Democrazia spaccata

Riflessioni su democrazia, polarizzazione e convivenza civile in Italia e in Europa

C‘era una volta un Paese in cui la metà dei cittadini guardava l’altra metà come un nemico da sconfiggere, non come un avversario da convincere. Le istituzioni erano contese come bottini di guerra. I partiti si alternavano al governo non per amministrare il Paese, ma per regolare i conti con chi li aveva preceduti. E alla fine, stanchi di litigare, i cittadini smisero di credere nel gioco, e il gioco smise di funzionare.

Non è una favola. È la storia della Repubblica di Weimar, il primo esperimento democratico della Germania moderna, vissuto tra il 1919 e il 1933. In quattordici anni si succedettero venti governi, con cinque elezioni soltanto negli ultimi sei anni. Le istituzioni erano paralizzate da una polarizzazione feroce: da una parte i comunisti, dall’altra i nazionalisti, entrambi convinti che la democrazia fosse un nemico da abbattere, non un campo da abitare. La crisi economica devastante — prima l’iperinflazione degli anni Venti, poi il crollo di Wall Street del 1929 — fece il resto. Adolf Hitler fu nominato cancelliere il 30 gennaio 1933 in modo perfettamente legale. La democrazia non fu abbattuta con i cannoni: fu svuotata dall’interno, un pezzo alla volta, da chi non ci credeva.

Non si racconta Weimar per spaventare, né per tracciare paragoni affrettati. Si racconta perché contiene una lezione che vale sempre: le democrazie non muoiono solo per colpi di Stato. Muoiono anche lentamente, per logoramento, per sfiducia, per la convinzione che perdere equivalga alla distruzione civile e che vincere autorizzi qualsiasi cosa. La guardia non si abbassa mai.

L’Italia di oggi non è Weimar. Le nostre istituzioni repubblicane, costruite nel 1948 su fondamenta antifasciste dopo l’esperienza del totalitarismo, hanno anticorpi che la Repubblica di Weimar non possedeva. La nostra Costituzione è una delle più avanzate al mondo quanto a tutela dei diritti fondamentali. Eppure alcune domande tornano a bussare, con parole diverse: una democrazia spaccata quasi a metà può governarsi senza logorarsi? Come si convive con chi non condivide valori che consideriamo fondamentali? E soprattutto: è ancora possibile costruire una società più giusta quando una parte del campo politico sembra contestare le stesse basi di quella giustizia?

Queste sono domande serie. Meritano risposte serie, non consolazioni.

I. Un Paese che si percepisce diviso in nemici

I dati sono scomodi e vale la pena guardarli in faccia. Secondo una ricerca condotta subito dopo le elezioni politiche del 2022 su un campione rappresentativo di italiani, molti elettori percepiscono i partiti avversari non semplicemente come “sbagliàti” o “mal orientati”, ma come una minaccia concreta per la democrazia stessa. Questo è un sentimento legittimo quando si riferisce a forze politiche che contestano davvero i fondamenti democratici — il diritto di voto, la libertà di stampa, l’indipendenza della magistratura, i diritti delle minoranze. La vigilanza su questi fronti non è paranoia: è senso civico.

Il problema nasce quando quella stessa percezione di pericolo si estende indiscriminatamente a qualunque forza politica avversaria, anche a quelle che — pur avendo programmi che consideriamo sbagliati o ingiusti — operano dentro le regole democratiche. Qui si entra in ciò che gli scienziati sociali chiamano polarizzazione affettiva: non un semplice disaccordo su idee e programmi, ma una divisione emotiva profonda in cui l’avversario politico diventa una categoria antropologica nemica, quasi una specie diversa con cui la convivenza diventa psicologicamente insopportabile.

Una ricerca pubblicata su Nature Communications nel 2024, condotta da un team internazionale coordinato da Walter Quattrociocchi della Sapienza di Roma, ha analizzato le interazioni politiche online in nove Paesi diversi — tra cui Italia, Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti — trovando pattern comuni: i gruppi politici opposti si chiudono in sé stessi, il linguaggio si radicalizza, la capacità di reggere il contatto con argomenti avversari si riduce. Non è una patologia italiana: è una tendenza delle democrazie nell’era digitale.

Un’altra ricerca, di Mirko Draca dell’Università di Warwick e Carlo Schwarz della Bocconi, pubblicata sull’Economic Journal, ha rilevato in più Paesi europei quello che definiscono “un centro che scompare”: le posizioni moderate si svuotano, gli elettori migrano verso gli estremi o si astengono, e la conversazione pubblica si polarizza anche quando le differenze reali di valori tra i cittadini sono meno profonde di quanto sembrino.

I numeri sulla fiducia istituzionale completano il quadro. Secondo il rapporto Istat “Fiducia nelle istituzioni del Paese” del 2024, solo il 37,3% degli italiani esprime fiducia nel governo nazionale, il 40,8% nel Parlamento, e appena il 22,4% nei partiti politici. L’Eurobarometro della primavera 2025 aggiunge un dato che fa riflettere: la fiducia degli italiani nell’Unione Europea (49%) supera di quindici punti quella nel proprio governo nazionale (34%). Gli italiani si fidano più di Bruxelles che di Roma. Non necessariamente perché amino l’Europa, ma perché percepiscono le istituzioni nazionali come troppo vicine alla battaglia di parte.

II. Le regole del gioco: non tutte le maggioranze sono uguali

Prima di ragionare sulle soluzioni occorre capire il meccanismo, e il primo malinteso da sciogliere è questo: in Italia le regole con cui si trasformano i voti in potere non sono uniformi, e non sempre funziona come sembra.

Prendiamo il referendum abrogativo, regolato dall’articolo 75 della Costituzione. Qui non basta che i “sì” superino i “no”: è necessario che vada a votare almeno la metà più uno degli aventi diritto. Se quella soglia non si raggiunge, il referendum è nullo anche se il 99% dei votanti avesse detto sì. Questo vuol dire che chi non vota — chi si astiene per protesta o per boicottaggio — contribuisce di fatto a bloccare la consultazione. È una regola pensata per proteggere la comunità intera: evita che una minoranza fortemente motivata, ma pur sempre minoranza, imponga cambiamenti radicali a tutto il Paese approfittando dell’indifferenza degli altri. Il quorum è dunque una garanzia democratica, non un ostacolo.

Nelle elezioni politiche, invece, non esiste questo quorum di validità: vince chi ottiene più seggi, calcolati con un sistema misto tra collegi uninominali e quota proporzionale. Nei comuni fino a 15.000 abitanti vige un sistema maggioritario diretto; in quelli più grandi il sindaco viene eletto direttamente e il voto può essere “disgiunto”, cioè si può scegliere un sindaco e un consiglio di schieramenti diversi.

Questa varietà di regole non è un difetto casuale: riflette la tensione reale e irrisolta tra due valori ugualmente legittimi, la governabilità e la rappresentanza. La Corte costituzionale, nella sentenza n. 1 del 2014, ha tracciato un confine invalicabile censurando il cosiddetto “Porcellum”: quel sistema elettorale poteva trasformare una minoranza relativa di voti in una supermaggioranza assoluta di seggi, senza nessuna soglia minima ragionevole. La Corte ha detto, in sostanza, che la governabilità è un valore, ma non può divorare la rappresentanza. Un parlamento che non rappresenta l’effettiva composizione del Paese non è più pienamente democratico, qualunque cosa decida.

Il politologo olandese Arend Lijphart ha offerto uno strumento comparativo prezioso analizzando trentasei democrazie nel mondo. Distingue tra democrazie “maggioritarie” — dove chi vince prende tutto, governa da solo e decide velocemente, come nel modello britannico tradizionale — e democrazie “consensual” — dove il potere viene distribuito tra più forze, le decisioni richiedono negoziazione, e le minoranze hanno voce garantita, come in Germania, Austria o Svizzera. I suoi dati mostrano che le democrazie consensuali producono in media politiche più inclusive, minore disuguaglianza sociale e maggiore qualità democratica complessiva, anche se il prezzo è una minore immediatezza nelle decisioni. L’Italia, nata come democrazia consensuale con la Costituzione del 1948, ha subito dagli anni Novanta una forzatura verso il modello maggioritario che non ha mai convinto del tutto un Paese storicamente plurale e frammentato.

III. La democrazia non è il regno dell’armonia

C’è un equivoco profondo e resistente nel modo in cui molti pensano alla democrazia: l’idea che essa funzioni bene solo quando c’è accordo, quando “si rema tutti nella stessa direzione”, quando l’unità nazionale prevale sulle divisioni di parte. È un’idea comprensibile, umanamente bella, ma storicamente infondata e politicamente pericolosa.

La democrazia non nasce per governare società unanimi — che non esistono quasi da nessuna parte — ma per dare una forma civile, regolata e reversibile al conflitto. Il suo miracolo non è cancellare il contrasto: è renderlo sopportabile senza ricorrere alla forza. Come scrisse Norberto Bobbio, la democrazia è soprattutto un insieme di regole per decidere pacificamente tra opinioni contrastanti. Non la vittoria definitiva di un’opinione sull’altra, ma il metodo condiviso con cui le opinioni si confrontano senza eliminarsi a vicenda.

Aristotele sapeva già che la città è sempre attraversata da conflitti tra gruppi e interessi diversi: la politica è l’arte di gestirli, non di sopprimerli. Machiavelli, nei suoi Discorsi sulla storia romana, spinse il ragionamento ancora più in là con un’osservazione che ancora oggi sorprende: i romani litigavano furiosamente, patrizi contro plebe, ricchi contro poveri. Eppure da quei conflitti nacquero i tribuni della plebe — i rappresentanti dei lavoratori e dei poveri —, le leggi che limitavano il potere dei ricchi, le garanzie per i più deboli. Il conflitto non era disfunzionale: era il motore delle riforme. Quando ha regole — quando si combatte con le parole e con i voti invece che con le spade — il conflitto è generativo: produce risultati che nessuna delle parti avrebbe ottenuto da sola. James Madison, nei Federalist Papers, capì che i gruppi di interesse contrapposti non si eliminano senza eliminare la libertà stessa: si incanalano, si bilanciano, si contrappesano.

Alexis de Tocqueville, viaggiando nell’America democratica dell’Ottocento, vide qualcosa che pochi avevano capito: nelle democrazie il pericolo maggiore non è il tiranno che arriva con le armi. È qualcosa di più sottile: il peso schiacciante dell’opinione dominante. Quando una posizione diventa talmente maggioritaria da rendere ridicolo o pericoloso chiunque la metta in discussione, le minoranze smettono di parlare — non perché siano state messe in prigione, ma perché si sentono sole e vulnerabili. La società si impoverisce perché le voci critiche si spengono da sole. Tocqueville chiamava questo la “tirannia silenziosa della maggioranza”: non la violenza, ma il conformismo che soffoca il dissenso.

Il vero problema non è dunque che il Paese sia diviso. Il vero problema nasce quando le due metà smettono di riconoscersi come parte dello stesso corpo politico e civile. Quando l’avversario non è più qualcuno che sbaglia, ma qualcuno da delegittimare, da espellere, da distruggere politicamente. In quel momento la democrazia cessa di funzionare come sistema di convivenza e diventa un campo di battaglia permanente.

IV. Il meccanismo della vendetta politica

C’è un pattern che si ripete nelle democrazie polarizzate, e l’Italia lo conosce bene. Chi arriva al governo sente di dover occupare tutto: nomine, enti, commissioni, vertici di aziende pubbliche, direzioni culturali, presidenze di commissioni parlamentari. Non sempre perché lo richiedano necessità tecniche o competenze specifiche, ma perché la politica viene vissuta come guerra di posizione, e nella guerra di posizione si conquista territorio. Il vincitore non amministra soltanto: colonizza. Il perdente, dal canto suo, non si limita a controllare: ostruisce, blocca, allunga ogni procedura, usa ogni strumento parlamentare non per migliorare le leggi ma per impedirle.

Questo schema si autoalimenta in modo perverso. Più il vincitore colonizza, più il perdente si convince che la prossima volta dovrà fare altrettanto. Più il perdente ostruisce, più il vincitore rafforza i meccanismi per decidere senza doversi confrontare. Lo Stato smette di essere casa comune e diventa bottino provvisorio: chi vince lo prende tutto, chi perde aspetta il proprio turno per riprenderselo. Nessuno investe nel lungo periodo, nessuno costruisce niente che duri oltre il proprio mandato, perché tutto ciò che si costruisce potrebbe essere demolito dal successore.

Non è antidemocratico che chi vince governi: sarebbe assurdo pensare il contrario. Ma diventa democrazia malata quando chi vince pretende di rappresentare da solo il Paese intero — come se la metà che ha votato diversamente non esistesse o non contasse — e quando chi perde si comporta come se il risultato elettorale fosse illegittimo per definizione. La democrazia sana non elimina la maggioranza: la limita, la incornicia, la obbliga a fare i conti con principi che non può distruggere. Per questo esistono la Costituzione, la Corte costituzionale, il Presidente della Repubblica, i corpi intermedi, la stampa libera, un’opposizione parlamentare vigile. Non per bloccare tutto, ma per ricordare che vincere non significa possedere lo Stato.

L’analogia con la famiglia o con l’impresa, pur intuitiva, va usata con cautela. Uno Stato non è una famiglia perché i cittadini non condividono gli stessi fini, gli stessi valori, gli stessi interessi. Chi invoca l’unità totale finisce spesso — anche senza volerlo — per chiedere ai più deboli di rinunciare alle proprie ragioni in nome di una pace che favorisce i più forti. La corda di una democrazia non si spezza perché tira in più direzioni: si spezza quando smette di essere una corda condivisa.

V. Quattro piani che non bisogna confondere

Uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico è mescolare piani che hanno logiche diverse e richiedono risposte diverse. Distinguerli è il primo passo verso un ragionamento più maturo e più onesto.

Il primo piano è quello dei principi fondamentali: libertà, uguaglianza davanti alla legge, tutela delle minoranze, divisione dei poteri, dignità della persona, i limiti che la Costituzione pone a qualsiasi potere. Questi principi non si votano a maggioranza: sono il pavimento comune senza il quale ogni elezione diventa una lotta per la sopravvivenza. La nostra Costituzione repubblicana e antifascista li ha scritti con una consapevolezza precisa, nata dall’esperienza di chi aveva visto cosa accade quando cadono. Chi li mette in discussione non sta partecipando alla competizione democratica: sta attaccando le condizioni della sua esistenza.

Il secondo piano è quello degli interessi e dei programmi: tasse, priorità di spesa, welfare, scuola, sanità, lavoro, immigrazione, politica industriale. Qui è normale e sano che ci siano visioni opposte, ed è normale che la maggioranza decida, sapendo che la minoranza potrà ribaltare quella decisione alla prossima elezione. L’alternanza è il cuore della democrazia rappresentativa: non si costruisce nessuna convivenza sana se chi perde oggi non può tornare a vincere domani.

Il terzo piano è quello delle identità e delle appartenenze, ed è il più pericoloso. Quando la politica smette di essere uno strumento per governare e diventa un’appartenenza tribale — quasi una fede, con i suoi riti, i suoi nemici e i suoi martiri — ogni compromesso appare un tradimento, ogni concessione una resa. È qui che i social media fanno i danni maggiori: l’algoritmo premia l’indignazione, non la complessità. Premia la semplificazione radicale, non il ragionamento articolato. E così la politica si riduce a tifo.

Il quarto piano è quello delle istituzioni. Le istituzioni — il parlamento, i tribunali, le autorità indipendenti, i corpi intermedi — servono precisamente a fare da intermediari tra il conflitto e la decisione. Senza di esse, ogni disaccordo rischia di diventare una prova di forza: chi ha più soldi, più potere mediatico, più connessioni, vince. Le istituzioni introducono una procedura — un processo, un voto, un ricorso, una commissione — che trasforma il risentimento in argomento e la paura in tempo di riflessione. Dove le istituzioni sono fragili o percepite come di parte, la divisione spacca il tessuto sociale; dove sono solide e credibili, la divisione si contiene e si gestisce. Non è un caso che le istituzioni più amate dagli italiani — secondo l’Istat — siano i Vigili del fuoco, le Forze dell’ordine e il Presidente della Repubblica: tutte percepite come terze rispetto allo scontro di parte.

VI. Cosa ci insegnano la Storia, la Filosofia e la Scienza

La storia delle democrazie divise non è una storia di soluzioni facili. È una storia di scelte istituzionali che si sono rivelate più o meno efficaci nel contenere il conflitto senza soffocarlo.

La Repubblica di Weimar, già evocata in apertura, è il caso più citato, spesso in modo impreciso. Vale la pena ricostruirlo con esattezza. Il suo crollo non fu causato soltanto dalla polarizzazione politica, per quanto intensa. Furono decisive la crisi economica devastante, le riparazioni di guerra umilianti imposte dal Trattato di Versailles, e soprattutto la debolezza strutturale di un sistema proporzionale senza sbarramento che moltiplicava i partiti e rendeva impossibile la formazione di maggioranze stabili: la Repubblica conobbe venti governi in quattordici anni. Ma c’era qualcosa di ancora più grave: la presenza simultanea, ai due estremi, di forze politiche — i nazionalsocialisti e i comunisti — che non credevano nella democrazia e la usavano come strumento per distruggerla. La lezione non è generica: è precisa. Una democrazia senza anticorpi istituzionali, e senza una cultura democratica diffusa, può essere svuotata dall’interno da chi non la condivide ma la usa.

La Germania federale post-1945 ha tratto da Weimar conseguenze istituzionali sistematiche e consapevoli. Il Grundgesetz del 1949 è una costituzione costruita per resistere all’abuso: introduce la cosiddetta “democrazia militante”, che consente di mettere al bando partiti che minaccino concretamente l’ordine democratico; elimina l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, che aveva dato a Hindenburg il potere di nominare Hitler; introduce la soglia del 5% per accedere al Parlamento, evitando la frammentazione paralizzante di Weimar; prevede la sfiducia costruttiva, per cui un governo non può essere abbattuto se non se ne forma contestualmente uno nuovo. “Bonn non è Weimar”, recitava il titolo di un celebre pamphlet dell’epoca. E non lo era per scelta deliberata, non per fortuna.

L’esperienza svizzera offre un altro modello istruttivo, diverso da quello tedesco. Il Consiglio federale svizzero è composto da rappresentanti di tutti i principali partiti, indipendentemente da chi abbia ottenuto più voti: è un governo permanente di collaborazione, non di alternanza. I referendum popolari frequenti — sia propositivi che abrogativi — creano un circuito diretto di partecipazione che riduce la percezione di esclusione. Il modello è difficilmente esportabile tale e quale, ma indica una direzione: le istituzioni possono essere progettate per includere, non solo per decidere.

La scienza sociale contemporanea aggiunge dati che meritano attenzione. Una ricerca di James Piazza, pubblicata su Security Studies nel 2023 e basata sull’analisi di 85 democrazie consolidate, mostra che le società con alta polarizzazione politica sono statisticamente più vulnerabili alla violenza politica, con un rischio amplificato in presenza di disuguaglianze economiche profonde. Non è un destino automatico, ma è una traiettoria a cui prestare attenzione. Nell’Italia del 2024, il Viminale ha registrato oltre 12.000 manifestazioni pubbliche, il 10% in più rispetto all’anno precedente: il 97,4% si è concluso pacificamente, ma il numero di agenti feriti ha raggiunto 266, più del doppio dell’anno prima. La piazza non è esplosa, ma è più tesa di prima.

VII. Il ruolo dei media e la responsabilità dell’informazione

Non si può ragionare di polarizzazione senza ragionare di come circolano le informazioni. I media — tradizionali e digitali — non sono uno specchio neutro della realtà politica: ne sono un fattore strutturante, nel bene e nel male.

I social media hanno amplificato la polarizzazione per ragioni che hanno poco a che fare con la libertà di espressione e molto con la logica degli algoritmi. Un algoritmo che ottimizza il coinvolgimento degli utenti premia ciò che scatena reazioni intense: l’indignazione, la paura, il disprezzo. Non la complessità, non il dubbio, non il ragionamento articolato e sfumato. La ricerca internazionale coordinata da Quattrociocchi ha mostrato che la tossicità politica online segue gli stessi schemi in tutti i Paesi analizzati: chiusura in gruppi omogenei, escalation del linguaggio aggressivo, incapacità crescente di reggere il contatto con argomenti diversi dai propri. Il problema non è solo la singola notizia falsa: è l’architettura comunicativa complessiva, che premia la semplificazione e punisce la sfumatura.

I media tradizionali, dal canto loro, non sono immuni da questa logica. La tendenza a costruire il titolo che provoca la reazione immediata, il commento che accende l’emozione più che l’informazione, contribuisce a radicalizzare il dibattito anche quando il contenuto effettivo dell’articolo sarebbe più sobrio. Il giornalismo ha una responsabilità che è non solo etica ma democratica: l’informazione sistematicamente avvelenata rende più difficile non solo il voto consapevole, ma la convivenza stessa.

Un dato offre però qualche spunto di riflessione. Secondo l’Eurobarometro del 2024, il 66% degli italiani ritiene che i media nazionali forniscano informazioni affidabili, un dato in crescita rispetto agli anni precedenti. Non c’è quindi una sfiducia totale nell’informazione: c’è piuttosto una frammentazione, in cui ciascuno si informa all’interno di un ecosistema che tende a confermare le sue convinzioni preesistenti. Il problema non è la mancanza di informazione: è la mancanza di informazione comune, di una base condivisa di fatti a partire dalla quale sia possibile discutere.

VIII. Due tipi di disaccordo: una distinzione che cambia tutto

Arriviamo alla domanda più onesta e difficile che attraversa tutto questo ragionamento, quella che vale la pena formulare senza addolcirla: come si convive politicamente con chi nega diritti che consideriamo fondamentali? Come si dialoga con chi pensa solo a sé stesso, ai propri interessi, senza rispetto per i più deboli? Come si trova un terreno comune con chi vuole smontare le tutele del lavoro, ignorare la povertà, trattare gli immigrati come un problema invece che come persone, o usare il potere pubblico per proteggere i più forti invece dei più vulnerabili?

Questa domanda non è retorica. È la diagnosi vera di un conflitto che non è più soltanto tra programmi politici alternativi, ma tra concezioni profondamente diverse di chi merita di contare come persona e di cosa deve garantire una società civile.

Per rispondere onestamente è necessario distinguere due tipi di disaccordo che la politica quotidiana tende a mescolare, ma che sono profondamente diversi.

Il primo tipo è il disaccordo su come raggiungere fini che, almeno in linea di principio, sono condivisi. Tutti dicono di volere più lavoro, più sicurezza, scuole migliori, sanità accessibile. Si litiga su come ottenerli: più Stato o più mercato, più redistribuzione o più investimento, più integrazione o più controllo. Questo è il territorio naturale della democrazia. Qui si vota, chi vince decide, chi perde critica e aspetta il suo turno. È normale, è sano, è necessario.

Il secondo tipo è fondamentalmente diverso, e non si può trattarlo allo stesso modo. È il disaccordo su chi conta come persona: se i lavoratori hanno diritti o sono soltanto variabili di costo da ottimizzare; se i migranti che cercano protezione meritano rispetto e accoglienza o possono essere respinti senza distinzioni; se la legge deve valere uguale per tutti oppure può essere piegata da chi ha potere e denaro; se l’evasione fiscale è una frode ai danni di tutti o una scelta personale accettabile; se l’istruzione e la sanità sono diritti universali o privilegi di chi se li può permettere.

Su questi temi non esiste un compromesso che non sia anche una resa morale. Non si può “trovare un accordo” tra chi sostiene che ogni lavoratore meriti un salario dignitoso e chi ritiene che il mercato debba poter pagare ciò che vuole senza limiti. Non si può “trovare una metà” tra chi afferma che la legge è uguale per tutti e chi la applica selettivamente. Questi non sono disaccordi su strumenti: sono disaccordi su principi, e i principi non si dividono a metà.

Qui la democrazia non dice “trovate un accordo”: dice che esistono diritti fondamentali che non si mettono ai voti, che ogni persona ha una dignità che precede qualsiasi risultato elettorale, e che chi sistematicamente li nega non sta giocando una partita politica legittima: sta attaccando le fondamenta del contratto sociale su cui regge la convivenza. La Costituzione italiana, con la sua radice antifascista, lo dice con grande chiarezza fin dal suo primo articolo: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, e la sovranità appartiene al popolo. Non a una parte di esso.

La differenza non è più se fare uno stadio di calcio o campetti per i bambini: queste sarebbero scelte politiche legittime, su cui discutere e votare. La differenza è tra chi vuole costruire una società più giusta e chi, consciamente o no, lavora per mantenere o ampliare le disuguaglianze esistenti. E questa differenza non si supera con il compromesso: si affronta con la democrazia, cioè con la partecipazione, con il voto, con la pressione civile e sociale.

IX. Deporre le armi giuste: quali e come

La domanda “bisogna deporre le armi?” richiede una risposta precisa, non romantica. Sì, bisogna deporre alcune armi. No, non tutte.

Non vanno deposte le armi del conflitto politico legittimo: la critica, il dissenso, l’opposizione dura, la denuncia dell’ingiustizia, la proposta alternativa, la protesta pubblica, lo sciopero, la pressione sulle istituzioni. Queste armi sono il sale della democrazia. Chi le depone unilateralmente non costruisce la pace: consegna il campo all’avversario.

Vanno invece deposte — e questo richiede coraggio, non debolezza — le armi della demonizzazione assoluta, dell’odio come stile politico, della menzogna sistematica, del “tutto o niente”, dell’occupazione vendicativa delle istituzioni, del rifiuto di riconoscere qualsiasi legittimità a chi la pensa diversamente. Non perché sia bello farlo, e non perché l’avversario lo meriti. Ma perché quelle armi distruggono il terreno su cui la battaglia democratica ha senso. Chi abbassa il dibattito al livello della guerra tribale prepara, anche senza volerlo, le condizioni in cui prevarrà il più feroce, non il più giusto.

C’è poi un paradosso che vale la pena nominare, perché aiuta a capire quanto il problema sia anche psicologico oltre che politico. La polarizzazione affettiva è quasi sempre più intensa di quanto siano effettivamente profonde le differenze reali tra i cittadini. Studi condotti in vari Paesi mostrano che quando chiedi alle persone di descrivere il “tipico elettore dell’altro schieramento”, lo descrivono come molto più estremo di quanto non sia nella realtà. Chi vota a destra sopravvaluta quanto la sinistra voglia uno Stato totalizzante. Chi vota a sinistra sopravvaluta quanto la destra voglia abbandonare i poveri e smontare ogni tutela sociale. Le differenze reali di valori esistono, talvolta profonde, ma sono amplificate dai media e dai social fino alla caricatura. Il risultato è che la gente si spaventa di un nemico immaginario più radicale di quello reale. Questo non riduce il conflitto reale, ma aiuta a non aggiungere conflitto immaginario a quello già esistente.

X. Potremo mai andare d’accordo? Una risposta onesta

No. E forse non sarebbe neppure auspicabile, almeno non su tutto.

Una società adulta non è quella in cui tutti pensano lo stesso: sarebbe una società immobile, incapace di correggersi e di imparare. Una società adulta è quella in cui si riconosce che l’altro ha diritto di esistere politicamente, anche quando ha torto, anche quando vince. L’obiettivo realistico non è l’accordo pieno, ma quello che potremmo chiamare un doppio consenso minimo: accordo sulle regole del gioco — la Costituzione, i diritti fondamentali, l’indipendenza delle istituzioni — e libertà di dissentire radicalmente su tutto il resto. Questa è la formula più sobria e più vera di democrazia.

Tocqueville aveva indicato un rimedio concreto alla tirannia silenziosa della maggioranza: non le grandi riforme dall’alto, ma la partecipazione dal basso. Non la politica come spettacolo televisivo o come guerra sui social, ma la partecipazione locale, associativa, concreta: quella che costruisce abitudini di collaborazione e di fiducia tra persone che la pensano diversamente su quasi tutto, ma che vivono nella stessa strada, usano la stessa scuola, respirano la stessa aria. Non è un caso che l’unica istituzione che mantiene la fiducia di circa la metà degli italiani sia il comune: la vicinanza riduce l’astrazione, e l’astrazione alimenta la demonizzazione.

La democrazia si costruisce, prima ancora che nelle urne, nei luoghi in cui le persone diverse si incontrano per fare cose insieme: un comitato di quartiere, un’associazione di volontariato, una cooperativa, una parrocchia, un sindacato. Lì si impara che l’altro — quello con cui si è in disaccordo politico — è anche quello che ti aiuta quando ne hai bisogno. Questa esperienza concreta è il fondamento della cultura democratica, più di qualsiasi programma scolastico.

XI. La strada: non l’utopia dell’unità, ma il conflitto regolato e giusto

La strada non è romantica. Non prevede conversioni improvvise, abbracci tra oppositori storici, accordi nazionali su tutto. Prevede lavoro lungo, paziente e concreto su più livelli.

Sul piano istituzionale, l’Italia ha bisogno di una legge elettorale che cerchi equilibrio tra governabilità e rappresentanza, non di meccanismi progettati per garantire la vittoria schiacciante di chi è già al governo. Ha bisogno di istituzioni di garanzia — Corte costituzionale, Presidente della Repubblica, magistratura, Corte dei conti — percepite come davvero terze rispetto alla battaglia di parte, non come appendici del potere del momento. Ha bisogno di rafforzare i corpi intermedi: sindacati, associazioni, ordini professionali, enti locali. Quando questi si assottigliano, il cittadino si trova solo di fronte al potere, e chi è più solo è il più vulnerabile.

Sul piano culturale e civico, ha bisogno di una comprensione diffusa del perché la divisione dei poteri è un bene anche quando blocca il proprio governo preferito. Del perché i diritti delle minoranze non sono un ostacolo alla maggioranza, ma la sua garanzia più profonda: le regole che proteggono chi è debole oggi sono le stesse che proteggeranno chiunque di noi se domani si trovasse nella posizione del debole. Del perché una tassazione onesta e uguale per tutti non è solo una questione di bilancio: è la condizione materiale di una società che si prende cura di tutti i suoi membri.

Sul piano personale, ha bisogno di cittadini che reimparino una disciplina democratica elementare: capire che vincere non autorizza tutto, e perdere non autorizza il disprezzo dell’intero sistema. Che la democrazia non è una vittoria definitiva, ma una competizione permanente con regole permanenti. Che l’avversario politico è parte dello stesso Paese, e che quel Paese dopodomani si dovrà abitare insieme, qualunque cosa dica l’urna.

Le riforme elettorali dovrebbero cercare equilibrio, non furbizia. Chi governa dovrebbe distinguere tra ciò che può legittimamente cambiare e ciò che non dovrebbe occupare. Le opposizioni dovrebbero contrastare senza sabotare per principio. I media dovrebbero informare senza avvelenare il pozzo. I cittadini dovrebbero partecipare senza delegare tutto alla paura.

Epilogo: la formula più sobria

C’è una frase che vale la pena tenere come bussola. La democrazia vera non è quella in cui metà più uno schiaccia l’altra metà: è quella in cui metà più uno governa, sapendo di dover ancora convivere domani con l’altra metà.

Non è una formula entusiasmante. Non promette riscatto, non annuncia vittorie definitive, non offre nemici da sconfiggere una volta per tutte. Chiede qualcosa di più difficile: l’esercizio quotidiano della civiltà politica, la disponibilità a riconoscere che il conflitto non finirà, e che ciò nonostante è possibile — ed è necessario — vivere insieme senza distruggersi.

Le società non diventano più mature per decreto. Diventano più mature quando un numero sufficiente di persone smette di chiedere alla politica ciò che la politica non può dare — la certezza, l’armonia, l’unità totale — e comincia a costruire, con pazienza e senza ingenuità, le condizioni minime di una convivenza giusta. Non l’accordo su tutto, ma l’accordo sulle regole. Non la scomparsa del conflitto, ma la sua forma civile. Non il silenzio del più forte, ma la voce garantita del più debole.

Perché alla fine è proprio questo che distingue una democrazia da qualsiasi altra forma di potere: non promette che vinca il migliore, ma garantisce che nessuno possa perdere tutto. E che chi perde oggi possa tornare a lottare domani.

Giustizia e libertà, sempre.

Tempora bona venient.

Fonti e riferimenti

1. Dati sulla percezione di pericolosità dei partiti avversari in Italia: ricerca condotta dopo le elezioni politiche del 2022, pubblicata su InfoData – Il Sole 24 Ore (marzo 2024).

2. Studio sulla polarizzazione online in 9 Paesi: Falkenberg M., Zollo F., Quattrociocchi W. et al., “Patterns of partisan toxicity and engagement”, Nature Communications, 2024.

3. Ricerca sul “centro che scompare”: Draca M., Schwarz C., Economic Journal (Università di Warwick e Bocconi).

4. Istat, “Fiducia nelle istituzioni del Paese – Anno 2024”, ottobre 2025.

5. Eurobarometro 102° (ottobre-novembre 2024) e Eurobarometro marzo-aprile 2025 (citato da Eunews.it, maggio 2025).

6. Corte costituzionale italiana, sentenza n. 1 del 2014 (sistema elettorale “Porcellum”).

7. Arend Lijphart, Patterns of Democracy, Yale University Press, 1999 (trad. it. Le democrazie contemporanee, Il Mulino, 2001).

8. Niccolò Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 1531, Libro I, cap. IV.

9. Norberto Bobbio, Il futuro della democrazia, Einaudi, 1984.

10. James Madison, Federalist n. 10, 1787.

11. Alexis de Tocqueville, De la Démocratie en Amérique, 1835-1840.

12. James A. Piazza, “Political Polarization and Political Violence”, Security Studies, vol. 32, 2023.

13. Dati sulle manifestazioni del 2024: Ministero dell’Interno (Viminale), citati in Rivista il Mulino, gennaio 2025.

14. Sulla Repubblica di Weimar: Hagen Schulze, La Repubblica di Weimar, Il Mulino, 1993; Cornelissen C., D’Ottavio G. (a cura di), La Repubblica di Weimar: democrazia e modernità, Il Mulino, 2021.

15. Costituzione della Repubblica Italiana, 1948.

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