restare a casa con piacere
Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”
Autore e fonte: Blaise Pascal – Pensieri
Blaise Pascal appartiene a quella rarissima categoria di uomini nei quali scienza, filosofia e inquietudine religiosa sembrano impossibili da separare. Nato nel 1623, fu matematico e fisico di primissimo piano: lavorò sulla geometria, sulla probabilità, sul vuoto e sulla pressione atmosferica e progettò una delle prime macchine calcolatrici. Ma Pascal osservava con altrettanta attenzione un territorio molto meno misurabile: l’essere umano. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1662 a soli trentanove anni, furono raccolti gli appunti destinati a un’opera che non riuscì mai a terminare. Diventarono i Pensieri.
Tra quei frammenti ritorna una parola: divertissement. Non significa semplicemente «divertimento». Indica tutto ciò attraverso cui l’uomo si distoglie da sé stesso: occupazioni, affari, ambizioni, giochi, conversazioni, perfino conflitti. Pascal si domanda perché abbiamo tanto bisogno di essere occupati. E arriva a una conclusione inquietante.
Il testo da meditare
Dai Pensieri
Quando talvolta mi sono messo a considerare le diverse agitazioni degli uomini, e i pericoli e le pene cui si espongono, a corte, in guerra, da cui nascono tante contese, passioni, imprese audaci e spesso cattive, ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper restare tranquilli in una camera.
Un uomo che possieda abbastanza per vivere, se sapesse restare a casa con piacere, non ne uscirebbe per andare sul mare o all’assedio di una piazzaforte.
[…]
Ma quando ho riflettuto più attentamente e, dopo aver trovato la causa di tutti i nostri mali, ho voluto scoprirne la ragione, ho trovato che ve n’è una assai reale: essa consiste nell’infelicità naturale della nostra condizione debole e mortale, e così miserabile che nulla può consolarci quando ci pensiamo seriamente.
[…]
Gli uomini hanno un segreto istinto che li porta a cercare il divertimento e l’occupazione all’esterno, e che deriva dal risentimento delle loro continue miserie.
E hanno un altro segreto istinto, residuo della grandezza della loro prima natura, che fa loro conoscere che la felicità è in realtà soltanto nel riposo e non nel tumulto.
E da questi due istinti contrari si forma in loro un progetto confuso, nascosto nel fondo dell’anima, che li porta a tendere al riposo attraverso l’agitazione.
Illuminazione
Pascal scrive nel Seicento e non conosce lo smartphone, le notifiche, i social network, le televisioni accese ventiquattr’ore su ventiquattro, i messaggi che arrivano mentre stiamo parlando con qualcuno o l’infinita successione di immagini che possiamo scorrere con un dito; eppure sembra conoscere perfettamente il gesto che accompagna tutte queste cose: prendere qualcosa in mano appena si crea un vuoto, accendere qualcosa, cercare qualcosa, controllare se qualcuno ci ha scritto, leggere una notizia e immediatamente un’altra, non necessariamente perché ciò che troviamo sia davvero importante, ma forse semplicemente perché, per qualche secondo, non vogliamo rimanere dove siamo.
Pascal non condanna il divertimento, e sarebbe troppo facile leggere in questo modo il suo pensiero. Non sostiene che dobbiamo abbandonare il lavoro, il gioco, gli amici, i viaggi o le occupazioni; pone una domanda molto più scomoda: perché abbiamo continuamente bisogno di essere occupati? C’è infatti una differenza enorme tra fare qualcosa perché la desideriamo e fare qualcosa perché non sopportiamo ciò che potrebbe accadere se smettessimo di farla, tra cercare il mondo perché ci interessa e cercarlo perché abbiamo paura di rimanere soli con noi stessi.
L’immagine più potente del frammento è forse anche la più semplice: un uomo solo in una stanza. Non accade nulla, nessuno lo applaude e nessuno lo critica; non deve convincere nessuno, non deve produrre nulla, non deve dimostrare chi è. Rimane soltanto lui, ed è proprio questo, secondo Pascal, che può diventare difficile, perché quando il rumore si abbassa cominciano ad affiorare quelle domande che durante il giorno riusciamo perfettamente a tenere lontane: sto vivendo come desideravo? Chi sono diventato? Che cosa temo? Chi mi manca? Quanto tempo mi rimane? Quali cose continuo a fare soltanto perché le ho sempre fatte?
Pascal, cristiano, conduce queste domande verso Dio, ma un esercizio spirituale laico può fermarsi un poco prima e riconoscere qualcosa che non richiede necessariamente una fede religiosa: esiste una dimensione dell’esistenza alla quale nessun rumore esterno può definitivamente rispondere. Possiamo rimandare l’incontro con essa, coprirla di attività, informazioni e occupazioni, ma difficilmente possiamo cancellarla; e forse il silenzio ci inquieta proprio perché, quando tutto il resto tace, alcune domande tornano a chiedere di essere ascoltate.
Il paradosso
Pascal individua poi qualcosa di ancora più sottile: desideriamo il riposo, ma cerchiamo continuamente di raggiungerlo attraverso l’agitazione. Lavoriamo moltissimo immaginando il giorno nel quale finalmente potremo fermarci; pensiamo che accumuleremo abbastanza, finiremo quel progetto, risolveremo quel problema, sistemeremo quella situazione e allora, finalmente, saremo tranquilli. Eppure, quando un momento tranquillo arriva davvero, spesso inventiamo immediatamente una nuova occupazione, quasi che il vero obiettivo non fosse raggiungere il riposo ma continuare a inseguirlo.
C’è una frase implicita che accompagna molte esistenze: «Sarò finalmente sereno quando…». Quando avrò terminato questo lavoro, quando avrò risolto quel problema, quando gli altri avranno capito, quando avrò più tempo, quando le circostanze saranno diverse. Pascal ci suggerisce di osservare attentamente ciò che mettiamo dopo quel quando, perché potrebbe cambiare continuamente e trasformare la serenità in una promessa che facciamo a noi stessi senza mai arrivare al momento di mantenerla.
Forse, allora, il divertissement non consiste semplicemente nel divertirsi o nell’essere occupati, ma nel vivere costantemente proiettati verso qualcosa che dovrebbe finalmente liberarci dall’inquietudine, senza accorgerci che proprio questa corsa può essere diventata una delle forme della nostra inquietudine.
Oggi possiamo provare un esperimento piccolissimo: concederci dieci minuti senza telefono, libro, musica o televisione e senza neppure cercare deliberatamente di meditare o di pensare a qualcosa di importante; semplicemente sederci da qualche parte e osservare ciò che accade. Potrebbe non accadere nulla, oppure potrebbero comparire la noia, una certa inquietudine, un pensiero inatteso o il desiderio quasi automatico di alzarsi, prendere il telefono e fare qualcosa.
Non occorre combattere quell’impulso e neppure giudicarlo; basta riconoscerlo, perché proprio lì potrebbe nascondersi qualcosa che Pascal aveva intuito quasi quattro secoli fa: talvolta non cerchiamo qualcosa da fare perché desideriamo veramente farla; cerchiamo qualcosa che ci impedisca di incontrare noi stessi.
Quando non ho più nulla da fare, da leggere, da guardare o da controllare, riesco ancora a rimanere in compagnia di me stesso, oppure sento immediatamente il bisogno di fuggire altrove?

«Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper restare tranquilli in una camera.»
— Blaise Pascal, Pensieri