Esercizi spirituali laici del 13 settembre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Il trattato di pace tra Ramses II e Ḫattušili III — XIII secolo a.C.

Più di tremila anni fa, due delle maggiori potenze del Vicino Oriente antico decisero che era venuto il momento di smettere di combattersi. Da una parte l’Egitto di Ramses II. Dall’altra l’impero ittita di Ḫattušili III. Per anni Egizi e Ittiti si erano contesi la Siria e le vie commerciali del Mediterraneo orientale. La battaglia di Kadesh era diventata celebre. Ramses la fece rappresentare sui propri monumenti come una grande vittoria. Ma nessuno dei due imperi era riuscito veramente a eliminare l’altro. Alla fine, accadde qualcosa di forse ancora più importante della battaglia: i due sovrani riconobbero che l’altro sarebbe rimasto.

Intorno alla metà del XIII secolo a.C. conclusero quello che viene comunemente ricordato come il più antico trattato di pace internazionale giunto fino a noi in forma estesa. Il testo ci è arrivato attraverso due tradizioni: quella egizia, incisa sui templi, e quella ittita, conservata su tavolette cuneiformi in accadico, la lingua diplomatica internazionale dell’epoca. Il trattato contiene principi sorprendentemente familiari: pace duratura, non aggressione, rispetto dei territori, assistenza reciproca, restituzione dei fuggiaschi e garanzie contro alcune forme di vendetta.

Testo da meditare

Il testo antico proclama, in sostanza:

Da questo giorno vi sia buona pace e buona fratellanza fra il grande sovrano d’Egitto e il grande re di Hatti, per sempre.

E ancora:

Non vi sia più inimicizia fra loro, per sempre. Il re d’Egitto non entrerà nella terra di Hatti per conquistarne una parte. Il re di Hatti non entrerà nella terra d’Egitto per conquistarne una parte. Se un nemico verrà contro l’Egitto, il re di Hatti porterà aiuto. Se un nemico verrà contro Hatti, il sovrano d’Egitto porterà aiuto. E se un uomo fuggirà da una terra verso l’altra, sarà restituito. Ma al suo ritorno non venga ucciso. Non sia distrutta la sua casa. Non siano puniti sua moglie e i suoi figli. Gli dèi dell’Egitto e gli dèi di Hatti siano testimoni di queste parole. Chi osserverà il trattato sia custodito. Chi lo violerà risponda davanti agli dèi.

Il nucleo del patto è semplice: che non vi sia più inimicizia fra loro.

Accompagnamento

Forse siamo abituati a pensare la pace come il momento in cui uno dei due contendenti finalmente vince. Il trattato di Kadesh suggerisce il contrario.

La pace comincia quando due avversari comprendono che nessuno riuscirà a cancellare l’altro.

Ramses non diventa improvvisamente buono. Ḫattušili non diventa pacifista. Entrambi restano sovrani potenti, interessati ai propri territori, alle proprie dinastie, alla sicurezza del proprio regno. Eppure, riconoscono un limite.

C’è qualcosa che la forza non riesce a ottenere. Puoi vincere una battaglia. Puoi celebrare la vittoria sulle pareti di un tempio. Puoi presentarti al tuo popolo come invincibile. Ma il nemico è ancora là.

Ed è forse questa una delle grandi scoperte della civiltà politica: la realtà dell’altro viene prima del nostro desiderio di eliminarlo. Per fare la pace non occorre amare l’avversario. Occorre prima riconoscergli il diritto di esistere. Questo antico trattato non dice: diventeremo uguali. Non dice: dimenticheremo ciò che è accaduto. Dice qualcosa di più concreto: tu resterai nella tua terra, io resterò nella mia. Io non prenderò la tua.Tu non prenderai la mia. E se qualcuno minaccerà la tua esistenza, io non approfitterò necessariamente della tua debolezza. È straordinario che la parola scelta dal linguaggio diplomatico antico accanto alla pace sia fratellanza.

I due sovrani si chiamano fratelli. Non perché appartengano allo stesso popolo. Non perché adorino gli stessi dèi. Non perché abbiano dimenticato le guerre precedenti. Diventano “fratelli” perché riconoscono reciprocamente una dignità e una legittimità. Forse qui c’è qualcosa che va oltre la diplomazia. L’uomo che ho combattuto ieri può continuare a esistere domani senza che la sua esistenza rappresenti necessariamente la mia sconfitta. È una conquista spirituale prima ancora che politica. Perché dentro di noi alberga spesso una tentazione più radicale: non desideriamo soltanto avere ragione. Desideriamo che l’altro scompaia, taccia, venga sconfitto definitivamente.

Il trattato di Kadesh introduce invece la parola più difficile: insieme.

Non insieme perché siamo diventati amici. Insieme perché condividiamo il mondo. C’è poi una piccola clausola che merita di essere ascoltata con particolare attenzione. Il fuggiasco deve essere restituito. È una norma severa, lontana dalla nostra concezione moderna del diritto d’asilo. Ma il testo aggiunge che non venga distrutta la sua casa, che non siano colpiti sua moglie e i suoi figli. Anche dentro una concezione antichissima e autoritaria della giustizia compare dunque un limite alla vendetta. La colpa di uno non deve automaticamente travolgere tutti quelli che gli stanno intorno. La famiglia non deve diventare bersaglio. La casa non deve essere cancellata. È una piccola crepa aperta dentro la logica della rappresaglia. E forse proprio questo rende il documento tanto vicino a noi. Dopo oltre tremila anni abbiamo armi infinitamente più potenti, organizzazioni internazionali, codici, convenzioni, tribunali, dichiarazioni universali.

Eppure, continuiamo a dover imparare la stessa cosa che Ramses e Ḫattušili avevano dolorosamente compreso: nessuna pace duratura può nascere dalla pretesa di cancellare un popolo, una città, una memoria o un nemico.

La pace comincia quando pronunciamo una frase che sembra modesta, ma contiene un’intera civiltà: tu esisterai anche domani.

Forse per questo una copia del trattato è stata collocata presso le Nazioni Unite. Il documento promette amicizia duratura, integrità territoriale, non aggressione e aiuto reciproco: principi nei quali l’ONU stessa ha riconosciuto un’antichissima consonanza con i propri ideali. ⁠

Davanti alle guerre del nostro tempo, il trattato di Kadesh non ci offre una consolazione facile.

Ci pone piuttosto una domanda. Ci dona una prospettiva.

Dopo tremila anni di storia, abbiamo imparato davvero ciò che quei due sovrani compresero quando smisero di combattere? Che l’altro non deve essere annientato perché io possa vivere.  Che la sicurezza non coincide necessariamente con la distruzione dell’avversario. Che la pace non è la cancellazione del nemico. È la decisione di costruire un domani nel quale entrambi continuino a esistere. Forse la frase da portare con noi oggi può essere semplicemente quella che attraversa l’antico trattato:

«Che non vi sia più inimicizia fra loro, per sempre.»

Non sappiamo se gli uomini sapranno mai mantenerla per sempre. Ma da più di tremila anni sappiamo almeno che vale la pena tentare.

EGIZIANO — resa del senso della clausola
𓂋𓏤 𓐍𓂋 𓆓𓂧 𓈖𓎛𓅱𓏏
Formula evocativa, non trascrizione filologica letterale.

ACCADICO CUNEIFORME — resa evocativa
𒁹𒌝 𒆠 𒋗 𒌑 𒉺𒀀
Anche qui: rappresentazione grafica evocativa, non citazione segno-per-segno del testo originale.

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