Memoria di una coscienza viva
Il 15 aprile 2011, a Gaza, viene trovato il corpo senza vita di Vittorio Arrigoni. Aveva trentasei anni. Era stato rapito la sera prima, all’uscita di una palestra, da un commando salafita che lo accusava di essere entrato nella Striscia “per diffondere la corruzione”. Un video su YouTube, il volto bendato e sanguinante, un ultimatum di trenta ore. In realtà lo avevano già ucciso poche ore dopo il sequestro, per strangolamento. Da quel giorno il suo nome non è soltanto quello di un uomo, ma di una scelta: stare dalla parte degli ultimi, senza ambiguità, senza calcoli, senza paura. E soprattutto, restare umani.
Nato nel 1975 a Besana in Brianza, nipote di partigiani, Arrigoni sviluppa fin da giovane una sensibilità non comune verso le ingiustizie del mondo. Viaggia, osserva, agisce. La svolta arriva nei primi anni Duemila, quando, a Gerusalemme e in Cisgiordania, entra in contatto con la realtà dei territori occupati e nel 2003 aderisce all’International Solidarity Movement, una rete di attivisti internazionali che praticano la resistenza nonviolenta in Palestina. Si reca più volte a Gaza, uno dei luoghi più martoriati del pianeta, e dall’agosto del 2008 vi si stabilisce. Finirà per essere, in certi momenti, l’unico cronista straniero presente sul campo.
Non è un osservatore distante. Vive tra la gente, condivide le condizioni materiali della popolazione, documenta ciò che vede. Scrive per il Manifesto, per Peacereporter, collabora con Radio Popolare. Il suo blog, Guerrilla Radio, fondato nel 2004, diventa un punto di riferimento per chi cerca uno sguardo diretto su Gaza, lontano dalle narrazioni semplificate o strumentali. I suoi articoli vengono poi raccolti nel libro Gaza. Restiamo umani, tradotto in cinque lingue — inglese, spagnolo, francese, tedesco e arabo — con una postfazione dello storico israeliano Ilan Pappé. Il titolo è una frase che chiude tutti i suoi reportage, quasi una firma, una dichiarazione di principio.
Arrigoni non scrive per compiacere. Scrive per raccontare. La sua è una scrittura partecipe, a volte dura, sempre radicata nella realtà concreta delle persone che incontra: pescatori colpiti dalle motovedette israeliane, famiglie sotto le bombe, bambini segnati dalla guerra. In un tempo in cui l’informazione tende a filtrare, selezionare, attenuare, la sua voce si distingue per l’immediatezza. È una voce scomoda, perché costringe a vedere.
Durante l’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” del 2008-2009, è tra i pochissimi testimoni internazionali rimasti a Gaza. Rischia la vita per accompagnare le ambulanze, per proteggere i civili, per documentare gli effetti dei bombardamenti. L’ultimo post sul suo blog, scritto il 13 aprile 2011 — due giorni prima della morte — parla di quattro lavoratori morti nel crollo di un tunnel di Rafah, attraverso cui passa ciò che permette la sopravvivenza di una popolazione strangolata dall’assedio. Arrigoni scriveva fino alla fine.
La sua morte suscita commozione in tutto il mondo. Le autorità di Gaza tributano alla sua salma un saluto solenne; Hamas, che lo aveva definito “un amico del popolo palestinese”, condanna il rapimento come “un crimine atroce contro i nostri valori”. L’omicidio viene condannato unanimemente dalle Nazioni Unite e da capi di stato di tutto il mondo. Nel 2012, un tribunale militare di Gaza condanna all’ergastolo i due principali responsabili — pena poi ridotta in appello a quindici anni. La famiglia Arrigoni si dichiara contraria alla pena di morte per gli assassini.
C’è in tutto questo qualcosa di tragico e paradossale. Un uomo che aveva scelto di vivere accanto a un popolo oppresso, morì per mano di una frangia interna a quel contesto — il jihadismo salafita, ostile tanto all’Occidente quanto a Hamas. Non è una contraddizione che indebolisce il suo esempio; semmai lo rende più vero, più umano, più lontano da qualsiasi agiografia.
Ricordare Arrigoni, quindici anni dopo, non è un esercizio di nostalgia. È un atto politico e morale. Viviamo in un tempo segnato da conflitti, disuguaglianze, polarizzazioni. Il rischio più grande non è solo la violenza, ma l’assuefazione alla violenza. L’abitudine a considerare inevitabile ciò che non lo è. Arrigoni ci ricorda che esiste sempre una scelta: quella di non voltarsi dall’altra parte.
Non tutti possono andare a Gaza, né tutti devono farlo. Ma tutti possono scegliere da che parte stare, nel proprio contesto, con le proprie possibilità. “Restiamo umani” non è una soluzione politica, ma una postura etica. Significa non accettare la disumanizzazione dell’altro, non giustificare la violenza con l’abitudine o con la propaganda, non rinunciare alla propria coscienza anche quando è scomoda.
Arrigoni non era un santo, né un eroe nel senso retorico del termine. Era un uomo che ha scelto di non restare indifferente. E questa scelta, nella sua radicalità, continua a parlarci.
Nel suo ricordo, nel suo onore. Oggi 15 aprile 2026.
Restiamo umani. Giustizia e libertà sempre.
