Argomenti: i Sofisti – l’Encomio – il logos – le quattro cause – la responsabilità
“ho lógos dynástes mégas estín “— “la parola è un grande sovrano”
C’è un momento, nella Grecia del V secolo a.C., in cui qualcuno decide di fare una cosa che a molti sembra scandalosa: difendere la colpevole per eccellenza. Elena di Troia — la donna per cui, secondo il mito, mille navi salparono, una guerra durò dieci anni e una città fu rasa al suolo — viene chiamata, dopo secoli di condanna unanime, davanti a un tribunale nuovo: quello della parola ragionata. L’avvocato si chiama Gorgia, e il suo breve discorso, l’Encomio di Elena, resta uno dei testi più sorprendentemente moderni che l’antichità ci abbia lasciato.
Per capire perché quella difesa fu un gesto quasi eversivo, bisogna prima entrare nel mondo che la rese possibile.
Atene, l’assemblea, il potere della voce, della parola
Nel V secolo a.C. la Grecia — e Atene in particolare — sta vivendo una trasformazione enorme. Il mito non è scomparso: gli dèi abitano ancora i templi, i sacrifici, le tragedie che si rappresentano ogni anno davanti a migliaia di spettatori. Ma accanto al mito nasce qualcosa di nuovo: la discussione pubblica come strumento di governo. Nell’assemblea, nei tribunali, davanti ai cittadini riuniti, le decisioni si prendono parlando. Una parola pronunciata bene può salvare un imputato, ribaltare un’accusa, orientare il voto su una guerra. La parola, in altri termini, diventa potere politico a tutti gli effetti — non più solo ornamento, ma strumento di governo.
È in questo clima che emergono i sofisti: intellettuali itineranti, spesso guardati con sospetto dai contemporanei e ancora di più dai posteri, che insegnano — a pagamento — l’arte di argomentare, di persuadere, di costruire discorsi efficaci su qualsiasi tema. Con loro si affaccia una domanda destinata a non chiudersi mai: quanto di ciò che chiamiamo verità dipende dal modo in cui ci viene raccontata?
Gorgia
Gorgia nacque a Leontini (l’odierna Lentini, in Sicilia) intorno al 483 a.C., in una delle poche aree della Grecia antica dove la pratica retorica si era sviluppata per necessità molto concrete: nelle città siceliote, scosse da rivolgimenti politici e da continue dispute sulla proprietà terriera, saper parlare in tribunale poteva significare salvare — o perdere — tutto ciò che si possedeva. Fu, secondo la tradizione, allievo del retore Tisia, uno dei presunti fondatori dell’arte oratoria come disciplina insegnabile.
L’unica data della sua vita che le fonti antiche riportano con certezza è il 427 a.C., quando Gorgia guidò un’ambasciata della sua città ad Atene per chiedere aiuto militare contro la potente Siracusa. Fu un successo travolgente: gli Ateniesi, racconta la tradizione, rimasero affascinati dal suo modo di parlare, tanto che sopravvisse persino allo stesso Socrate. La sua prosa, costruita su ritmi, parallelismi e assonanze studiate — le cosiddette figure gorgiane — non era semplice argomentazione: era quasi musica messa al servizio del pensiero. Divenne talmente ricco insegnando l’arte oratoria da poter permettersi di dedicare al santuario di Delfi una propria statua d’oro massiccio — un gesto che, in un’epoca in cui l’oro era riservato quasi esclusivamente agli dèi, misura bene quanto la sua fama fosse straordinaria per un uomo di lettere.
Sulla sua longevità le fonti concordano in modo quasi sospetto: morì oltre i cento anni, forse a Larissa in Tessaglia, intorno al 375 a.C. Un aneddoto tramandato da Cicerone racconta che, ormai vecchissimo, qualcuno gli chiese come mai godesse ancora di così ottima salute: rispose di non aver mai fatto nulla per compiacere gli altri. Un altro aneddoto, più pungente, narra di un ascoltatore che, dopo un suo discorso sull’importanza della concordia tra i popoli, gli fece notare che a casa sua — dove viveva solo con la moglie e un servo — si litigava dalla mattina alla sera: la parola, insomma, sapeva costruire armonie pubbliche assai più facilmente di quelle private.
Un’accusa antica: il caso di Elena
Prima di Gorgia, il caso di Elena era già aperto. Nell’Iliade, Omero non la dipinge come una semplice peccatrice: la mostra attraversata da vergogna e rimorso, mentre lo stesso Priamo, il re troiano che pure ha visto morire i propri figli per lei, le dice di non ritenerla responsabile della guerra, attribuendone piuttosto la colpa agli dèi. Ancora prima, il poeta lirico Stesicoro aveva composto una Palinodia — un componimento che ritratta pubblicamente quanto affermato in un testo precedente — in cui sosteneva che Elena non fosse mai realmente giunta a Troia: al suo posto sarebbe partito con Paride solo un eidolon, un fantasma, un’immagine ingannevole modellata dagli dèi, mentre la vera Elena attendeva in Egitto. Secondo la leggenda, Stesicoro compose quella ritrattazione dopo essere stato accecato dagli dèi per aver oltraggiato la regina di Sparta nella prima versione del racconto, e riacquistò la vista solo dopo aver scagionato Elena a parole.
Gorgia eredita questa tradizione di dubbio già aperta e la porta alle sue estreme conseguenze — ma con una mossa più radicale: non nega che Elena sia partita per Troia in carne e ossa. Accetta il fatto e si concentra tutto sulla domanda che conta davvero: con quale grado di libertà lo ha fatto?
Le quattro possibili cause
Il ragionamento di Gorgia procede con un rigore quasi geometrico. Elena può essere andata a Troia per una di queste quattro ragioni — e in nessuna delle quattro, sostiene, la sua colpa regge fino in fondo.
Se fu volontà degli dèi o del destino. Nessun mortale può opporsi a una forza superiore: il più debole non vince mai il più forte. Qui Gorgia apre, senza dirlo esplicitamente, uno dei problemi più duraturi della filosofia occidentale — dove finisce la necessità e dove comincia la responsabilità personale. Una domanda che oggi riformuliamo parlando di condizionamenti sociali, educativi, economici, ma che resta, nella sostanza, la stessa.
Se fu rapita con la forza. Il ragionamento qui è quasi elementare: chi subisce violenza non ne è colpevole; la colpa appartiene interamente a chi la esercita. Un principio che oggi diamo per scontato, ma che la storia ha applicato per millenni in modo assai discontinuo, attribuendo spesso alle vittime una responsabilità che non era loro.
Se fu persuasa dalle parole. Ed è qui che l’Encomio raggiunge il suo momento più celebre e più filosofico. Gorgia scrive una frase che attraversa venticinque secoli fino a noi: ho lógos dynástes mégas estín — “la parola è un grande sovrano”. Piccola, invisibile, impalpabile, eppure capace di produrre effetti smisurati: può placare la paura, suscitare compassione, generare terrore, far piangere per persone mai conosciute — pensiamo a un intero teatro che si commuove per le sofferenze di personaggi che tutti sanno essere inventati. Per spiegare questo potere Gorgia ricorre a una delle immagini più fortunate di tutta la filosofia antica: le parole agiscono sull’anima come i pharmaka agiscono sul corpo. Pharmakon è un termine greco meraviglioso proprio perché ambiguo: significa insieme “medicina” e “veleno”. La stessa sostanza, a seconda della dose e dell’uso, può guarire o uccidere, così il discorso può illuminare oppure ingannare. Se dunque Elena fu semplicemente persuasa — non trascinata con la forza, ma condotta per mano dalle parole di Paride — quanto era davvero libera nella sua scelta? Qui Gorgia sfiora un concetto che oggi chiameremmo senza esitare manipolazione: la forza, sembra dirci, non agisce soltanto sui corpi. Esiste anche una forza che agisce sulle menti.
Se fu travolta da Eros. Per i Greci l’amore non era un sentimento romantico rassicurante, ma una potenza quasi divina, capace di entrare attraverso gli occhi e sconvolgere l’anima. Se Elena vide Paride e ne fu conquistata, quanto siamo davvero padroni di ciò che desideriamo? È una domanda che da qui attraverserà, in forme sempre diverse, Platone, Agostino, Spinoza, fino alla psicoanalisi moderna.
Un gioco terribilmente serio
Ma sarebbe riduttivo pensare che Gorgia voglia semplicemente assolvere Elena. Il suo vero obiettivo è mostrare quanto sia fragile qualunque condanna, non appena si comincia davvero ad analizzarne le cause. È una lezione di metodo prima ancora che di contenuto: comprendere le condizioni in cui una persona ha agito prima di giudicarla — non per abolire la responsabilità, ma per renderla più difficile da attribuire con leggerezza, e dunque più giusta quando la si attribuisce davvero.
C’è poi un secondo livello, ancora più sottile, che rende l’Encomio un piccolo capolavoro di autoconsapevolezza filosofica: mentre Gorgia dimostra quanto la parola possa manipolare, sta lui stesso usando la parola per persuadere il suo pubblico — e dunque, leggendo un discorso sulla potenza della persuasione, il lettore viene inevitabilmente persuaso. Il testo è insieme difesa di Elena, teoria del linguaggio, esibizione retorica e — forse — avvertimento contro sé stesso. Non a caso, nella chiusura, Gorgia definisce il proprio discorso un paignion, un gioco, un trattenimento intellettuale scritto — dice testualmente — a beneficio di Elena come encomio e per me stesso come piacevole passatempo. Un gioco, certo. Ma capace di riscrivere, in poche pagine, secoli di condanna morale su una figura femminile.
Platone risponde
Non tutti apprezzarono questa disinvoltura. Socrate e, dopo di lui, Platone reagirono con durezza alla concezione gorgiana della parola. Nel dialogo che Platone intitolò proprio Gorgia, la domanda diventa un’accusa: se possiedo una tecnica capace di convincere un’intera assemblea, indipendentemente dal fatto che ciò che sostengo sia vero o falso, sono un grande oratore o un pericolo pubblico? Per Platone il discorso deve essere subordinato alla conoscenza del vero; per Gorgia il linguaggio possiede un potere che precede, e in parte prescinde da, la verità stessa. Quella tensione — tra l’efficacia della parola e la sua fedeltà ai fatti — non si è mai davvero risolta, ed è probabilmente più viva oggi che nell’Atene del V secolo.
Elena siamo noi
A un certo punto, leggendo l’Encomio, ci si accorge che non si sta più parlando della guerra di Troia. Ogni volta che diciamo “tutti sanno che è colpa sua”, Gorgia potrebbe chiederci: davvero? Ogni volta che diciamo “l’ho letto ovunque”, potrebbe rispondere: e chi ha costruito quel racconto? Ogni volta che affermiamo con sicurezza di non farci influenzare da nulla, è bene ricordare che è proprio chi si crede immune alla persuasione a esserne, spesso, il bersaglio più facile.
Pensiamo a quanto questo ragionamento assomigli a ciò che dovrebbe fare, oggi, un buon giornalista, uno storico serio o un giudice imparziale: sospendere il verdetto prima di aver ricostruito le alternative possibili. È esattamente ciò che raramente facciamo di fronte a una fotografia, a una frase isolata, a venti secondi di video: vediamo, e sentenziamo. Gorgia insegna qualcosa di apparentemente semplice ma sempre necessario: il racconto di un fatto non è ancora il fatto. Tra la realtà e noi c’è quasi sempre una mediazione, e quella mediazione è fatta, il più delle volte, di parole scelte da qualcun altro.
Attenzione, però, a non trarne una conclusione troppo comoda — quella per cui, se le parole possono sempre manipolare, allora la verità stessa non esisterebbe. Sarebbe un salto ingiustificato, e probabilmente proprio il tipo di scorciatoia contro cui un pensiero rigoroso dovrebbe mettere in guardia. La lezione più utile dell’Encomio non è il relativismo, ma l’esigenza: proprio perché le parole possono deformare la realtà, dobbiamo diventare lettori e ascoltatori più esigenti. Chi parla? Quali prove porta, e quali ne omette? Quali emozioni cerca di suscitare? Quale interesse potrebbe avere nel raccontarla proprio in questo modo? Quali altre versioni del racconto esistono, e perché non le stiamo considerando?
Una lampada per oggi
Forse il dono più grande dell’Encomio di Elena non è l’assoluzione di una donna condannata da un mito vecchio di secoli, ma una disciplina della mente applicabile a ogni epoca: non condannare prima di aver compreso, e diffidare delle parole proprio nel momento in cui ci convincono con più forza. Gorgia aveva intuito, venticinque secoli prima della pubblicità, della propaganda politica e degli algoritmi che oggi selezionano ciò che vediamo, che l’essere umano non si governa soltanto con la forza fisica: si governa anche attraverso ciò che gli si fa vedere, ciò che gli si insegna a temere, ciò che gli si insegna a desiderare.
La libertà, allora, non consiste soltanto nella possibilità di parlare. Consiste, forse ancora di più, nell’imparare a riconoscere quando è qualcun altro a parlare dentro di noi — con la nostra voce, ma con le sue parole.
Le parole con cui giudico il mondo sono davvero mie?
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«La persuasione, unendosi alla parola, imprime nell’anima ciò che vuole.»
— Gorgia, Encomio di Elena