, non dovremmo mai usare questa parabola per dirgli: «La tua sofferenza dipende da te». Sarebbe trasformare un insegnamento di liberazione in un’accusa. La domanda riguarda innanzitutto noi stessi: quando sono ferito, riesco a distinguere ciò che mi sta realmente accadendo da ciò che la paura, il rancore o l’immaginazione stanno aggiungendo? La seconda freccia può essere anche collettiva.

Accade un fatto.

Immediatamente arrivano interpretazioni, accuse, schieramenti, previsioni catastrofiche, immagini ripetute all’infinito. Il fatto rimane, ma attorno ad esso costruiamo un secondo universo emotivo che qualche volta diventa persino più grande dell’evento originario. La saggezza proposta dal Sallatha Sutta non consiste allora nel negare la realtà. Consiste nel guardarla con precisione. Questo è accaduto. Questo fa male. E poi fermarsi, per quanto possibile, prima di scoccare contro noi stessi un’altra freccia.

Quando oggi qualcosa ti ferirà — anche una piccola contrarietà — prova per un momento a separare due cose: che cosa è realmente accaduto? E che cosa sto aggiungendo io a ciò che è accaduto? Forse non riusciremo sempre a evitare la seconda freccia. Ma possiamo almeno imparare a riconoscerla.

Lascia un commento