Filippo Turati

In breve –   Filippo Turati (1857–1932) è stato il fondatore e la figura più rappresentativa del socialismo riformista italiano. Avvocato, poeta e giornalista prima ancora che politico, costruì insieme a Anna Kuliscioff il movimento operaio milanese, fondò il Partito Socialista Italiano nel 1892 e diresse per decenni la rivista Critica Sociale. Credeva che il cambiamento sociale dovesse avvenire attraverso le istituzioni, il diritto e la persuasione — non attraverso la violenza. Questa posizione lo mise in conflitto sia con i massimalisti del suo stesso partito sia con il fascismo nascente, che lo costrinse all’esilio nel 1926, in una fuga rocambolesca su un motoscafo verso la Francia insieme a Sandro Pertini. Morì a Parigi nel 1932, solo e lontano dalla sua terra. L’articolo che pubblico ne ripercorre la vita e il pensiero, cercando di restituire l’umanità e la passione di un uomo che i miei nonni onoravano, – ne tenevano il ritratto appeso alla parete in casa  – e che oggi merita di essere riscoperto come voce ancora attuale nel dibattito sulla politica, sulla giustizia e sul riformismo democratico. Segue l’articolo integrale.


C’era un tempo, in molte case italiane, in cui accanto al crocifisso o al ritratto di un garibaldino era appeso il volto di un uomo dai baffi folti e dallo sguardo grave: Filippo Turati. Non era una decorazione, né una concessione al culto della personalità. Era una dichiarazione silenziosa di appartenenza, una forma di fede civile. Quell’immagine diceva: noi crediamo nella giustizia, nel lavoro, nella dignità degli umili. Capire perché i miei nonni tenevano quel ritratto, (mio nonno Silvio aveva la tessera, che conservo ancora, del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, rilasciata penso nel 1943 dalla sezione di Villa Saviola) significa capire qualcosa di fondamentale sulla storia d’Italia e su ciò che abbiamo perduto.

Turati nacque il 26 novembre 1857 a Canzo, in provincia di Como, figlio di un funzionario statale legato alla Destra storica. Crebbe seguendo il padre nei trasferimenti burocratici — Mantova, San Remo, Forlì, Napoli, Pavia, Siracusa, Cremona — un’infanzia mobile che però non gli impedì studi regolari e profondi. Si laureò in giurisprudenza, ma la legge non fu mai per lui soltanto una professione: fu uno strumento al servizio dei più deboli. Fu avvocato, scrisse, si batté in aula e fuori. La sua formazione era ampia, nutrita di positivismo e di letteratura: da giovane scrisse versi, tradusse canti popolari slavi, greci e napoletani, e nel 1883 raccolse le sue poesie giovanili in volume. Poi, quasi di scatto, scelse la politica. Non per ambizione, ma per coerenza.

La svolta avvenne nei primi anni Ottanta, quando l’esperienza della Sinistra storica al governo lo deluse profondamente. Turati cominciò a scrivere su «La Plebe», il settimanale socialista, e nel 1882 publicò il saggio Il delitto e la questione sociale, in cui metteva in relazione la criminalità con le condizioni materiali dell’esistenza. Il crimine, argomentava, non è frutto del libero arbitrio dell’individuo, ma di un sistema che produce disuguaglianza e miseria. Era un modo di pensare radicale e modernissimo. Ma l’incontro che cambiò la sua vita fu quello con Anna Kuliscioff.

Anna Kuliscioff era una socialista russa, medico di formazione, una delle menti più lucide del socialismo europeo. Dal 1885 divenne la compagna di vita e di pensiero di Turati, e tra i due nacque un sodalizio intellettuale e sentimentale che durò quarant’anni, documentato da un carteggio sterminato, pubblicato postumo, che è al tempo stesso una storia d’amore e un documento storico di prim’ordine. Fu Kuliscioff a spingere Turati verso il marxismo e verso i circoli della socialdemocrazia europea. Fu lei a dargli rigore teorico e lucidezza politica. Erano due persone diverse che si completavano: lui più oratorio, più capace di parlare alle folle; lei più fredda, analitica, capace di vedere dove il movimento avrebbe dovuto andare.

Nel 1889 Turati fondò la Lega socialista milanese e nel gennaio 1891 diede vita a «Critica Sociale», che divenne la rivista teorica più autorevole del socialismo prefascista italiano. Poi, nel 1892, a Genova — i congressisti si erano riuniti là per sfruttare gli sconti ferroviari delle celebrazioni colombiane — contribuì a fondare il Partito dei Lavoratori Italiani, che nel 1893 sarebbe diventato il Partito Socialista Italiano. Aveva trentacinque anni. Per i successivi vent’anni sarebbe stato la figura dominante del socialismo italiano. Per i decenni successivi, anche quando fu messo in minoranza, rimase il suo punto di riferimento morale.

Il suo socialismo era fatto di una sostanza particolare: riformismo, gradualità, fede incrollabile nell’azione parlamentare. Turati credeva che il cambiamento dovesse venire attraverso le leggi, le riforme sociali, l’istruzione delle masse, il suffragio universale. Si batté per i lavoratori, per le otto ore, per i diritti delle donne, per la scuola pubblica. Si oppose con determinazione sia al capitalismo più brutale, sia agli estremismi rivoluzionari. Non era ingenuo: sapeva che il potere non si concede, si conquista. Ma credeva che la conquista violenta producesse nuova violenza. La politica, per lui, era costruzione paziente di giustizia, non presa del palazzo d’inverno.

Nel 1898, durante i moti di Milano repressi nel sangue dal generale Bava Beccaris, fu arrestato insieme a Kuliscioff. Trascorse più di un anno in carcere. «Critica Sociale» fu sequestrata e chiuse i battenti fino alla sua scarcerazione. Non si piegò. Tornò in Parlamento, tornò alla tribuna, tornò a scrivere. Nell’arco della sua vita pronunciò migliaia di discorsi parlamentari, raccolti in tre volumi. Scrisse di diritto, di sociologia, di economia, di politica. La sua opera è quella di un uomo che pensava che le parole potessero cambiare il mondo, a condizione di usarle con onestà e rigore.

Poi arrivò il fascismo. E qui emerge la grandezza morale di Turati. Mussolini proveniva dal socialismo: era stato direttore dell’«Avanti!» prima di voltare la giacca, prima di diventare il Duce che trascinava le folle con promesse imperiali e l’accompagnamento delle squadracce. Molti che avevano condiviso quella stagione cercarono accordi, compromessi, silenzi convenienti. Turati no. Rimase uno degli oppositori più tenaci e coerenti del regime nascente. Dopo il delitto Matteotti, nel 1924, la sua voce si levò tra le più chiare nell’Aventino parlamentare. Il fascismo rispose stringendo il cerchio.

Nella notte tra l’undici e il dodici dicembre 1926, all’età di quasi settant’anni, Turati fuggì dall’Italia su un motoscafo. La fuga fu organizzata da Carlo Rosselli, Ferruccio Parri e dal giovane Sandro Pertini, allora trentunenne avvocato savonese già nel mirino del regime. Dopo settimane di spostamenti clandestini tra Milano, la provincia di Varese e Torino, Turati e Pertini trovarono rifugio a Quiliano, in casa del capitano marittimo Italo Oxilia. Nella tarda serata dell’undici dicembre, dal molo del Lanternino Verde a Savona, si imbarcarono sull’«Oriens» insieme a Rosselli, Parri, Oxilia, Lorenzo Da Bove e pochi altri. Il mare era agitato, la traversata durò dodici ore, il rischio era reale. La mattina del dodici, attraccarono a Calvi, in Corsica. Carlo Rosselli avrebbe ricordato Turati disteso sui cordami di prua, calmo, mirabilmente calmo, indifferente a tutti i destini. Sandro Pertini raccontò che, mentre le coste italiane sparivano all’orizzonte, Turati, gli occhi pieni di lacrime, gli disse: «Io sono vecchio, non tornerò più vivo in Italia». Aveva ragione.

A Parigi, da esule, Turati non si arrese. Continuò a lavorare, a scrivere, a parlare. Promosse nel 1927 la nascita della Concentrazione antifascista, partecipò ai congressi dell’Internazionale socialista, tenne viva la voce dell’Italia libera in Europa. Morì di polmonite il 29 marzo 1932. Fu sepolto al Père Lachaise di Parigi. Solo nel 1948, le sue ceneri tornarono in Italia, al Cimitero Monumentale di Milano.

Perché, allora, il suo ritratto nelle case? Perché per le famiglie operaie e contadine di quest’Italia, spesso povere di istruzione ma ricche di dignità, Turati era qualcosa di più di un politico. Era la prova che si poteva combattere senza odiare, che si poteva restare fedeli a un’idea senza piegarsi al potere, che la politica aveva ancora qualcosa a che fare con la coscienza. In un’epoca di trasformismi, opportunismi e vigliaccherie, lui rappresentava l’opposto: la coerenza pagata di persona. Non aveva ceduto alla violenza, non aveva cercato il potere fine a se stesso, non si era piegato. Aveva pagato con l’esilio e con la morte lontano dalla sua terra. Questo lo rendeva, agli occhi di quella gente semplice, qualcosa di simile a un testimone.

Cosa resta oggi di Turati? Poco, nella memoria pubblica. È ridotto a nota a piè di pagina nei manuali di storia, citato di passaggio. Eppure la sua attualità è sorprendente. Viviamo in un tempo in cui la politica è spettacolo, il linguaggio è arma, il consenso si costruisce sull’odio e sulla paura. In un tempo così, Turati ci ricorda che esiste un’altra possibilità: che il cambiamento senza etica diventa violenza, che la politica senza cultura diventa propaganda, che i diritti non nascono per decreto ma da lotte lunghe e pazienti. E soprattutto che la democrazia è fragile, e va costruita ogni giorno con la stessa cura con cui si costruisce una casa.

Ricordare Turati non è nostalgia. È recuperare una domanda che questo tempo evita ostinatamente: si può fare politica senza perdere l’anima? Lui rispondeva di sì. E lo dimostrò con la propria vita.

Giustizia e libertà sempre

Tempora bona venient

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