Pensierini dopo il voto

Quando ero alle elementari la mia maestra mi ha insegnato a scrivere i pensierini. Erano autentici, primitivi, ne ero orgoglioso. Ancora oggi mi metto qui a riflettere, a caldo, sul referendum del 2026 che resterà nella storia. Un giorno memorabile, che peserà. Non perché tutto cambierà, ma perché comprendiamo meglio quanto poco mancasse che cambiasse tutto. Il referendum sulla riforma della magistratura ha detto no, e quel no ha il sapore di qualcosa di diverso da una vittoria su un quesito tecnico: ha il sapore di un Paese che si è mosso, ha reagito, ha detto basta — e lo ha potuto fare perché esistono istituti come il referendum e come la Costituzione italiana.

Non temevo solo la cancellazione della scrittura originale di sette articoli della Costituzione. Temevo il lasciapassare. Temevo il segnale che il sì avrebbe mandato: che si potesse, con una maggioranza di governo, travolgere ogni paletto costituzionale, ogni limite allo strapotere, ogni argine costruito con fatica da chi aveva visto cosa accade quando quegli argini non ci sono. La posta in gioco era altissima, e non tutti erano disposti ad ammetterlo, non tutti lo hanno compreso.

In tanti ci siamo dati da fare — io con i miei limiti, altri con ben più strumenti e impegno — per cercare di spiegare le problematiche in gioco: gli effetti sul sistema della magistratura, l’inefficacia delle soluzioni proposte, i danni futuri che avrebbero inciso sull’indipendenza dei poteri fissata dalla Costituzione. Lo abbiamo scritto, argomentato, ripetuto. Ma non c’era la sicurezza di riuscire a farci capire da tutti. Il timore era che il frastuono assordante delle grida coprisse le ragioni del no, che il dibattito scadesse — come in parte è accaduto — in polemiche sterili, in un referendum pro o contro un governo, dimenticando la sostanza. Si è andati spesso oltre i limiti del rispetto, della decenza, della verità. Pur di sostenere un impianto traballante si sono trovati motivi, esempi, narrazioni senza alcuna attinenza con la materia da discutere.

Eppure il no ha vinto. Non i partiti, non i leader, non le coalizioni — che spesso si sono presentati con l’imbarazzo di chi arriva in ritardo a un appuntamento urgente. Hanno contribuito in maniera determinante le ragazze e i ragazzi. I giovani che hanno creduto, che hanno avuto entusiasmo vero, che si sono organizzati, sono saliti sui treni, e hanno portato i numeri senza i quali il 51% non si raggiungeva. Una partecipazione — quasi il 60% — che ha stupito anche i più ottimisti, e che ha avuto una qualità diversa dalle elezioni ordinarie: sembra che molti di quelli che votano regolarmente alle politiche siano rimasti a casa, e molti di quelli che di solito non votano siano andati alle urne. Cittadini che sfuggono ai radar, che non si riconoscono nei partiti e non si posizionano sull’asse destra-sinistra, ma che quando avvertono il pericolo scattano — come diceva Galvani della sua rana — con un riflesso di sopravvivenza democratica.

A questi ragazzi, insieme alle donne — che hanno dato un contributo determinante, ancora una volta sottovalutato — deve essere affidato il futuro. Non in senso retorico. In senso politico concreto: più potere ai giovani e alle donne. Più spazio nelle liste, nelle decisioni, nelle stanze dove si governa.

Ma bisogna dirlo chiaramente: non abbiamo vinto niente. Si vince non quando si raggiunge una percentuale, ma quando si risolvono i problemi. I partiti vincono non quando ottengono una maggioranza, ma quando rispondono alle domande dei cittadini, fanno le parti uguali a tavola, fanno pagare a tutti il costo di mantenere uno Stato degno di questo nome. Il giorno dopo il referendum, la realtà è rimasta quella di prima. Resta un’occupazione del potere da parte di chi pensa di esserne il padrone. Restano persone che pensano a riscrivere la storia, a recuperare discorsi e simboli di un passato che credevamo sepolto. Restano — ed è la cosa che mi spaventa di più — quelli che pensano alla vendetta.

Questa è la verità che ogni commentatore onesto deve riconoscere: la vittoria del no è soprattutto un grande pericolo scampato. Avremmo avuto un assetto della magistratura peggiore, con meno spazio per le garanzie. Secondo una lettura ampiamente condivisa da giuristi e costituzionalisti, i pubblici ministeri sarebbero finiti nell’orbita del potere esecutivo. Ma quello che ci ritroviamo intatto non è certo un sistema giudiziario di cui essere soddisfatti. La giustizia italiana è una casa malridotta — e le carceri ne sono la cantina degli orrori. L’abbiamo salvata dall’incendio, ma va sistemata immediatamente. Sono contento del risultato, con un sollievo autentico. Ma non si dissolve la domanda penosa che non mi dà pace: come si è potuti arrivare fin qui? Come si è potuto costruire un progetto politico fondato sulla messa in crisi del sistema costituzionale, e trovare consensi, voti, sostegno che sembravano maggioranza? I sostenitori del sì erano convinti di stravincere. Gli anticorpi democratici stavolta hanno funzionato. Mai erano stati messi alla prova così duramente. Il risultato, a una prima lettura, non lascia dubbi: questo voto conferma che la destra di governo non ha la maggioranza reale nel Paese su questioni costituzionali fondamentali. Non l’aveva quando vinse le elezioni, grazie soprattutto alle divisioni di chi le si opponeva. Non ce l’ha adesso, dopo anni di prova di governo, e nonostante pezzi del centrosinistra abbiano inspiegabilmente sostenuto il sì.

Ma questa consapevolezza consegna anche una grande responsabilità a chi sta all’opposizione. La sconfitta degli avversari non è un alloro di cui fregiarsi spensieratamente. Non dimentichiamo la timidezza con cui certi partiti hanno voluto affrontare la campagna referendaria. Non dimentichiamo che l’iniziativa di raccogliere le firme — senza le quali avremmo votato ben prima, forse in condizioni peggiori — non è partita dai partiti del centrosinistra, ma da un gruppo di cittadini. Non è affatto scontato che questa mobilitazione sia ripetibile senza un lavoro serio, quotidiano, fatto di coerenza e di fiducia ricostruita. I cittadini hanno dimostrato di saper rispondere quando la minaccia è visibile e il voto è un’arma. Ma hanno bisogno di molte prove, di fatti concreti, prima di fidarsi di chi li dovrebbe rappresentare in Parlamento.

Ho sempre creduto che nella lotta politica le ragioni non stiano sempre da una parte sola, e di avere l’obbligo morale di conoscere e leggere anche le ragioni della parte avversaria. Lo credo ancora. Ma ci sono momenti in cui le ragioni da contrastare sono talmente deboli — o talmente mal costruite — da non meritare un’accoglienza benevola. Questa riforma era una di quelle. Nonostante fosse sostenuta con forza e con parecchi interessi convergenti alle spalle, è stata sconfitta proprio perché — come è già accaduto nel 2006 contro la devolution leghista e nel 2016 contro la riforma Renzi — la maggioranza silenziosa ma vigile degli italiani sa riconoscere, quando la pressione si fa insopportabile, il punto oltre il quale non si torna indietro. E sa dire no.

Adesso bisogna lavorare. Non festeggiare a lungo — un giorno, forse, ma non di più. Bisogna lavorare per risolvere i mali reali che esistono anche nella magistratura: il sistema correntizio, la ricerca del potere interno, il funzionamento del CSM, il bisogno di salvaguardare sempre l’etica nell’amministrazione della giustizia, la trasparenza che sola può togliere i dubbi sulla legalità. Bisogna lavorare perché i giovani che sono andati a votare trovino qualcosa in cui credere anche domani, quando non ci sarà una scheda da depositare nell’urna ma una classe politica da giudicare ogni giorno. E bisogna lavorare — tutti noi, non solo i partiti — perché la prossima volta in cui qualcuno si illuderà di poter riscrivere le regole del gioco, il no arrivi più forte, più pronto, più consapevole, magari preventivo. Tempora bona venient. Ma non vengono da soli.

2 pensieri riguardo “Pensierini dopo il voto

  1. Ciao a tutti, anch’io sinceramente non avevo troppe speranze, anche perché i problemi per lavoratori e pensionati erano questi si, ma anche ben altri.
    Riconosco che questa volta i ragazzi poco più maggiorenni hanno detto la loro, forse stanchi di essere screditati come persone che non sanno cosa vogliono. Questa volta sono stati molto più grandi di coloro che avrebbero accettato il cambiamento della giustizia.
    Dobbiamo cercare queste persone, dando a lodo fiducia, chiedendo di essere partecipi alle scelte che dovremmo mettere in cantiere, a breve scadenza
    Per il prossimo futuro abbiamo necessariamente bisogno di tutte le persone con voglia di fare e con i valori che contano, sui giovani questa volta ci dobbiamo puntare, grazie

  2. Concordo pienamente quanto hai scritto e aggiungo che la Costituzione è stata scritta con il sangue di un milione di morti e i Padri e le Madri Costituenti l’hanno interpretata arrivando ad un compromesso serio, profondo, di ciò che gli Italiani volevano dopo la barbaria fascista e il NO di questo referendum ancora una volta è stato confermato che quella Carta Costituzionale è fatta per stare insieme nella libertà, nella giustizia e nessuna forza politica è al di sopra di quelle regole che si chiamano democrazia ed ogni Potere è regolato nel rispetto della propria autonomia.

Rispondi