Etsi Deus non daretur

Origine della formula

L’espressione viene formulata da Ugo Grozio nei Prolegomena del De iure belli ac pacis (1625), il grande trattato che fonda il diritto internazionale moderno. Grozio scrive che il diritto naturale conserverebbe validità anche se si concedesse – per ipotesi blasfema – che Dio non esiste o non si occupa delle cose umane.

È decisivo capire il tono: non è una dichiarazione atea, ma un ragionamento ipotetico, quasi un esperimento mentale. Grozio stesso era credente e non intendeva affatto negare Dio. La sua preoccupazione era un’altra: come fondare norme comuni in un mondo lacerato dalle guerre di religione, dove cattolici e protestanti si combattevano invocando lo stesso Dio. L’Europa usciva devastata da conflitti teologici che avevano mostrato un paradosso insopportabile: Dio, invocato da tutti, non garantiva più la pace di nessuno.

Il contesto storico: la crisi dell’ordine cristiano

La formula nasce in un momento di crollo dell’unità religiosa dell’Occidente. Dopo la Riforma e le guerre confessionali, il riferimento a una verità teologica condivisa non poteva più fungere da base dell’ordine politico.

Qui sta la genialità di Grozio: se non possiamo più accordarci su Dio, proviamo almeno ad accordarci sull’uomo. Il diritto naturale viene così fondato su elementi ritenuti comuni a tutti: la razionalità, l’istinto di conservazione, la socialità, il senso di giustizia. In questo modo, lo Stato e il diritto vengono sottratti alla teologia e resi autonomi. Non contro la fede, ma indipendentemente dalla fede.

Il significato intrinseco della formula

Etsi Deus non daretur non dice: “Dio non esiste”. Dice invece: “Anche se Dio non fosse riconosciuto da tutti, il mondo umano non può dissolversi”. È una formula difensiva, non offensiva. Serve a impedire che il conflitto religioso distrugga la convivenza, fondare un minimo etico condivisibile, salvare il diritto dalla guerra delle verità assolute.

In questo senso, l’assioma è una scelta di modestia: rinunciare a fondare la politica sull’Assoluto per evitare che l’Assoluto venga usato come arma.

Gli interpreti e l’eredità

Nel tempo, quella che in Grozio era un’ipotesi prudenziale diventa una struttura portante della modernità. Pensatori diversi ne sviluppano gli esiti.

  • Hobbes radicalizza l’autonomia del politico;
  • Locke fonda la tolleranza;
  • Kant separa definitivamente morale, diritto e religione;
  • lo Stato liberale assume la neutralità confessionale come principio.

Col passare dei secoli, però, accade uno slittamento decisivo: ciò che era nato come “anche se” diventa “come se Dio fosse irrilevante”, e infine “come se Dio non fosse mai esistito”. L’ipotesi metodologica si trasforma lentamente in antropologia implicita.

Evoluzione storica e ambiguità

Per molto tempo l’assioma funziona. Produce risultati enormi: lo Stato di diritto, il pluralismo religioso, la libertà di coscienza, la distinzione tra potere politico e potere spirituale.

Ma porta con sé anche un rischio: se il diritto e la politica possono funzionare senza Dio, possono forse funzionare senza ogni trascendenza, senza limiti non negoziabili, senza un’idea forte di dignità.

È qui che, nel Novecento, molti iniziano a interrogarsi. Di fronte a queste domande:

  • quando la tecnica prende il posto della ragione morale,
  • quando il diritto diventa pura procedura,
  • quando la guerra torna “necessaria”,
  • quando il genocidio viene giustificato legalmente,

l’etsi Deus non daretur sembra aver perso la sua funzione originaria di protezione e aver aperto, involontariamente, la strada a un mondo perfettamente razionale e radicalmente disumano.

In sintesi

L’etsi Deus non daretur:

  • nasce come atto di salvezza della convivenza;
  • è una risposta alle guerre di religione;
  • fonda la modernità politica e giuridica;
  • non nega Dio, ma lo sospende per evitare che venga strumentalizzato;
  • col tempo, però, diventa una visione del mondo che rischia di fare dell’uomo l’unico giudice di tutto.

È da questa ambiguità storica che nasce, oggi, la domanda inversa: se quel principio non basta più, come ripensare il limite, la responsabilità e l’umano senza tornare indietro ma senza andare oltre l’uomo fino alla sua dissoluzione.

Prima di proseguire e soffermarci un attimo sulla vita di Grozio e le sue opere, per i cultori della lingua e della filosofia propongo una breve dissertazione.

Daretur. Quando una forma verbale diventa filosofia

Ci sono parole che non servono solo a dire qualcosa, ma a rendere possibile un mondo. Daretur è una di queste. Una forma verbale apparentemente minuta, nascosta nel latino di giuristi e filosofi, che però regge una delle svolte decisive della modernità. Qui la grammatica non è un ornamento: è già pensiero. Daretur deriva dal verbo dare, uno dei più antichi e fondamentali del latino. Dare non significa soltanto consegnare qualcosa, ma concedere, ammettere, attribuire. È il verbo della donazione e della concessione, ma anche dell’ipotesi accordata per poter ragionare insieme. Non a caso sarà proprio questa sfumatura a diventare decisiva nel pensiero giuridico moderno. Dal punto di vista grammaticale, daretur è una forma molto precisa: terza persona singolare, congiuntivo imperfetto, diatesi passiva. Non indica un fatto, ma una possibilità problematica; non afferma, ma sospende; non descrive la realtà, ma costruisce una condizione del pensiero. Letteralmente significa “fosse dato”, “si concedesse”, “si ammettesse”. Il soggetto non è espresso, perché ciò che conta non è chi agisce, ma che cosa viene assunto come dato. È qui che entra in gioco il congiuntivo imperfetto. In latino, questo tempo e modo non serve a raccontare ciò che è, ma a esplorare ciò che potrebbe essere ammesso anche se non lo è. Esprime ipotesi controfattuali, concessioni difficili, condizioni limite. Non dice “è così”, ma “mettiamo il caso che…”, “anche se si ammettesse che…”. È il tempo della prudenza razionale, non della proclamazione. Per questo l’espressione etsi Deus non daretur non significa affatto “Dio non esiste”. Questa è una traduzione rozza, filosoficamente scorretta. Il latino dice altro: “anche se si concedesse che Dio non fosse dato”. Non Dio in sé, ma Dio come dato condiviso, come presupposto pubblico, come fondamento riconosciuto da tutti. La differenza è enorme. Qui il passivo è decisivo. Daretur, non daret. Non “Dio non dà”, non “Dio non agisce”, ma “Dio non fosse dato”. Il problema non è l’esistenza di Dio, ma la sua funzione fondativa nello spazio comune. È una sospensione metodologica, non una negazione ontologica. Una scelta di metodo, non una professione di ateismo. È proprio questo che rende comprensibile il fatto, altrimenti paradossale, che Grozio potesse essere credente senza contraddirsi. Egli non espelle Dio dal mondo, ma lo sospende come base necessaria del diritto e della politica, per rendere possibile una convivenza in un’Europa lacerata dalle guerre di religione. Daretur apre uno spazio in cui gli uomini possono ancora parlarsi, anche quando non condividono più il cielo. In una sola parola convivono così tre movimenti concettuali fondamentali: l’ipotesi al posto della negazione, la concessione metodologica al posto della scelta metafisica, la sospensione al posto dell’eliminazione. Daretur non chiude il discorso su Dio; lo rende pensabile senza trasformarlo in arma. Per questo si può dire, senza enfasi, che dentro daretur c’è già tutta la modernità. Una modernità che nasce non dall’arroganza di chi pensa di poter fare a meno di tutto, ma dalla cautela di chi sa che, senza una sospensione condivisa, il mondo rischia di diventare impraticabile. Una singola forma verbale. Ma quando il linguaggio è preciso, una parola basta a fondare un’epoca.

Ugo Grozio, la sua vita, le sue opere

Parlare di Grozio significa entrare nel cantiere originario della modernità giuridica e politica, là dove il mondo europeo, stremato dalle guerre di religione, cerca faticosamente una nuova grammatica della convivenza. Grozio non è soltanto un giurista di straordinaria erudizione: è un uomo collocato su una faglia storica decisiva, sospeso tra un Medioevo che si dissolve e un’età moderna che ancora non sa darsi un volto, tra una cristianità lacerata e l’embrione di un ordine internazionale fondato non più sulla fede condivisa, ma su regole comuni.

Nato nel 1583 a Delft, nelle Province Unite, in una famiglia colta e protestante, Grozio appare fin da subito come un prodigio. A undici anni è già all’Università di Leida, a quindici accompagna una missione diplomatica in Francia, a sedici viene celebrato come uno degli intelletti più brillanti d’Europa. Ma la sua non sarà la vita protetta dell’accademico. Il suo tempo è un tempo feroce. L’Olanda è attraversata da un conflitto politico-religioso durissimo, che oppone il calvinismo più rigido e intransigente a una corrente più aperta, razionale e tollerante, i Remonstranti, seguaci del teologo olandese Jacobus Arminius. Grozio sceglie senza esitazioni questa seconda via. Difende la tolleranza religiosa, la supremazia del diritto civile sul fanatismo confessionale, l’idea che lo Stato non possa essere ostaggio di verità teologiche armate. Per questa scelta paga un prezzo altissimo. Nel 1618 viene arrestato, processato, condannato all’ergastolo e rinchiuso nel castello di Loevestein. È uno spartiacque esistenziale. La sua evasione, nel 1621, nascosto in una cassa di libri, è diventata leggendaria, non solo per l’audacia del gesto, ma per il suo valore simbolico: Grozio si salva letteralmente affidandosi ai libri, al pensiero, al diritto. Da quel momento vive in esilio, soprattutto a Parigi, dove scrive l’opera che lo renderà immortale. Morirà nel 1645, povero, stanco, ma ormai celebre in tutta Europa, riconosciuto come una delle menti che hanno tentato di dare ordine al caos.

Il suo capolavoro, pubblicato nel 1625, è il De iure belli ac pacis, Sul diritto della guerra e della pace. È uno dei testi più influenti dell’intera storia occidentale. In quelle pagine Grozio tenta qualcosa di inaudito: porre limiti giuridici alla guerra, sottrarla all’arbitrio dei sovrani, affermare che anche il conflitto armato deve sottostare a regole, che anche tra nemici esistono obblighi, che la forza non basta a fondare il diritto. Accanto a quest’opera si collocano altri scritti fondamentali, come il Mare liberum, che difende la libertà dei mari contro le pretese imperiali, e il De veritate religionis christianae, una difesa razionale del cristianesimo che mostra quanto Grozio non fosse affatto un pensatore antireligioso. Ma è nel De iure belli ac pacis che emerge il Grozio decisivo, quello che ancora ci interroga.

Il cuore del suo pensiero è insieme semplice e rivoluzionario: deve esistere un diritto valido anche quando non c’è accordo su Dio. È qui che nasce la celebre formula etsi Deus non daretur. Grozio non nega Dio, non lo espelle dalla storia, non lo riduce a superstizione. Fa qualcosa di più audace e più rischioso: libera il diritto dalla necessità di fondarsi su una verità religiosa condivisa, perché quella verità, nella sua epoca, è diventata causa di massacri, di guerre interminabili, di stermini compiuti in nome dell’assoluto. Il diritto naturale, per Grozio, si fonda sulla razionalità umana, sulla socialità naturale dell’uomo, sul principio che i patti vanno rispettati, sul limite alla violenza. È una risposta diretta alle guerre di religione: se Dio divide gli uomini, il diritto deve offrire uno spazio in cui possano ancora incontrarsi.

Da qui discendono anche le sue idee politiche. Grozio non è un rivoluzionario nel senso moderno del termine. È, piuttosto, un pensatore del limite. Crede che il potere non sia mai assoluto, che la guerra possa talvolta essere inevitabile ma non per questo priva di regole, che il sovrano sia soggetto al diritto e non al di sopra di esso, che la forza non crei il diritto ma, al massimo, lo violi. Con Grozio nasce il primo grande tentativo di pensare una comunità internazionale giuridica, non fondata sull’impero, sulla religione o sulla supremazia di un popolo, ma su norme condivise, su un minimo etico comune che consenta agli Stati di non precipitare nella barbarie.

La sua eredità è immensa. Grozio è considerato il padre del diritto internazionale, uno dei fondatori dello Stato moderno, un precursore dell’illuminismo giuridico. Senza di lui non avremmo il diritto dei trattati, la distinzione tra guerra giusta e guerra illegittima, l’idea che anche i conflitti debbano essere regolati. Ma la sua opera contiene anche un’ambiguità storica, che solo il tempo renderà visibile: l’autonomia del diritto dalla teologia, nata come scelta di salvezza, col tempo diventerà autonomia del diritto da ogni trascendenza, fino a ridursi a tecnica, procedura, strumento neutro del potere. È proprio da questa deriva che, secoli dopo, nasceranno le domande radicali di pensatori come Claudio Napoleoni e Raniero La Valle. Forse ne parleremo.

Ugo Grozio non voleva cacciare Dio dalla storia. Voleva salvare l’uomo dal massacro compiuto in nome di Dio. Il fatto che oggi ci si chieda se la sua scommessa regga ancora non lo smentisce. Al contrario, mostra quanto fosse profonda, coraggiosa e rischiosa. E quanto, ancora oggi, siamo suoi debitori.

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