La novella è la VII nella VI giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio racconta che nella città di Prato, la quale abbondava di zelo quando si trattava di punire e di indulgenza quando conveniva a chi comandava, era stata stabilita una legge durissima: ogni donna sorpresa in adulterio doveva essere arsa viva, senza appello né misericordia.
Legge solenne, scritta con parole gravi e inflessibili, come sogliono essere quelle che nascono non dall’amore della giustizia, ma dalla paura di perdere il controllo. A farla rispettare erano pronti in molti, specie coloro che, essendo uomini e potenti, non correvano alcun rischio di subirla. Così la legge, che diceva di difendere il buon costume, finiva soprattutto per difendere l’ordine delle cose e l’orgoglio maschile, lasciando intatti i privilegi di chi l’aveva voluta.
Accadde allora che Madonna Filippa, donna avvenente e di grande spirito, venisse colta in flagrante dal marito. Costui, più offeso nel suo amor proprio che realmente danneggiato, vide subito nella legge non un rimedio, ma un’ottima occasione: non per ristabilire giustizia, bensì per umiliare e distruggere. La denunciò dunque, invocando la norma con il fervore di chi chiama il potere in soccorso dei propri risentimenti.
Molti, al posto di Madonna Filippa, sarebbero fuggiti. E nessuno li avrebbe biasimati. Ma lei no. Ella comprese che fuggire avrebbe dato ragione alla legge, mentre presentarsi avrebbe potuto smascherarla. Si recò quindi in tribunale, davanti ai giudici e al popolo, senza veli di pianto né finzioni di modestia. Confessò apertamente l’adulterio, togliendo alla politica il piacere di accusare e alla legge quello di fingersi sorpresa. Poi, con parole chiare e affilate come coltelli ben temperati, cominciò la sua requisitoria. Domandò anzitutto se quella legge fosse stata stabilita con il consenso di tutti o soltanto per volontà di alcuni. E poiché nessuno poté dire il contrario, aggiunse che una legge che colpisce solo una parte dei cittadini non è giusta, ma faziosa. Chiese poi perché l’uomo adultero non venisse punito allo stesso modo, e perché il peccato, se davvero tale era, cambiasse peso a seconda di chi lo commetteva. Infine, con un sorriso che fece mormorare la folla, osservò che lei non aveva tolto nulla al marito: gli aveva dato ciò che gli era dovuto e aveva donato ad altri solo ciò che avanzava. Se dunque non vi era stato danno, perché tanto furore? Forse che la legge serviva a difendere la giustizia o piuttosto a saziare l’ira e la vanità di chi l’aveva scritta?
A quelle parole il popolo rise, perché la verità, quando è detta bene, ha sempre qualcosa di comico per chi la riconosce. I giudici, che fino a quel momento avevano tenuto la faccia severa del potere, cominciarono a guardarsi l’un l’altro, come uomini colti sul fatto.
La sentenza fu inevitabile: Madonna Filippa venne assolta. E la legge, che poco prima pareva eterna e sacra, fu mutata. Non perché chi governava fosse diventato improvvisamente virtuoso, ma perché era stato costretto a riconoscere il proprio ridicolo.
Così Boccaccio mostra che talvolta la giustizia non trionfa con la forza, ma con l’intelligenza, e che la politica, quando tenta di piegare il diritto ai propri desideri, teme più il riso che la ribellione.
Chiosa
Boccaccio non distrugge la legge: la espone alla luce, come si fa con le cose che non reggono lo sguardo. E ci insegna che quando il potere chiama “morale” ciò che serve solo a comandare, basta una donna di senno perché la giustizia, finalmente, si metta a ridere.
