Esercizi spirituali laici del 6 ottobre 2026

Un laico sincero non domanda:” chi parla?”; chiede “che cosa posso imparare?”

Autore e fonte

Oggi propongo Epictetus (Epitteto), ma non il celebre tema stoico del «controllare ciò che dipende da noi», che rischierebbe di diventare ripetitivo. Prendiamo invece un piccolo passo del Manuale, l’Enchiridion, compilato dal suo discepolo Arriano.

Epitteto conosceva personalmente una condizione estrema di dipendenza: nacque schiavo, probabilmente a Hierapolis, nell’odierna Turchia, e visse a Roma prima di ottenere la libertà. Quando Domiziano espulse i filosofi dalla città, si trasferì a Nicopoli, in Grecia, dove insegnò.

Nel Manuale c’è una brevissima osservazione sull’offesa. A prima vista sembra quasi una tecnica per non arrabbiarsi. In realtà contiene una domanda molto più profonda: chi consegna all’altro il potere di decidere ciò che accade dentro di me?

Testo da meditare

Enchiridion, 20. Il greco antico è di pubblico dominio.

Μέμνησο, ὅτι οὐχ ὁ λοιδορῶν ἢ τύπτων ὑβρίζει, ἀλλὰ τὸ δόγμα τὸ περὶ τούτων ὡς ὑβριζόντων. Ὅταν οὖν ἐρεθίσῃ σέ τις, ἴσθι ὅτι τὸ σὸν ὑπόλημμα ἠρέθικέ σε.

«Ricorda: non è chi ti insulta o ti colpisce che determina da solo l’offesa, ma anche il giudizio che tu formi su ciò che è accaduto. Quando dunque qualcuno ti provoca, sappi che anche il tuo giudizio contribuisce alla tua irritazione.»

Propongo volutamente una traduzione prudente. Epitteto non sta dicendo che un’aggressione non sia reale: sta distinguendo ciò che l’altro fa da ciò che quel gesto riesce a produrre dentro di noi.

Accompagnamento

Qui bisogna stare molto attenti. Presa brutalmente, questa pagina potrebbe diventare persino ingiusta: se soffri perché qualcuno ti ha insultato, il problema è tuo. Non credo sia questo ciò che merita di essere salvato da Epitteto.

Un’umiliazione esiste. Una calunnia può distruggere una reputazione. Una parola può ferire. Un’aggressione rimane un’aggressione indipendentemente dalla serenità filosofica della vittima. E davanti all’ingiustizia può essere necessario reagire, denunciare, difendersi.

Epitteto pone però una seconda domanda, che comincia dopo aver riconosciuto il torto. Quanto spazio concederò dentro di me a chi mi ha fatto quel torto? Una persona pronuncia contro di me dieci parole. Le parole durano forse cinque secondi. Ma io posso ripetermele mentalmente per cinque ore, cinque giorni, cinque anni. L’altro ha pronunciato la frase una volta.

Io posso diventare colui che continua a pronunciarla.

È questo il punto nel quale l’antico stoico diventa sorprendentemente moderno. Non possiamo impedire che qualcuno ci giudichi male. Non possiamo obbligare una persona a riconoscere un errore. Talvolta non possiamo neppure ottenere le scuse che meriteremmo. Possiamo però osservare ciò che succede successivamente dentro di noi. Nasce un piccolo tribunale interiore. Ricostruiamo la conversazione. Prepariamo la risposta perfetta che avremmo dovuto dare. Immaginiamo di incontrare nuovamente quella persona. Cerchiamo alleati. Pronunciamo mentalmente la nostra arringa. E intanto colui che ci ha offeso magari sta tranquillamente facendo altro. Noi invece continuiamo a vivere con lui. Quasi gli abbiamo concesso una stanza dentro di noi.

Epitteto non ci chiede necessariamente di perdonarlo. Non ci chiede di dargli ragione. Non ci chiede neppure di frequentarlo ancora.

Ci suggerisce qualcosa di più elementare: non confondere il torto ricevuto con l’obbligo di continuare a subirlo interiormente. Questo non significa diventare insensibili. Possiamo essere feriti e riconoscerlo. Possiamo dire: quella parola mi ha fatto male. Possiamo anche rispondere: non accetto che tu mi tratti così.

La libertà stoica comincia un momento dopo, quando ci domandiamo se quella persona debba continuare a occupare la nostra mente anche quando non è più presente.

C’è poi un caso ancora più interessante. A volte un’offesa ci tormenta perché ha toccato un punto sul quale noi stessi siamo insicuri. Se qualcuno mi accusa di qualcosa che considero evidentemente falso, spesso riesco a lasciar correre. Ma se pronuncia proprio la parola che segretamente temevo di sentirmi rivolgere, la ferita diventa più profonda. Allora l’avversario, involontariamente, può aver indicato una porta. Non necessariamente una verità su di me.

Ma una mia vulnerabilità.

Posso quindi compiere due operazioni contemporaneamente: respingere ciò che nell’accusa è falso e osservare ciò che la mia reazione mi sta insegnando su me stesso. È un atteggiamento molto diverso dall’annullarsi. Anzi, riprende il problema che abbiamo incontrato con Francesco: come non diventare dipendenti dallo sguardo altrui senza per questo cancellare noi stessi? Francesco ci aveva condotti davanti al bisogno di essere riconosciuti per il bene che facciamo.

Epitteto ci conduce davanti al bisogno opposto: che gli altri non pensino male di noi.

Sono due facce della stessa dipendenza. Se ho bisogno assoluto dell’approvazione, chi mi approva possiede qualcosa di me. Ma anche chi mi disprezza, se può governare per giorni la mia vita interiore, possiede qualcosa di me. La libertà non consiste allora nel diventare indifferenti agli altri.

Consiste forse nel riuscire a dire: ascolterò ciò che dici di me; se contiene qualcosa di vero, cercherò di imparare; se contiene qualcosa di falso, non sarò obbligato a portarlo con me.

C’è una parola, un giudizio o un’offesa che qualcuno mi ha rivolto e che continuo io stesso a ripetermi: che cosa perderei davvero — e che cosa potrei finalmente recuperare — se decidessi di non concederle più ospitalità dentro di me?

È quasi il cuore dello stoicismo: tra ciò che accade e ciò che diventiamo davanti a ciò che accade rimane uno spazio di libertà.

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