Un laico sincero non domanda:” Chi parla?”, chiede “che cosa posso imparare?”
il “junzi”:la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa
L’autore
Oggi lascio la parola a Confucio (Kǒng Fūzǐ, 551-479 a.C. circa), il maestro cinese la cui voce, raccolta dai discepoli nei *Dialoghi* (*Lunyu*), attraversa venticinque secoli senza perdere presa.
Confucio nacque nello stato di Lu, nella Cina orientale, in un’epoca di guerre e di disgregazione politica. Non riuscì mai a realizzare il proprio progetto — un governo giusto, fondato sul rispetto reciproco tra chi comanda e chi obbedisce — e morì convinto, secondo la tradizione, di aver fallito. Furono i suoi discepoli, radunando i suoi detti sparsi in brevi dialoghi, a costruire il *Lunyu*: non un trattato sistematico, ma un mosaico di frammenti di conversazione, di silenzi, di risposte date a seconda della persona che aveva davanti. Quell’insegnamento, nato da un fallimento politico, diventò la spina dorsale morale della civiltà cinese per oltre duemila anni.
Testo da meditare
Uno dei suoi allievi più fedeli, Zengzi, riassumeva così la propria disciplina quotidiana: ogni giorno, tre volte, si esaminava. Si chiedeva se, lavorando per altri, lo avesse fatto con lealtà piena, senza riserve nascoste. Si chiedeva se, trattando con gli amici, fosse stato sincero fino in fondo, o se avesse lasciato correre qualche piccola omissione. Si chiedeva, infine, se avesse davvero messo in pratica ciò che il maestro gli aveva insegnato, o se lo avesse solo ripetuto a memoria, come un pappagallo bene educato.
Confucio stesso, interrogato sul proprio cammino, non rivendicava nessuna illuminazione improvvisa. Diceva di essersi messo alla ricerca a quindici anni; di aver trovato un punto fermo a trenta; di non avere più dubbi a quaranta; di conoscere il mandato del cielo — il senso profondo delle cose — a cinquanta; di aver imparato ad ascoltare senza offendersi a sessanta; e solo a settant’anni di poter seguire i propri desideri senza mai più oltrepassare la misura giusta. Una vita intera spesa a correggere sé stesso, un grado alla volta, senza scorciatoie.
Al centro di questo cammino sta il *rén* (仁), parola difficile da tradurre in una sola battuta: qualcosa tra la benevolenza, l’umanità piena, la capacità di riconoscere nell’altro un proprio simile. Confucio non ne dava mai una definizione chiusa: preferiva mostrarla in azione. Un giorno un discepolo gli chiese cosa fosse il *rén*, e lui rispose semplicemente: amare gli uomini. Un altro gli chiese come comportarsi, e lui rispose: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te — la stessa regola d’oro che, secoli dopo e in tutt’altra parte del mondo, ritroveremo quasi identica nei Vangeli.
Il *junzi*, l’”uomo nobile” o “persona di valore” nella lingua di Confucio, non è chi nasce con un titolo, ma chi si costruisce giorno per giorno attraverso lo studio, la rettitudine e la cura dei rapporti con gli altri. È l’opposto dell’uomo piccolo, che cerca il proprio tornaconto immediato: il *junzi* cerca invece la coerenza tra ciò che dice e ciò che fa.
Perché questo testo
Dopo aver dedicato un articolo all’esame di coscienza di Ierocle Alessandrino — un pitagorico greco che chiedeva di ripercorrere la giornata prima di dormire — ho pensato fosse naturale accostargli, da un’altra estremità del mondo antico, la pratica gemella di Zengzi: lo stesso gesto di guardarsi indietro, la stessa fiducia che la coscienza si affini attraverso la ripetizione quotidiana, non attraverso lo slancio isolato ed eroico.
Non serve rispondere subito, né trovare parole definitive. Bastano le tre domande di Zengzi, portate con sé per un momento: sono stato leale in ciò che ho fatto per altri? Sono stato sincero, senza piccole omissioni di comodo? Ho davvero messo in pratica quello in cui credo, o mi sono limitato a saperlo?

«Imparare senza pensare è fatica sprecata; pensare senza imparare è pericoloso.»
— Confucio, Dialoghi (Lúnyǔ), II, 15
