Il senso comune in Gramsci 

Il “senso comune” è uno dei concetti più importanti nel pensiero di Antonio Gramsci. Per cercare di capirlo sono partito da alcuni studi e letture che mi hanno permesso di arrivare a un punto che ritengo fondamentale: per Gramsci il senso comune non coincide con ciò che nella lingua corrente chiamiamo “buon senso”, ma è un insieme, non sempre ordinato, di idee, credenze, abitudini mentali e convinzioni che le persone assorbono dalla società in cui vivono. Per Gramsci il senso comune è la filosofia spontanea delle masse. Ogni persona, anche senza aver studiato filosofia, possiede una visione del mondo fatta di frasi sentite dire, credenze religiose, proverbi o convinzioni popolari, opinioni diffuse dalla stampa, dalla politica e dalla cultura dominante, tradizioni culturali locali e luoghi comuni. Insomma, un insieme molto ampio di elementi culturali. Tutto questo forma una miscela di idee, spesso contraddittorie tra loro, senza che ce ne rendiamo conto. 

Gramsci scrive nei Quaderni del carcere che il senso comune è “la concezione del mondo più diffusa e meno coerente”, quindi una filosofia implicita, non sistematica. Qui sta la sua grande intuizione: il potere non si mantiene solo con la forza o con le leggi, ma anche attraverso le idee che diventano senso comune. Quando una certa visione del mondo diventa senso comune, le persone la accettano come naturale, ovvia, inevitabile. Esempi semplici possono essere affermazioni come: “Il mercato finanziario sa sempre cosa è meglio”, “La politica non cambia nulla”, “I poveri sono poveri perché non si impegnano”. Se queste idee diventano senso comune, il sistema sociale si rafforza da solo, perché le persone lo considerano normale. Questo è il cuore della teoria dell’egemonia culturale elaborata da Gramsci. 

Per Gramsci le classi dominanti mantengono il potere anche perché riescono a influenzare il senso comune. Lo fanno attraverso istituzioni e strumenti culturali come la scuola, la stampa, alcune forme di religiosità, la produzione culturale e il linguaggio quotidiano. Oggi potremmo aggiungere anche la televisione, i media digitali e i social network. Quando questi mezzi diffondono certe idee, esse penetrano nella vita quotidiana e diventano un modo naturale di pensare. Il potere diventa quindi consenso, non solo coercizione. 

Gramsci però non disprezza il senso comune. Dice una cosa molto interessante: dentro il senso comune esiste anche un nucleo di verità, che lui chiama “buon senso”. Scrive nei Quaderni del carcere

«Il senso comune non è qualcosa di rigido e immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nell’uso comune. Nel senso comune esiste un nucleo sano di buon senso che merita di essere sviluppato e reso coerente.»  

Il buon senso nasce dall’esperienza concreta delle persone, dall’intuizione morale e dalla percezione delle ingiustizie reali. Il compito degli intellettuali e della politica, secondo Gramsci, è trasformare il senso comune confuso in buon senso critico. Cioè chiarire le contraddizioni, dare coerenza alle intuizioni popolari e costruire una visione del mondo più consapevole. 

Per Gramsci ogni trasformazione politica passa attraverso una trasformazione culturale. Gli intellettuali devono aiutare la società a comprendere sé stessa, superare i luoghi comuni ed elaborare una visione più critica della realtà. Questo è il lavoro che egli chiama “riforma intellettuale e morale”. Non basta cambiare i governi: bisogna cambiare il senso comune della società. 

Una delle idee più profonde dei Quaderni del carcere è questa: “Ogni uomo è filosofo.” Cioè tutti possiedono una concezione del mondo. La questione è renderla consapevole e critica, invece di lasciarla allo stato confuso del senso comune. 

Il concetto di senso comune è oggi molto utilizzato per comprendere la comunicazione politica, la propaganda, il ruolo dei media, il populismo e la costruzione delle narrazioni pubbliche. Molte battaglie politiche contemporanee non si combattono solo nelle istituzioni, ma nel campo del senso comune. Chi riesce a definire ciò che appare normale, ovvio e naturale ha già vinto una parte importante della partita. 

Differenza tra senso comune e ideologia 

A prima vista sembrano la stessa cosa, ma per Gramsci non lo sono. L’ideologia è una costruzione teorica più o meno sistematica: è l’insieme di idee che una classe sociale elabora per interpretare il mondo e difendere i propri interessi. Per esempio, il liberalismo, il socialismo, il nazionalismo o il conservatorismo sono sistemi di pensiero relativamente coerenti. 

Il senso comune, invece, è ciò che rimane quando queste idee entrano nella vita quotidiana delle persone. È una versione semplificata, frammentaria e spesso contraddittoria delle ideologie. Nel senso comune convivono senza difficoltà idee tra loro opposte. Per esempio, una persona può pensare contemporaneamente: “Lo Stato non deve intervenire nell’economia” e “Però dovrebbe difendere il lavoro e le fabbriche”. Oppure: “La libertà è importante” e “Però serve un uomo forte che metta ordine”. 

Questo accade perché il senso comune non è un sistema logico, ma una stratificazione storica di idee. Gramsci lo descrive come un sedimento di epoche diverse: religione, tradizioni popolari, filosofia, propaganda politica ed esperienze personali. Tutto si mescola e forma quella concezione del mondo diffusa e poco coerente che egli chiama senso comune. 

E la politica? 

Qui tocchiamo il cuore della teoria gramsciana dell’egemonia culturale. Per Gramsci una classe dirigente non governa solo con il potere economico o con la forza dello Stato. Governa soprattutto perché riesce a far apparire naturale e ovvio il proprio modo di vedere il mondo. Quando una visione diventa senso comune, non sembra più una scelta politica. Sembra la realtà stessa

Esempio storico. Nel XIX secolo diventò senso comune l’idea che il mercato fosse la forma naturale dell’economia, la proprietà privata fosse intoccabile, la gerarchia sociale fosse inevitabile. Queste idee non erano neutre: erano idee borghesi diventate senso comune. Per Gramsci quindi la politica non è solo una battaglia elettorale. È una battaglia molto più profonda: la battaglia per definire ciò che le persone considerano normale. Chi conquista il senso comune conquista il consenso sociale. Gramsci non pensa che il senso comune sia immutabile. Al contrario: cambia nella storia. Ma non cambia spontaneamente. Cambia attraverso un lavoro culturale lungo. Questo lavoro coinvolge tre elementi fondamentali. 

Gli intellettuali 

Per Gramsci ogni classe sociale produce i propri intellettuali. Non sono solo professori o scrittori. Possono essere anche giornalisti, insegnanti, dirigenti sindacali, organizzatori politici, artisti, divulgatori. Il loro compito è trasformare le esperienze delle persone in coscienza critica

Le istituzioni culturali 

Il senso comune si forma in molti luoghi, tipo scuola, chiesa, università, cinema, leggendo giornali, guardando la televisione, studiando letteratura, imparando un linguaggio politico. Per questo Gramsci parla di società civile come campo decisivo della lotta politica. 

L’esperienza concreta delle persone 

Un nuovo senso comune non nasce solo da teorie. Nasce quando le idee riescono a interpretare la vita reale delle persone. Se una teoria resta astratta non diventa senso comune. Diventa senso comune solo quando le persone riconoscono in essa la spiegazione della propria esperienza

Una intuizione 

Gramsci capì una cosa che oggi appare quasi profetica: le grandi trasformazioni politiche avvengono prima nella cultura e poi nelle istituzioni. Prima cambia il modo in cui le persone pensano il mondo. Poi cambiano i governi. Per questo scrive che la politica è anche una “guerra di posizione” dentro la società. Non solo nelle piazze o nei parlamenti, ma nelle scuole, nei giornali, nei libri, nella lingua, nella cultura quotidiana. 

E oggi? 

Molti studiosi che si sono confrontati con il pensiero di Antonio Gramsci osservano che negli ultimi decenni il terreno del senso comune è stato occupato soprattutto da forze politiche conservatrici o di destra. Questo non significa necessariamente che abbiano sempre il controllo delle istituzioni culturali tradizionali. Significa qualcosa di diverso: riescono spesso a parlare il linguaggio del senso comune quotidiano. Il senso comune è fatto di percezioni immediate che lo alimentano: sicurezza, lavoro, identità, paura del declino, diffidenza verso le élite, desiderio di ordine, richiesta di protezione. Chi riesce a tradurre queste percezioni in un racconto politico semplice conquista una grande parte del consenso. Molte forze di destra hanno costruito la loro egemonia su alcune idee diventate ormai largamente condivise nel dibattito pubblico. Per esempio, che lo Stato sia inefficiente, che la politica sia distante dalla vita reale, che le istituzioni sovranazionali limitino la sovranità nazionale, che l’immigrazione sia una minaccia sociale, che la sicurezza venga prima di altri diritti. Quando queste idee diventano senso comune, non sono più percepite come opinioni politiche, ma come evidenze. Ed è qui che l’intuizione di Gramsci si dimostra sorprendentemente attuale: la politica non si vince soltanto nelle urne, ma nella costruzione di ciò che le persone percepiscono come ovvio e naturale

Molti osservatori sostengono che una parte della sinistra europea abbia progressivamente perso questo terreno. In alcuni casi si è concentrata più su elaborazioni teoriche o istituzionali, faticando a tradurre il proprio linguaggio nel registro del senso comune popolare. Questo non è un giudizio morale, ma una dinamica politica che diversi studiosi hanno evidenziato: quando una forza politica non riesce più a influenzare il senso comune, perde una parte decisiva della propria capacità egemonica. 

Chiosa 

Il concetto di senso comune elaborato da Gramsci resta uno degli strumenti più potenti per comprendere la politica moderna. Esso ci ricorda alcune verità fondamentali.  

La prima è che tutti gli esseri umani possiedono una concezione del mondo, anche se non sistematica. Nessuno è privo di filosofia: ognuno la esprime attraverso il proprio modo di pensare la società, la giustizia, il potere, il lavoro.  

La seconda è che le idee non vivono solo nei libri o nelle università. Vivono soprattutto nella vita quotidiana, nelle parole che usiamo, nei giudizi che consideriamo ovvi, nelle convinzioni che ci sembrano naturali. 

La terza è che la politica non è soltanto amministrazione o competizione elettorale. È anche, e forse soprattutto, una battaglia culturale per orientare il senso comune di una società. 

Per questo Gramsci insisteva su un compito fondamentale: trasformare il senso comune confuso in buon senso critico, cioè in una consapevolezza più lucida della realtà. 

In fondo, dietro questa riflessione si nasconde una grande fiducia nell’intelligenza collettiva. Le persone non sono semplicemente destinatari passivi della politica. Possono diventare protagoniste di una comprensione più profonda del mondo in cui vivono. Ed è proprio da questa consapevolezza, secondo Gramsci, che può nascere ogni autentico processo di trasformazione civile e democratica. 

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