Il pensiero di don Luigi Ciotti e del cardinale Roberto Repole
In un tempo segnato da scontri, semplificazioni, paure e risposte sempre più affidate al linguaggio della forza, due voci autorevoli del mondo civile ed ecclesiale italiano hanno scelto una strada diversa. Non quella dell’assoluzione facile, ma nemmeno quella della repressione cieca. Hanno scelto la via più difficile: capire, distinguere, ricucire.
Sono le voci di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, e del Cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e Susa. Due percorsi diversi, ma una sorprendente convergenza di sguardo: la convinzione che la violenza non si combatte moltiplicandola, che la sicurezza non nasce dalla sola punizione, e che la città non si governa senza giustizia sociale.
Don Luigi Ciotti: la violenza istituzionale che non fa rumore
Nel suo intervento pubblicato su La Stampa – Torino il 5 febbraio 2026, don Ciotti usa parole nette, mai urlate. Parte da un dato di fatto: gli scontri avvenuti a Torino hanno oscurato, nel racconto pubblico, le ragioni profonde che avevano portato migliaia di persone in piazza.
Scrive:
«Due ore di scontri e di violenze hanno cancellato mesi e mesi di dialogo fra sostenitori di Askatasuna e istituzioni. Un dialogo faticoso, ma sentito, per cercare risposte sociali e legali ai bisogni di luoghi e persone».
Qui c’è già un primo nodo: la sproporzione tra il fatto e la narrazione. Un episodio grave, ma circoscritto, diventa il pretesto per rimuovere tutto il resto: le istanze sociali, il lavoro paziente, le fragilità strutturali.
Don Ciotti introduce allora un concetto decisivo, spesso assente dal dibattito politico: «Disuguaglianze e precarietà sono violenze istituzionali».
Non si tratta di un’espressione retorica. È una tesi precisa: quando una società produce povertà, marginalità, esclusione, sta già esercitando una forma di violenza, anche se non usa manganelli. E quando a questa violenza strutturale si risponde solo con strumenti repressivi, il conflitto non si risolve: si incista.
Colpisce il passaggio in cui Ciotti prende posizione anche rispetto alle forze dell’ordine:
«Mi addolora che le forze di polizia siano considerate, da chi le aggredisce, una difesa del potere anziché della democrazia. Ma mi addolora ancora di più che spesso vengano inviate in prima linea contro fragilità sociali che avrebbero bisogno di risposte politiche, non di repressione».
Qui non c’è indulgenza verso la violenza. C’è distinzione, parola chiave del suo pensiero. Distinzione tra responsabilità individuali e cause sistemiche. Distinzione tra tutela dell’ordine pubblico e gestione del disagio sociale.
La conclusione è esplicita: «La repressione non spegne i conflitti, li rincuora. Non risolve i problemi, ma ne crea di nuovi».
Il cardinale Roberto Repole: la città da ricucire
Pochi giorni prima, in un’intervista a La Stampa del 2 febbraio 2026, il cardinale Repole aveva scelto un’immagine forte e antica: la città come tessuto da ricucire.
«Torino non è una città violenta. È una grande capitale della carità e della solidarietà sociale. Ma può essere sfregiata se lasciamo che il linguaggio e i gesti della violenza diventino dominanti».
Repole non nega la gravità degli scontri. Li definisce senza esitazioni: «La guerriglia è una ferita da ricucire.»
Ma rifiuta con decisione l’equazione, oggi diffusissima, tra violenza di alcuni e delegittimazione di molti. Il suo appello è al discernimento, parola centrale nella tradizione cristiana ma anche nella democrazia costituzionale: «Dobbiamo denunciare con forza chi ha scatenato la violenza, ma insieme avere un’attenzione profonda per le radici delle sofferenze del nostro tempo. Non confondendo le frange violente con le migliaia di persone che manifestano pacificamente».
Il cardinale individua un altro pericolo, meno visibile ma più insidioso: «C’è una degenerazione dei linguaggi, prima ancora che dei gesti. Una cultura della violenza che precede l’atto violento».
E qui il suo sguardo si allarga: social network, retorica politica, semplificazioni mediatiche. Tutto concorre a creare un clima in cui la punizione appare l’unica risposta possibile, mentre il lavoro sociale, educativo, culturale viene derubricato a ingenuità.
Repole insiste su un punto che dialoga profondamente con il pensiero di Ciotti: «Non possiamo dire che ogni atto di violenza sia bandito se non offriamo alternative reali. La pace non è solo assenza di conflitto: è giustizia sociale, è riconoscimento, è possibilità di futuro».
E conclude richiamando una tradizione spesso dimenticata: «La risposta, come insegna Leone XIV, è una pace disarmata e disarmante, orientata alla riconciliazione».
Una convergenza che interpella la politica
Don Ciotti e il cardinale Repole non parlano da ingenui. Conoscono il male, la criminalità, la violenza vera. Conoscono bene Torino e la sua gente. Ma proprio per questo rifiutano l’idea che la libertà possa essere ridotta a un problema di ordine pubblico, o che la sicurezza possa essere garantita comprimendo diritti e spazi.
Il loro messaggio, letto insieme, è chiaro: la violenza va condannata senza ambiguità; la società che produce esclusione non può chiamarsi fuori; la repressione senza giustizia sociale è sterile; il carcere, la punizione, la privazione della libertà non possono diventare l’unico orizzonte; la democrazia vive di conflitto regolato, non di conflitto schiacciato.
Scoperchiare la pentola
“Scoperchiare la pentola” significa dire ciò che spesso resta implicito: esistono strade percorribili oltre la violenza. Strade faticose, lente, impopolari. Ma reali. Sono le strade del dialogo sociale, della mediazione, della responsabilità condivisa, dell’investimento nei territori, nei giovani, nei luoghi di aggregazione. Strade che non assolvono chi sbaglia, ma non criminalizzano un’intera domanda di senso e di giustizia. In tempi in cui la parola “sicurezza” rischia di diventare sinonimo di chiusura, le voci di don Ciotti e del cardinale Repole ricordano una verità semplice e radicale:
non c’è sicurezza senza giustizia,
non c’è ordine senza dignità,
non c’è pace senza riconoscimento dell’altro.
Dare voce a queste due figure impegnate ogni giorno nel sociale ci può essere d’aiuto.
Riflettere sulle loro esperienze e sulla lettura che fanno dei fatti ci porta a capire ed agire.

immagine creata con IA