Conoscerla, riconoscerla ed evitarla
Ho trovato in un cassetto delle note su questo argomento. Dovrebbero provenire da una lezione di tanti anni fa, tenuta da un esimio professore titolare di una cattedra prestigiosa. È stato l’abbrivio per questo articolo. Ho consultato, prima di scrivere, qualche psicologo, qualche esperto, la Dottrina penale e ho scoperto idee interessanti, meritevoli della vostra attenzione e di ciò vi rendo partecipi.
Alcune domande preliminari.
Posso dire a una persona: “Sei uno stupido”?
Oggi non è più reato penale se detto in faccia alla persona (l’ingiuria è stata depenalizzata nel 2016). Può però dare luogo a responsabilità civile: la persona può chiedere risarcimento per danno all’onore/decoro.
Diventa diffamazione (reato penale) se l’insulto è pronunciato in assenza dell’interessato e davanti a più persone o sui social. La giurisprudenza considera “stupido” un insulto lesivo della dignità, quindi potenzialmente diffamatorio se diffuso pubblicamente.
Le persone sanno, sono consapevoli, di essere stupide?
Dalla mia ricerca, molto limitata, dalle fonti che ho consultato e dagli esempi pubblici conclamati che manifestano sintomi evidenti (sono veri, sono falsi?), ho dedotto che in genere una persona non sa di essere stupida. La stupidità è una forma di cecità: chi la vive non la vede. Così certe malattie, sono subdole. La mente, per proteggere l’ego, tende a giustificare i propri errori, evitare il dubbio, credere sempre di avere ragione.
Per questo chi ragiona, in un suo modo particolare, spesso appare più sicuro di sé: non percepisce i propri limiti. La stupidità non è un’identità ma un momento, un collasso dell’attenzione, dell’ascolto e dell’umiltà. Può colpire tutti, l’ho letto. Anch’io mi metto in discussione.
Si può “guarire” dalla stupidità?
Sì. La stupidità, come cecità mentale, non è permanente: è uno stato temporaneo da cui si esce quando ritornano:
• il dubbio
• l’ascolto
• la lentezza (riflettere prima di reagire)
La stupidità finisce quando riappare la curiosità.
Se parliamo di stupidità leggera, quotidiana, si supera da soli, con: autoconsapevolezza, umiltà, disciplina mentale, capacità di fermarsi un attimo.
Se la stupidità è rigida, ricorrente, profonda richiede un intervento esterno, l’aiuto di una persona sincera, un maestro o mentore e viene favorita da una crisi che rompe l’illusione, da uno scontro con la realtà che costringe a vedere.
Penso sia opportuno, ora, cercare di stabilire come ufficialmente vengono definiti lo stupido e la stupidità. Vediamo alcune fonti.
Il Devoto-Oli, noto per la sua precisione semantica, definisce (in sintesi) la stupidità: condizione di chi è incapace di comprendere, di giudicare, di collegare cause ed effetti; ottusità mentale; mancanza di capacità critica e riflessiva. Atto o comportamento privo di buon senso o razionalità.
Lo Zingarelli è molto diretto. Stupidità: difetto di intelligenza; incapacità di ragionare; comportamento sciocco o irragionevole.
Il Garzanti offre una definizione più pragmatica. Stupidità: mancanza di intelligenza o di buon senso; comportamento stolto o assurdo.
Dizionari etimologici (Battaglia, Cortelazzo-Zolli). Qui trovi la radice storica.
Dal latino stupĭdus = “intorpidito, ottuso, in uno stato di torpore mentale”, derivato di stupēre = “restare sbalordito, fissato, non capire”. In origine quindi stupidità = torpore mentale, blocco, cecità cognitiva, non semplice insulto.
Psicologia contemporanea (non dizionario, ma definizioni scientifiche).
Troviamo una definizione ufficiale e rigorosa della scienza cognitiva: “La stupidità è l’incapacità sistematica di comprendere la realtà, di cogliere le conseguenze delle proprie azioni e di apprendere dai propri errori.”
(Gli autori più citati sono Cipolla, Kahneman, R. Sternberg.)
Oppure, secondo Carlo M. Cipolla (autore delle Leggi fondamentali della stupidità umana): “Una persona stupida è quella che causa danno agli altri senza ricavarne alcun vantaggio, anzi spesso danneggiando anche sé stessa.”
Questa è una definizione molto forte e molto usata in ambito sociologico e filosofico.
In questo articolo cercherò di riassumere quel che ho imparato da esperti e da letture specifiche sull’argomento. È solo il mio pensiero. Non parlerò di persone o fatti accaduti. Proporrò dei ragionamenti che vi possano agevolare nella vostra riflessione.
La stupidità umana non è un vizio di fabbrica, né una mancanza di neuroni. È più sottile. È una modalità di funzionamento, una postura mentale che tutti — anche i più brillanti — adottano senza accorgersene. Può essere una nebbia intermittente dell’intelligenza, una deviazione del pensiero, una scorciatoia presa nel momento sbagliato.
Se l’intelligenza è la capacità di leggere la realtà, la stupidità, ovviamente, è la capacità di non leggerla, o di farlo in modo inopportuno, distorto, o di leggerla e poi fare il contrario, arrivando ad agire contro il proprio interesse e quello altrui.
La stupidità come sonnambulismo
Una forma frequente di stupidità è il vivere con il pilota automatico inserito. Ripetere gesti, idee, convinzioni come fossero un mantra domestico. Il risultato? Restiamo uguali anche quando il mondo, lo scenario cambiano. Il sonnambulismo mentale non fa rumore: è una stupidità silenziosa. Come funziona: mi hanno insegnato così, ho sempre pensato così, quindi è vero, non devo più pensarci. Si ripetono parole e comportamenti preconfezionati.
La stupidità come difesa dell’ego
Molti errori non nascono dall’ignoranza, ma dalla fragilità. Ammettere un errore mette in crisi l’immagine che abbiamo di noi stessi. Andiamo a toccare la nostra identità. Allora la mente sceglie la soluzione più comoda: negare, irrigidirsi, voler aver ragione anche contro l’evidenza.
L’ego, per non ferirsi, preferisce sembrare stupido piuttosto che vulnerabile.
La stupidità come appartenenza
L’essere umano ha un bisogno profondo di tribù, di associazionismo. Così accade un fenomeno curioso: si preferisce avere torto in gruppo che ragione da soli.
La stupidità collettiva è più potente di quella individuale, perché è rassicurante: ci fa sentire uniti. Diventa contagiosa. Il gruppo premia chi ripete bene i suoi slogan, punisce chi pensa troppo.
La stupidità come fame di semplicità
La mente umana detesta la complessità. Preferisce un colpevole solo, una causa sola, una risposta sola. Ma la realtà, quasi sempre, è un nodo di fili intrecciati. La stupidità è volerli tagliare invece che provare a scioglierli.
Quando la semplificazione diventa ideologia, nasce la stupidità più pericolosa, quella che si crede virtù.
La stupidità come corto respiro
È l’incapacità di considerare il domani. Vogliamo il vantaggio subito, anche se ci danneggia un’ora dopo. È una miopia sistemica: si vede l’albero, si ignora la foresta.
La stupidità è incapace di durata.
La stupidità amplificata dalle tecnologie
Le tecnologie non ci rendono stupidi: semplicemente aumentano il volume delle nostre tendenze. Se siamo gregari, ci danno un gruppo. Se siamo impulsivi, ci danno un megafono. Se siamo rigidi, ci danno conferme a ciclo continuo.
La stupidità diventa più rapida, più rumorosa, più organizzata.
La stupidità come perdita dell’immaginazione morale
La forma più seria è l’incapacità di vedere l’altro. Di immaginare il suo dolore, la sua storia, le sue ragioni. La stupidità è una ferita dell’empatia e dell’immaginazione etica.
La crudeltà spesso non è malvagità pura: è stupidità dell’anima.
Ma allora: come se ne esce?
Non con una ricetta unica, ma con alcune posture interiori.
Dubbio attivo
Non scetticismo paralizzante, ma l’abitudine a chiedersi: “E se stessi sbagliando?”
Lentezza
La stupidità ha fretta. L’intelligenza ha ritmo.
Capacità di sopportare la complessità
Restare dentro le contraddizioni senza cercare subito un capro espiatorio.
Coraggio di restare soli se serve
Non per superbia, ma per fedeltà alla verità.
Immersione nel reale
La stupidità nasce spesso perché viviamo di rappresentazioni, non di esperienze.
Un segnale infallibile
La stupidità inizia dove finisce la capacità di dire: “Non so.”
L’intelligenza rinasce quando questa frase torna possibile.
La parola “stupidità” sembra a qualcuno un po’ forte, è offensiva?
In effetti nei discorsi e nei testi che ho ascoltato e consultato vengono usate anche altre espressioni.
Nella cultura anglosassone la parola “stupidity” può essere anche un concetto analitico, non insultante. Da noi è un’etichetta, arriva a colpire la dignità.
Altre espressioni che possono sostituire “stupidità”:
• cecità cognitiva
• ottusità situazionale
• pensiero semplificato
• miopia psicologica
• automatismo mentale
• collasso dell’immaginazione
• impensiero
• inattenzione morale
• risposta di difesa dell’Io
• chiusura interpretativa
Tutte queste chiariscono che non si giudica la persona, ma il meccanismo mentale.
Stupidità è un concetto astratto, non un giudizio.
La STUPIDITÀ UMANA – PARTE II
Di quelli che sembravano stupidi ma non lo erano, e di quelli che parevano geni ma inciampavano su sé stessi.
La stupidità, come tutte le cose umane, ha i suoi travestimenti.
A volte prende le sembianze dell’ingenuità, a volte dell’erudizione.
A volte si nasconde sotto la lentezza, a volte sotto la brillantezza.
Quelli considerati stupidi ma che, in realtà, vedono più lontano
Lo svagato che fa la domanda giusta
È quello che, in mezzo a una discussione piena di tecnicismi, chiede: “Ma qual è il problema, esattamente?”
Gli altri ridono. Poi scoprono che nessuno aveva definito il problema.
Il lento che ascolta
Non parla subito. Osserva, accumula segnali, pesa. Poi dice una frase che ribalta tutto.
Il naïf impermeabile al cinismo
Non capisce i giochi di potere. Sembra ingenuo. Ma è il più libero.
Morale:
Quelli considerati stupidi, a volte, erano gli unici non addomesticati.
Quelli considerati intelligenti ma che erano vittime della loro stessa stupidità
L’erudito ottuso
Sa tutto, tranne ciò che conta. Mille citazioni, zero intuizione.
Il brillante che non ascolta
Ha parola fluida, ma non registra il mondo. L’intelligenza che non ascolta è una forma avanzata di stupidità.
Il potente che confonde paura con rispetto
L’autorità ottenuta per timore non è intelligenza. È insicurezza che fa rumore.
Morale:
La stupidità vera non sta nel sapere poco, ma nel credersi completi.
La prova del 9 della stupidità
La stupidità inizia quando smettiamo di voler capire e cominciamo a voler aver ragione.
• non ascolti più per capire, ascolti per rispondere
• non osservi per vedere, osservi per confermare ciò che pensi
• non ti interessa se è vero, ma che sembri vero
Da quel punto in poi, la stupidità — la nostra — mette radici.
Segnali concreti, clinici, inconfondibili
Perdi la curiosità
Cerchi solo conferme
Ti irrita ciò che è diverso
Semplifichi ciò che è complesso
Alzi il volume invece degli argomenti
Ti infastidisce dire “non so”
Ti sembra che il mondo sia pieno di sciocchi tranne te
In una frase sola
La stupidità comincia quando la mente smette di cercare la verità e inizia a proteggere la propria immagine.
La cura (anche preventiva)
• coltiva la curiosità
• ascolta più di quanto parli
• lascia un buco d’aria per il dubbio
• considera che potresti non aver visto tutto
• cerca il dialogo che arricchisce entrambi
Sono antidoti semplici, ma potentissimi.
CONCLUSIONE GENERALE
La stupidità, per come la vedo, non è un insulto: è una condizione umana intermittente.
Una nebbia mentale che visita tutti.
A volte si manifesta come ingenuità che è saggezza; a volte come intelligenza che è rigidità.
La cosa più sensata è guardarla con ironia, pietà e precisione.
E ricordare che la differenza tra stupidi e intelligenti è minima: dipende da chi, ogni mattina, prende il volante della nostra mente.
A questo punto sdrammatizziamo. Un amico mi ha donato questo racconto. Lo ringrazio.
Al gran Convegn ad dla Sópa Mentàle
In quèl paés tra Mincio e bruma, ‘ndó l’aria la sa ad salàm e da storia, gh’era un óm, al Bàrtulo da Rivabianca, ch’l’era cunusùu par avér la testa che la ‘ndava a so mòod.
“L’è stùpid!”, disea la gent.
Ma lù, com’ na vacca dal Gonzaga, tirava dret e al rudava via.
Un dè, al Bàrtulo l’è sta in consiglio comunal, al famós Convegno de la Sópa Mentàla, ‘na riunion che la serviva par capì chi che sbaja, chi che ciàcola, e chi che ‘l se crede un sòcrates e invece l’è un bafardèl.
El sindich, al Menàrd, l’ha tacàa:
“Càr amis, oggi dovém dispùtar se la stupidità l’è ereditària, se la ‘riva dal fredd, o se basta un click su social par farla sbocciàr com’ le zuche d’istà.”
Tùti i sapienton, i dottór, i professorón, i cuminciaron a parlàr cun paròli tant gròssi che i parévan melòn ad Casàl.
“Cecità cognitiva!”
“Bias di conferma!”
“Dissonanza cognitiva applicata al soggetto agente!”
E al barista, che portava il caffè, ‘l sbadigliava in latino maccheronico:
“Uff, che brodùm de parolazzi… tantum ergo!”
Al Bàrtulo stava là, zìt, cun la so aria da sognadur ghe frega le nuvle che pasa.
Finìi i discùrs, al sindich l’ha dumandà:
“Al Bàrtulo, tè cat pari sèmpar cat dormi… cos’è, par té, la stupidità?”
E lù, pianin, al s’è alzàa.
Al se gratàa la testa, s’è guardàa atòrn e, cun quela so vos ad salàm còt, l’ha dit:
“Par mé, la stupidità l’è quànd che ta smèti de dì ‘forse g’ho mia capìi.’
Tót al rest l’è furgonàda.”
Silènzio.
Pareva d’èsar in cèsa.
Dòpo un minut, i dottòr, che prima fasevan i galli, i han tacàa a frugàr lè so carte come scolari colti in fallo.
Al professorón de psicologia, al dottor Manganèl, l’ha bisbigliàa:
“In effetti… scientificamente… sì… g’ha raśòn lü.”
Al sindich l’ha segnàa sul verbale:
“Bàrtulo: uno che par stupid, ma l’è la mente più fina del convegno.”
La gent, fòora, ridea:
“Vardél, l’è rivàa al filòsof!”
E al Bàrtulo, quand l’è tornàa a cà, l’ha det a la so dóna:
“Tüti i dì i me batesa da stupìd, ma a furia d’avér la pasiènsa e la lengua in scarsèla, me par de védar pu luntàn ad lór.”
La dóna l’ha rispost, in perfetto maccheronico folenghiano:
“Bàrtol amor meus, l’importantum est che tu non diventat stultissimus pure tu.”
E lù:
“Tranquila, Maria: quand me senti diventàr stupìd, me tegni un minutìn e dighi: Aspeta, che forse g’ho mia capìi…”
E cse, al paés, quand qualchedùnn fava na sparàda, la gent diseva ridénd:
“Fàa come al Bàrtulo: respìra, pensa, e dì che forse ta g’he mia capìi.”
E metà dli discussion, dli barufi e degli erori i svanirà com’ la bruma dal matìn.

Con il contributo di Assistenti digitali.