Marwan Barghouti

L’incontro della moglie con una delegazione della CGIL

Da oltre vent’anni Marwan Barghouti vive rinchiuso in una prigione israeliana. È detenuto dal 2002, condannato all’ergastolo da un tribunale israeliano con l’accusa di coinvolgimento in atti di violenza durante la seconda Intifada. Da allora, la sua figura non è scomparsa: al contrario, ha continuato a crescere, fino a diventare uno dei nomi più riconosciuti e controversi della politica palestinese contemporanea. Barghouti non è un leader armato nel senso classico del termine, né un ideologo religioso. È un dirigente politico laico, formatosi dentro Fatah, cresciuto nell’esperienza dell’occupazione, passato attraverso le speranze degli Accordi di Oslo e poi attraverso il loro fallimento. È proprio questo percorso, segnato da illusioni infrante e scelte drammatiche, a renderlo una figura difficile da incasellare e, per questo, centrale.

Un leader nato dall’occupazione

Nato nel 1959 a Kobar, in Cisgiordania, Barghouti conosce il carcere israeliano già da giovanissimo. Viene arrestato per la prima volta a diciott’anni. Studia, si laurea, parla correntemente ebraico, conosce a fondo la società israeliana. Negli anni Novanta è uno dei sostenitori del processo di pace, convinto che la soluzione dei due Stati possa rappresentare una via d’uscita da una storia di sangue. Quando Oslo si arena e l’occupazione non solo continua ma si irrigidisce, Barghouti diventa una delle voci più ascoltate della seconda Intifada. Non è un capo militare nel senso stretto, ma un dirigente politico che si muove in un contesto in cui la distinzione tra politica e violenza si fa sempre più labile. Il suo arresto nel 2002 avviene durante un’operazione militare israeliana a Ramallah. Il processo che segue è rifiutato da Barghouti, che non riconosce la legittimità della corte che lo giudica. Da allora, la sua cella diventa il suo unico spazio politico.

Il carcere come luogo di resistenza

La prigionia di Marwan Barghouti non è solo una condizione fisica, ma una forma di esistenza politica. In carcere scrive, studia, interviene nel dibattito palestinese, promuove unità tra le diverse fazioni. Più volte è stato protagonista di scioperi della fame collettivi dei prigionieri palestinesi, rivendicando condizioni di detenzione dignitose e il rispetto dei diritti fondamentali. Per molti palestinesi, Barghouti rappresenta una leadership possibile perché unisce tre elementi rari: radicamento popolare, riconoscimento trasversale e assenza di compromissione diretta con il potere corrotto dell’Autorità Nazionale Palestinese. I sondaggi, negli anni, lo hanno spesso indicato come il candidato più forte in eventuali elezioni presidenziali palestinesi, anche – e forse soprattutto – mentre era in carcere. Non a caso, il suo nome viene spesso accostato a quello di Nelson Mandela. Non per una facile analogia retorica, ma perché, come Mandela, Barghouti è diventato un leader attraverso la prigione, non nonostante essa.

Fadwa Barghouti: l’amore che attraversa le sbarre

Accanto a lui, da sempre, c’è Fadwa Barghouti, sua moglie. Avvocata, madre, attivista, Fadwa Barghouti è la voce che da vent’anni tiene insieme la dimensione privata e quella pubblica della vicenda del marito. Ha cresciuto i figli in assenza del padre, ha attraversato perquisizioni, restrizioni, umiliazioni, senza mai trasformare il dolore in odio. Il loro è un amore sobrio, resistente, fatto di visite rare, di lettere, di attese interminabili. Un amore che non chiede pietà, ma riconoscimento. Fadwa non parla solo come moglie: parla come giurista, come cittadina palestinese, come donna che rivendica il diritto alla dignità, anche nella sconfitta.

L’incontro con la CGIL: un gesto politico e simbolico

Nei giorni scorsi, Fadwa Barghouti è stata ricevuta a Roma da una delegazione della CGIL. Non si è trattato di un incontro formale o protocollare, ma di un gesto politico preciso: riportare al centro dell’attenzione europea la questione dei prigionieri palestinesi e, con essa, il destino di Marwan Barghouti. In un tempo in cui la parola “Palestina” viene spesso ridotta a slogan o a emergenza umanitaria, l’incontro con la CGIL ha avuto un significato diverso: ha riconosciuto la dimensione politica del conflitto e la necessità di interlocutori credibili per un futuro diverso. Parlare di Barghouti non significa giustificare la violenza; significa riconoscere che senza rappresentanti legittimati dal loro popolo non esiste alcuna prospettiva di pace.

Perché Barghouti conta ancora, perché è una figura importante

Marwan Barghouti conta perché è vivo, perché è credibile, perché non ha mai smesso di parlare di unità, di autodeterminazione, di diritti. Conta perché è prigioniero e, proprio per questo, non può essere accusato di aver governato male, di aver tradito, di essersi arricchito. Conta perché rappresenta una Palestina possibile, non rassegnata né fanatizzata. La sua liberazione non sarebbe un gesto umanitario, ma un atto politico di grande portata. Non garantirebbe la pace, ma restituirebbe al conflitto una dimensione negoziabile. Per questo la sua figura è temuta da molti e sperata da altri.

Un uomo, una storia, una domanda aperta

Marwan Barghouti è un uomo in prigione. Ma è anche una domanda aperta rivolta al mondo: può esistere una pace senza giustizia? Può esistere una giustizia senza riconoscimento politico? Può una democrazia dirsi tale se ignora milioni di persone private dei diritti fondamentali? Finché Barghouti resterà dietro le sbarre, questa domanda resterà inevasa. E con essa resterà sospesa una parte della coscienza del nostro tempo.

Ho scritto queste righe anche in ricordo dei miei amici Palestinesi che ho conosciuto nella vita.

Tempora bona venient. Sumud.

Vi ho voluto immaginare sorridenti, felici, come spero possiate tornare ad essere. Con tutto il cuore.

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