Raffaele Nogaro, il Vescovo che non aveva paura

Ripercorriamo la vita di uomini che non hanno chiesto nulla per sé, lasciando il segno più duraturo. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta dal 1990 al 2009, era uno di questi. Sento il dovere di ricordarlo, di portarlo come esempio concreto e testimonianza che si può ancora fare del bene, volere bene, proprio su questa Terra martoriata e offesa ogni giorno. E lo ringrazio con tutta la mia stima e benevolenza. E’ giusto non dimenticarlo.

È morto il 6 gennaio 2026, giorno dell’Epifania, a novantadue anni compiuti da appena una settimana. Il Duomo di Caserta era colmo in ogni ordine di posti. La bara è uscita portata a spalla dai migranti, tra applausi lunghi e l’intonazione corale di Bella Ciao. Non è stato un funerale qualunque, ma il sigillo finale su un ministero che il manifesto ha definito di «radicale mitezza». Nogaro preferiva essere chiamato «padre» invece di monsignore e, coerentemente, aveva rinunciato a zucchetto, anello episcopale, pettorale, autista e segretario. Non era un gesto simbolico, ma il rifiuto di esercitare il potere attraverso i suoi attributi esteriori.

Nogaro era nato il 31 dicembre 1933 a Gradisca di Sedegliano, in Friuli. Figlio di una famiglia semplice, entrato giovanissimo in seminario a Udine e formatosi a Roma negli anni del Concilio Vaticano II, aveva fatto il parroco della Cattedrale di Udine trasformandola in un punto di riferimento per i poveri. Nel 1982 Giovanni Paolo II lo aveva nominato vescovo di Sessa Aurunca, e nel 1990 lo aveva trasferito a Caserta. Da quel momento, la storia di Nogaro e quella del territorio campano si erano intrecciate in modo indissolubile. Tanto che, da emerito, scelse di restare — friulano tra i friulani che non tornano mai, per usare una sua espressione ironica — vivendo in un piccolo appartamento e continuando a lottare fino all’ultimo.

A Sessa Aurunca aveva già dato il tono di ciò che sarebbe stato. Si era schierato apertamente al fianco degli operai in lotta per il lavoro, dormendo con loro durante le occupazioni delle fabbriche. Aveva difeso i cittadini che chiedevano l’apertura dell’ospedale e denunciato i danni letali provocati dalla centrale nucleare del Garigliano. Quando il sottosegretario democristiano Giuseppe Santonastaso lo paragonò al diavolo, definendolo «amico dei marxisti» e minacciando di mandarlo all’inferno se fosse stato san Pietro, Nogaro rispose accusando lo “scudo crociato” di servirsi della Croce per «conculcare l’uomo». Non era il tipo da incassare in silenzio, né da lasciarsi arruolare nelle clientele del potere: aveva persino chiesto, invano, che la Giunta comunale non spendesse una lira per festeggiare il suo ingresso in diocesi.

A Caserta, il suo episcopato divenne qualcosa di più grande. La camorra era — ed è — il problema strutturale di quel territorio. Nogaro la definì “il male assoluto” e non lo disse una volta sola: lo ripeté con coerenza per anni, diventando nemico giurato dei clan che in quegli anni facevano affari e alimentavano il disastro ambientale della “Terra dei fuochi”, molto prima che l’espressione diventasse un tema mediatico nazionale. Non denunciò dall’alto: si sporсò le mani, scese in strada, stette dove stava la gente. Roberto Saviano, cresciuto a Caserta, lo ha ricordato come «una sorta di figura epica» che «ha passato la vita a rendere casa i luoghi che attraversava: aprendo porte, togliendo muri, facendo spazio agli ultimi».

Con don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe assassinato dalla camorra il 19 marzo 1994, Nogaro aveva un rapporto profondo. Diana lo aveva detto apertamente: “Questo vescovo in prima fila con i disoccupati in lotta, con gli extracomunitari, contro la corruzione, rappresenta per noi un modello dal quale attingere entusiasmo e valori.” E Nogaro, fino all’ultimo, chiese con urgenza la canonizzazione di don Peppino. Furono due uomini che si riconobbero su quella frontiera difficile.

Non c’era causa degli ultimi che Nogaro non facesse propria. Il suo episcopato fu segnato da una costante attenzione ai migranti: fu membro della Commissione ecclesiale per le migrazioni della CEI e definì la legge Bossi-Fini «disumana», una «nuova apartheid». Non si limitò alle denunce, ma avviò opere concrete come la “Tenda di Abramo” per la prima accoglienza e collaborò con le suore Orsoline per “Casa Rut”, che ospita le donne strappate alla tratta. In un gesto volutamente provocatorio di disobbedienza civile, arrivò a distribuire permessi di soggiorno «in nome di Dio»: sapeva benissimo che non avevano valore legale, ma voleva affermare la gerarchia tra le leggi degli uomini e la dignità della persona. La notizia fece scandalo. Lui non si scusò.

Contro la guerra fu altrettanto netto e solitario. Nel 2001, dopo il voto parlamentare che approvò l’intervento militare in Afghanistan, affermò che i cristiani devono sempre schierarsi contro la guerra, biasimando i parlamentari cattolici favorevoli. Lo scontro con il presidente emerito Francesco Cossiga fu aspro: l’ex capo dello Stato chiese persino la sua rimozione. Dopo la strage di Nassirya, invitò a non cedere alla retorica dell’eroismo bellico, avvertendo sul rischio di strumentalizzare la morte dei giovani per legittimare guerre ingiuste. Anche in quel caso, il ministro dell’Interno Pisanu protestò con il Vaticano. Da quelle battaglie è nata una “Marcia della Pace” che ogni anno coinvolge migliaia di persone a Caserta. Recentemente, la sua voce si era levata ancora contro il genocidio a Gaza, aderendo alla rete “Preti contro il genocidio”.

Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, lo ha salutato definendolo “il grande profeta del Meridione italiano”. E ha ricordato quel dettaglio che dice tutto: la sua scelta di vita coerente fino in fondo, il rifiuto del potere esteriore per essere un vescovo povero e accogliente.

C’è un episodio, emerso durante le esequie, che forse più di ogni altro racconta la qualità umana di quest’uomo. Franco Capobianco, militante comunista e figlio di Peppino Capobianco — funzionario del PCI morto nel 1994 — ha voluto prendere la parola durante il rito funebre. E ha letto le stesse parole che Nogaro aveva scritto, trent’anni prima, per ricordare suo padre: “Le sue radici più fervorose si diramavano intimamente in un patrimonio sentimentale vastissimo, che trasformava in comprensione e accoglienza ogni persona che lo incontrava.” Nogaro aveva scritto quelle parole per un comunista. Un comunista gliele ha restituite. C’è dentro, in questo gesto semplice e grandioso insieme, tutta la storia di una generazione che seppe resistere — dalla Chiesa e dal PCI, da sponde diverse ma con la stessa anima. E c’è la misura di un uomo che aveva saputo attraversare le barriere ideologiche senza tradire nessuno, rimanendo fedele a ciò che conta davvero: la dignità di ogni persona.

Fino alla fine, anche in precarie condizioni di salute, Nogaro ha sostenuto le battaglie civili, dall’opposizione alla cementificazione dell’area del Macrico alla solidarietà con i migranti. Lo chiamavano “il vescovo comunista”, con un misto di ammirazione e scandalo. Lui probabilmente sorrideva. Le sue radici più fervorose, per riprendere le parole che Franco Capobianco gli ha restituito, si diramavano in un patrimonio sentimentale vastissimo. E quel patrimonio, oggi, appartiene a tutti quelli che continuano a credere che il bene comune valga più del potere.

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