…non un programma politico dettagliato, ma un criterio di giudizio.
Luigi Pintor (Roma, 18 settembre 1925 – Roma, 17 maggio 2003) è stato partigiano, deputato comunista e poi, dopo l’espulsione dal PCI nel 1969, tra i fondatori del quotidiano il manifesto. Il 24 aprile 2003, poche settimane prima di morire, pubblicò su quel giornale un editoriale che oggi si legge quasi come un testamento politico. Lo allego, consiglio una lettura preventiva. Lo scrisse mentre gli Stati Uniti erano appena entrati in guerra in Iraq, e la sinistra italiana, ai suoi occhi, non sapeva più opporre a quella guerra un’idea del mondo alternativa.
La diagnosi di Pintor
Pintor non si limita a dire che i dirigenti della sinistra hanno sbagliato qualche scelta. La sua accusa va più in profondità: dal 1989, con la caduta del comunismo sovietico, la sinistra italiana avrebbe perso la propria collocazione storica, il terreno su cui aveva sempre pensato e agito, e avrebbe finito per ragionare dentro i confini tracciati dai propri avversari. Può continuare a chiamarsi opposizione, presentarsi alle elezioni, conservare vecchi simboli — ma senza più offrire agli elettori un criterio diverso per giudicare il lavoro, il potere, la guerra, la convivenza tra le persone.
Da qui nasce il passaggio più forte del testo: il rifiuto della guerra non può restare uno slogan da esibire nei cortei, se poi in Parlamento si accetta comunque la logica della guerra preventiva, cioè l’idea che si possa attaccare per primi in nome di un pericolo futuro e non ancora accaduto. La pace, scrive Pintor, deve diventare una pratica di vita quotidiana, non una bandiera tra le altre da issare all’occorrenza.
Coerente con questa idea è anche il modo in cui immagina una nuova “internazionale” — termine antico che nella tradizione della sinistra indicava l’unione dei lavoratori di tutti i paesi, ma che Pintor svuota di ogni apparato: non un partito, non un’organizzazione con tessere e sedi, ma una rete diffusa di uomini e donne di nazionalità, fede e formazione diverse, capaci di riconoscersi in una responsabilità comune verso il mondo.
La frase che, a mio parere, resta la più decisiva dell’intero editoriale è “reinventare la vita“: non un programma politico dettagliato, ma un criterio di giudizio. Ogni proposta politica andrebbe valutata da ciò che rende davvero possibile nella vita concreta delle persone: meno dominio, meno paura, più capacità di vivere insieme.
I miei dubbi
Un testo così carico di urgenza morale merita, però, di essere letto anche criticamente, non solo raccolto come eredità.
La prima riserva riguarda la formula dell'”umanità divisa in due”. È un concetto che ho spesso assecondato, non smetto di sottoporlo a verifica. Pintor stesso avverte di non voler essere manicheo, cioè di non voler dividere il mondo in buoni e cattivi assoluti, ma parlare di due parti “inconciliabili” rischia comunque di trasformare scelte politiche e strutture di potere — cose che si possono contrastare e cambiare — in qualità permanenti delle persone che le sostengono. Si può essere radicalmente estranei alla logica della sopraffazione senza per questo dichiararsi estranei agli esseri umani che oggi, per convenienza o per ignoranza, la alimentano: altrimenti diventa difficile perfino pensare che qualcuno possa cambiare idea.
La seconda riguarda le istituzioni. Pintor vede con lucidità quanto siano insufficienti i soli movimenti di piazza, ma non spiega come quella “miriade” di persone di buona volontà possa tradursi in leggi, servizi, diritti, decisioni nei momenti tragici. Trasformare una pratica quotidiana di pace in politica reale richiede anche organizzazione, mediazione, compromessi che si possano controllare pubblicamente. Il pericolo del compromesso è scivolare nella subalternità; il pericolo opposto è custodire una purezza morale che non riesce mai a incidere sulla realtà.
Va inoltre precisato, per onestà storica, che il giudizio di Pintor sul voto parlamentare del marzo 2003 va letto come sua interpretazione politica, non come cronaca fedele dei fatti: in quei dibattiti esistettero posizioni esplicitamente contrarie alla guerra e richieste di negare basi e spazio aereo agli alleati; il governo italiano escluse la partecipazione diretta ai combattimenti, pur autorizzando sostegno logistico. Ciò che Pintor contesta, più che il singolo voto, è l’assenza di una rottura netta con l’intera prospettiva della guerra preventiva come strumento accettabile della politica internazionale.
Governare senza lasciarsi educare dal potere
Resta allora una domanda che Pintor lascia aperta più che risolta: come si costruisce una forza capace di arrivare al governo senza finire per pensare come il potere che voleva cambiare?
È più facile, all’opposizione, dire che la guerra non deve mai diventare uno strumento normale della politica. Ma chi governa incontra pressioni degli alleati, vincoli internazionali, urgenze reali, e rischia di trattare la guerra preventiva come una necessità ordinaria, riducendo la pace a un principio buono solo per i discorsi pubblici. Lo stesso meccanismo vale per il lavoro: si promette di proteggere chi ha meno potere contrattuale, e poi, davanti alle richieste delle imprese più forti, si finisce per chiedere sacrifici sempre agli stessi, presentando come inevitabile ciò che inevitabile non è.
Governare, però, non significa tradire ogni volta che si accetta una soluzione imperfetta. Il vero cedimento comincia quando si smette di chiamarla imperfetta, di dire chi ne paga il prezzo, di lavorare per cambiarne le condizioni — e si comincia invece a spacciare per “realismo” il punto di vista di chi è già più forte.
È questo, in fondo, il “rivolgimento” — termine che Pintor preferisce a “svolta” proprio perché indica un capovolgimento più radicale — che l’editoriale del 2003 chiede ancora oggi: non solo cambiare le decisioni che si prendono, ma i criteri stessi con cui si decide. Una domanda che, a più di vent’anni di distanza, la sinistra italiana, e non solo, non sembra avere ancora affrontato fino in fondo.

Immagini non reali.
Giustizia e libertà sempre e per tutti
Allegato:
La sinistra italiana che conosciamo è morta. Non lo ammettiamo perché si apre un vuoto che la vita politica quotidiana non ammette. Possiamo sempre consolarci con elezioni parziali o con una manifestazione rumorosa. Ma la sinistra rappresentativa, quercia rotta e margherita secca e ulivo senza tronco, è fuori scena. Non sono una opposizione e una alternativa e neppure una alternanza, per usare questo gergo. Hanno raggiunto un grado di subalternità e soggezione non solo alle politiche della destra ma al suo punto di vista e alla sua mentalità nel quadro internazionale e interno.
Non credo che lo facciano per opportunismo e che sia imputabile a singoli dirigenti. Dall’89 hanno perso la loro collocazione storica e i loro riferimenti e sono passati dall’altra parte. Con qualche sfumatura. Vogliono tornare al governo senza alcuna probabilità e pensano che questo dipenda dalle relazioni con i gruppi dominanti e con l’opinione maggioritaria moderata e di destra. Considerano il loro terzo di elettorato un intralcio più che l’unica risorsa disponibile.
Si sono gettati alle spalle la guerra con un voto parlamentare consensuale. Non la guerra irachena ma la guerra americana preventiva e permanente. Si fanno dell’Onu un riparo formale e non vedono lo scenario che si è aperto. Ciò vale anche per lo scenario italiano, dove il confronto è solo propagandistico. Non sono mille voci e una sola anima come dice un manifesto, l’anima non c’è da tempo e ora non c’è la faccia e una fisionomia politica credibile.
È una constatazione non una polemica.
Noi facciamo molto affidamento sui movimenti dove una presenza e uno spirito della sinistra si manifestano. Ma non sono anche su scala internazionale una potenza adeguata. Le nostre idee, i nostri comportamenti, le nostre parole, sono retrodatate rispetto alla dinamica delle cose, rispetto all’attualità e alle prospettive.
Non ci vuole una svolta ma un rivolgimento. Molto profondo. C’è un’umanità divisa in due, al di sopra o al di sotto delle istituzioni, divisa in due parti inconciliabili nel modo di sentire e di essere ma non ancora di agire. Niente di manicheo ma bisogna segnare un altro confine e stabilire una estraneità riguardo all’altra parte. Destra e sinistra sono formule superficiali e svanite che non segnano questo confine. Anche la pace e la convivenza civile, nostre bandiere, non possono essere un’opzione tra le altre, ma un principio assoluto che implica una concezione del mondo e dell’esistenza quotidiana. Non una bandiera e un’idealità ma una pratica di vita. Se la parte di umanità oggi dominante tornasse allo stato di natura con tutte le sue protesi moderne farebbe dell’uccisione e della soggezione di sé e dell’altro la regola e la leva della storia. Noi dobbiamo abolire ogni contiguità con questo versante inconciliabile.
Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste.Luigi Pintor
(Roma, 18 settembre 1925 – Roma, 17 maggio 2003)
