Affrettati lentamente, Pedro

Immaginiamo due scene. Nella prima c’è un imperatore romano, stanco di generali che si buttano in battaglia senza pensare. Nella seconda c’è una carrozza ferma in mezzo a una folla inferocita, nella Milano del 1628, con un cancelliere che sorride a tutti e bisbiglia in spagnolo al cocchiere. Sembrano due mondi. Eppure, in ciascuno qualcuno dice la stessa cosa: va’ avanti, ma non da stupido.

Le due frasi sono festina lente, “affrettati lentamente”, e «adelante, Pedro, con juicio», “avanti, Pedro, con giudizio”. Le metteremo una accanto all’altra. A metà strada scopriremo che una delle due non è mai stata scritta così, e che questa piccola truffa della memoria ci dice più di quanto sembri.

Il generale e il suo verso

La prima frase ci porta ad Augusto, l’imperatore vissuto dal 63 a.C. al 14 d.C. Ce ne parla Svetonio nella Vita di Augusto, al capitolo 25. Augusto, racconta, riteneva che nulla convenisse meno a un comandante perfetto della fretta e della temerarietà. Per questo ripeteva spesso tre massime. La prima è una formula greca, σπεῦδε βραδέως, speûde bradéōs, “affrettati lentamente”. La seconda è un verso greco: un comandante prudente vale più di uno temerario. La terza è latina: sat celeriter fieri quidquid fiat satis bene, “ciò che è fatto abbastanza bene è fatto abbastanza in fretta”.

Svetonio aggiunge subito la regola che il motto, da solo, non lascia intuire. Augusto non voleva intraprendere battaglie o guerre se la speranza di guadagno non superava il timore del danno. Dietro il paradosso c’è dunque un calcolo freddo: prima si pesa il rischio, poi si corre.

Il paradosso ha un nome tecnico, ossimoro (la figura retorica che accosta due parole di senso opposto, come “silenzio assordante”). “Affrettati” e “lentamente” tirano in direzioni contrarie, e proprio per questo ci costringono a pensare. A scioglierne il nodo ci pensa, circa mezzo secolo dopo Svetonio, Aulo Gellio nelle Notti attiche. Gellio parte dalla parola maturitas, “maturità”, e riporta la definizione di un filosofo, Nigidio Figulo: maturo non è né troppo presto né troppo tardi, ma il punto giusto di mezzo, come il frutto che non è acerbo né marcio. L’azione ben fatta, dice Gellio, nasce dall’incontro della prontezza di chi si muove con la lentezza scrupolosa di chi controlla.

Non sappiamo da dove Augusto avesse preso quelle parole, né chi le abbia inventate. Sappiamo che di lui restarono come marchio, e che la forma latina festina lente, quella che oggi tutti conoscono, si diffuse in seguito. Tra il IV e il V secolo, del resto, san Girolamo ricordava un detto attribuito a Catone: sat cito, si sat bene, “abbastanza presto, se abbastanza bene”. L’idea, insomma, camminava da tempo nella cultura romana.

Il delfino che nessuno aveva legato all’ancora

La seconda vita del motto è rinascimentale, ed è piena di sorprese.

Nel 1502 lo stampatore veneziano Aldo Manuzio comincia a usare come marchio un delfino avvolto intorno a un’ancora. Nel 1508 Erasmo da Rotterdam, che in quel periodo viveva a Venezia a casa di Aldo, pubblica da lui un’edizione ampliata degli Adagia, la raccolta di proverbi antichi commentati che lo aveva reso celebre, e vi dedica un lungo saggio proprio a festina lente. Erasmo racconta che il giovane umanista Pietro Bembo aveva regalato ad Aldo una moneta d’argento dell’imperatore Tito, con un delfino e un’ancora sul rovescio. Il delfino, il più rapido degli animali, direbbe la velocità; l’ancora, che frena e blocca la nave, direbbe la lentezza. Il marchio di Aldo divenne così il simbolo del motto, e fu copiato da altri stampatori per secoli.

Ecco però l’angolo nascosto. Nessuna fonte antica lega il motto alla moneta. L’abbinamento tra delfino, ancora e festina lente è una costruzione umanistica, brillantissima ma tardiva. Sulla moneta di Tito l’immagine potrebbe avere un altro senso: alcuni studiosi pensano a un omaggio a Nettuno dopo l’eruzione del Vesuvio del 79, per placare il dio che i Romani credevano autore dei terremoti. L’emblema più famoso del motto potrebbe dunque essere nato per dire tutt’altro, e aver trovato nel Rinascimento la sua frase.

Il motto ebbe fortuna anche altrove. Cosimo I de’ Medici, duca di Firenze e poi granduca di Toscana, ne fece un’impresa (un emblema accompagnato da un motto, tipico dei principi del Cinquecento) con una tartaruga che porta una vela. La tartaruga è la prudenza, la vela la spinta del vento. Quell’immagine decora ancora le sale di Palazzo Vecchio. Cosimo, tra l’altro, si faceva rappresentare come un nuovo Augusto: aveva come lui il Capricorno per segno, e Vasari lo dipinse nelle vesti dell’imperatore. Scegliendo il motto di Augusto, il principe del Cinquecento non faceva che indossare un abito già pronto.

La carrozza ferma nella folla

Cambiamo secolo e luogo. Siamo a Milano, l’11 novembre 1628, nei giorni dei tumulti per il prezzo del pane, nel capitolo XIII dei Promessi sposi di Alessandro Manzoni. La folla assedia la casa del vicario di provvisione, il funzionario incaricato dei rifornimenti, che ritiene responsabile della carestia. Arriva in carrozza Antonio Ferrer, gran cancelliere (l’alto funzionario del governo spagnolo di Milano), personaggio realmente esistito.

Ferrer recita. Mostra alla gente quel viso «tutto umile, tutto ridente, tutto amoroso» che, scrive Manzoni, teneva in serbo per i momenti in cui si trovava al cospetto del re di Spagna. Promette pane e giustizia, e annuncia di voler condurre il vicario in prigione, mentre in realtà vuole salvarlo dal linciaggio. Sottovoce, in spagnolo, aggiunge si es culpable, “se è colpevole”. E più tardi, al vicario rannicchiato nella carrozza, estàmos ya quasi fuera, “siamo quasi fuori”. L’italiano è la sua faccia pubblica, e mente. Lo spagnolo è la sua voce privata, e dice il vero.

Un dettaglio che pochi ricordano: il nome di Ferrer compare già nel capitolo III, in calce alla grida (l’editto) che l’avvocato Azzeccagarbugli legge a Renzo, con la formula «Vidit Ferrer», “visto, Ferrer”. Chi mette il visto alle leggi contro i soprusi è lo stesso che, tra la folla, recita una parte. E Renzo, ingenuamente, si schiera dalla sua parte.

Tre frasi fuse in una

Veniamo alla questione che ci ha fatto perdere il sonno. Dov’è, in Manzoni, il celebre «Adelante, Pedro, con juicio»?

La risposta è sorprendente: da nessuna parte, così com’è. Nello stesso capitolo XIII Ferrer pronuncia tre battute spagnole. La prima, quando la carrozza è ferma nella calca, è «adelante, Pedro, si puedes», “avanti, Pedro, se puoi”. La seconda è «Adelante, presto, con juicio», “avanti, presto, con giudizio”. La terza, più tardi, è «Pedro, adelante con juicio». La frase che tutti ricordano è il collage delle tre: il nome di Pedro dalla prima, il giudizio dalla seconda e dalla terza.

Una frase che nessuno ha scritto, e che tutti ricordano, merita un momento di attenzione. È la prova che la memoria collettiva non copia: rimaneggia. E rimaneggiando, ha perso una parola decisiva: presto.

Rileggiamo la battuta originale, parola per parola. Adelante, “avanti”. Presto, “in fretta”. Con juicio, “con giudizio”. Slancio, rapidità, giudizio. Altro che semplice consiglio di prudenza: diciotto secoli dopo Augusto, in spagnolo e dentro una carrozza, Manzoni scrive la stessa idea di festina lente. Il cancelliere dice quel che diceva l’imperatore: affrettati, ma con la testa.

La memoria popolare ha tolto il presto e ha aggiunto il nome del cocchiere. Così la frase si è trasformata da sorella del motto di Augusto in cugina del «chi va piano va sano e va lontano». Un dizionario dell’uso, il DISC del 1997, la registra nella forma fusa e l’attribuisce a Manzoni. Oggi la si cita in articoli giuridici, in convegni, in corsi di formazione, quasi sempre come inno alla cautela. Il presto è sparito, e con lui l’urgenza.

C’è poi il si puedes, “se puoi”, che nel collage è quasi sempre cancellato, e che invece è la parte più umana della scena. Ferrer sa bene che la carrozza è ferma, che la folla preme, che il cocchiere non è padrone della strada. Il suo ordine è condizionato dal reale. L’imperatore comanda; il cancelliere spera.

Il compimento

Mettiamo ora le due frasi una di fronte all’altra, ricostruite come stavano davvero.

Hanno una struttura comune: una parola di movimento e una di freno. In festina lente il freno è la velocità stessa, e il paradosso è tutto nella lingua. In «adelante, presto, con juicio» il freno è un’altra facoltà, il giudizio, cioè la capacità di pesare e scegliere. Una frase governa il ritmo, l’altra il discernimento. Messe insieme dicono due cose diverse e complementari: decidi quando, poi decidi come.

Poi ci sono le differenze di tono. Augusto parla a sé stesso e ai suoi comandanti, in pubblico, come principio di governo: la prudenza è per lui un carattere. Ferrer bisbiglia a un servo mentre in pubblico recita il contrario: la prudenza è per lui una tecnica di sopravvivenza. Nel primo caso la lentezza è scelta; nel secondo è imposta dalla folla. E nel secondo c’è l’ironia che al primo manca: quel si puedes, che ammette il limite.

Le due frasi, dunque, si completano come due metà di una virtù. Festina lente ci dà la regola, e si puedes ce ne dà il prezzo: sapere che non basta volere. Tolta la fretta, la prudenza diventa immobilità. Tolto il giudizio, la rapidità diventa catastrofe. Simul stabunt, simul cadent: stanno in piedi insieme o cadono insieme.

Lo sa bene chi scrive. Un testo ha bisogno di slancio, altrimenti non si comincia mai, e ha bisogno di giudizio, altrimenti si pubblica il primo getto. Ha bisogno, infine, dell’umiltà di quel «se puoi»: il tempo, le forze, la folla non obbediscono sempre. La lezione di entrambe le frasi, alla fine, è questa: andare avanti sul serio, ma con la testa, e con la modestia di sapere che il cammino non dipende solo da noi.

Qui avremmo terminato. Per chi vuole saperne ancora ecco un’ultima postilla.

Postilla: come abbiamo lavorato, e dove il terreno cede

Un articolo su due frasi celebri rischia di somigliare alle frasi stesse: lo si cita a memoria, lo si ripete, lo si crede. Per questo vogliamo dire al lettore, con franchezza, come è stato costruito e dove conviene camminare con cautela.

Il metodo. Per ogni affermazione abbiamo cercato di risalire alla fonte più vicina ai fatti, senza fermarci al primo che la ripeteva, e di incrociarla con almeno un’altra. Svetonio lo abbiamo letto nel testo latino e greco del capitolo 25 della Vita di Augusto. Per Gellio ci siamo appoggiati a una traduzione inglese del capitolo X, 11. Per Aldo ed Erasmo abbiamo usato cataloghi di biblioteche e musei, le descrizioni delle edizioni originali e il commento di Erasmo in traduzione. Per Manzoni abbiamo letto direttamente il passo con il «si puedes» in un’antologia scolastica della Quarantana (l’edizione definitiva del 1840) e il capitolo III per la formula «Vidit Ferrer». Per le tre battute col «juicio» ci siamo affidati ai riscontri di chi aveva davanti più edizioni.

Che cosa il confronto ha corretto. Quattro idee comuni non hanno retto alla verifica. Festina lente non è una frase che Svetonio attribuisca ad Augusto in latino: lui riporta il greco, e il latino è venuto dopo. L’abbinamento del motto al delfino e all’ancora non è antico, ma rinascimentale. Il detto «sat cito, si sat bene» ci arriva attribuito a Catone solo da Girolamo, secoli dopo. E «Adelante, Pedro, con juicio» non è mai stato scritto da Manzoni in quella forma.

Dove il terreno cede. Qui il lettore, e soprattutto lo studioso, deve sapere dove siamo meno sicuri.

•       Le tre battute col «juicio». Le conosciamo da una discussione di studiosi e appassionati del 2000, che cita le pagine dell’edizione Einaudi curata da Lanfranco Caretti (310, 311 e 313) e quelle di una ristampa anastatica (cioè fotografica) dell’edizione del 1840, e da alcuni articoli divulgativi. Le fonti concordano tra loro, ma non abbiamo avuto in mano un’edizione critica: chi vorrà citare le parole di Manzoni dovrà controllarle.

•       Il rapporto tra le edizioni. Chi ha confrontato le due edizioni riferisce che nel 1825-27 mancava ancora il con davanti a juicio, e che un’edizione Sansoni del 1964 stampa già la forma fusa. Sono notizie di seconda mano.

•       Gellio e il verso greco. Abbiamo letto Gellio in traduzione, non nell’originale, e non sappiamo di chi sia il verso greco che Svetonio cita. Non possiamo dire quando comparve per la prima volta il latino festina lente.

•       Il significato del delfino sulla moneta di Tito. È un’ipotesi degli studiosi, non una certezza.

•       Le nostre traduzioni. Le rese in italiano dal greco, dal latino e dallo spagnolo sono nostre, fatte per rendere il senso e non per sostituire una traduzione d’autore.

Non pretendiamo di avere detto l’ultima parola, né di essere arrivati dove nessuno è arrivato. Abbiamo fatto fin dove era umanamente possibile con le fonti che avevamo, e abbiamo segnato con onestà i punti in cui il terreno è molle. Chi vorrà proseguire potrà farlo da qui, con le pagine e le edizioni in mano. Questo rispetto, per chi legge e per chi ci ha preceduto, ci è parso il solo modo serio di parlare di frasi che parlano proprio di serietà.

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