Il fascismo italiano dalle origini alla conquista del potere
Nota dell’autore
Questo articolo è stato elaborato a partire dalle conoscenze e studi del Professor Alessandro Barbero, in particolare dalla lezione pubblica sul fascismo italiano, tenuta al Teatro Lirico di Milano nell’ambito di un incontro con il pubblico del suo podcast. Il testo ne segue abbastanza fedelmente l’impostazione interpretativa e il percorso argomentativo, riorganizzandone i contenuti in forma saggistica. Chi scrive è debitore al Professor Barbero non soltanto per i materiali di questa occasione, ma per un magistero storiografico che da anni illumina il passato con rara chiarezza e onestà intellettuale. Consiglio vivamente l’ascolto dei podcast del professor Barbero.
In breve
Capire come nasce una dittatura non è un esercizio accademico: è una necessità civile. Questo articolo accompagna il lettore attraverso le origini del fascismo italiano — dalle parole e dai simboli, alle radici nella Prima guerra mondiale, dallo squadrismo finanziato dai padroni alla marcia su Roma, fino alle leggi che smontarono pezzo per pezzo la democrazia liberale — seguendo il filo di una delle voci più autorevoli e accessibili della storiografia italiana contemporanea: quella di Alessandro Barbero.
Barbero ha il dono raro di rendere la storia viva senza tradirne la complessità. Sa parlare agli studenti e agli adulti, agli appassionati e a chi si avvicina per la prima volta, con la stessa serietà e la stessa chiarezza. In questa lezione pubblica — tenuta al Teatro Lirico di Milano, luogo simbolico perché proprio lì Mussolini tenne il suo ultimo discorso nel dicembre del 1944 — il professore risponde a domande sul fascismo con quella capacità di illuminare il passato che lo ha reso uno dei più amati divulgatori storici del nostro tempo.
Chi teme la storia perché la ricorda come materia pesante, piena di date e di nozioni, troverà qui qualcosa di diverso: un racconto in cui le date contano meno delle scelte umane, in cui i protagonisti — Mussolini, D’Annunzio, Matteotti, il re che non firmò — sono persone concrete con le loro ambizioni e le loro paure, e in cui il passato parla con inquietante chiarezza al presente. Segue l’articolo integrale. Buona lettura.
I. Introduzione: Milano e il fascismo
C’è qualcosa di simbolicamente potente nel fatto che il Teatro Lirico di Milano sia al tempo stesso il luogo in cui il fascismo ebbe uno dei suoi battesimi più spettacolari e quello in cui pronunciò il suo ultimo rantolo pubblico. Il 16 dicembre del 1944, in un’Italia già militarmente sconfitta, in un’Europa in cui il nazifascismo era condannato dalla storia, Benito Mussolini salì su quel palcoscenico per l’ultima volta e parlò ai suoi fedeli superstiti. Mancavano poco più di quattro mesi alla fine. Eppure l’inverno aveva rallentato l’avanzata alleata e frenato la guerriglia partigiana — il generale britannico Alexander aveva persino invitato i partigiani a sospendere le operazioni e ad aspettare la primavera — e in quel breve intervallo di stallo il Duce ritrovò per un istante il suo antico talento oratorio, quella capacità di tenere in pugno le folle che era stata la sua vera arma politica per un quarto di secolo.
Ma la storia del fascismo non si comprende partendo dalla sua fine. Occorre tornare all’inizio, a quella Milano del 1919 in cui tutto ebbe origine, e seguire il filo di una vicenda che trasformò un paese uscito stremato dalla guerra mondiale in una dittatura ventennale. Una vicenda che interroga ancora oggi — forse oggi più che mai — le nostre categorie politiche, la nostra capacità di riconoscere i segnali del pericolo, la nostra fiducia nelle istituzioni democratiche.
II. Il lessico del fascismo: fasci, duce, camicie nere
Il fascio e la sua storia
Il termine “fascismo” non nacque per caso né fu inventato da Mussolini con un atto di pura volontà. Quando il 23 marzo 1919 Mussolini fondò in piazza San Sepolcro, a Milano, il suo movimento, lo chiamò “Fasci di combattimento”. La parola fascio aveva una storia lunga e composita nel lessico politico italiano.
Anzitutto c’era il richiamo all’antica Roma: il fascio littorio era il simbolo dei littori, magistrati romani investiti del potere di infliggere punizioni corporali e, nei casi estremi, la pena di morte. Il loro emblema era un fascio di verghe legate attorno a una scure: le verghe per bastonare, la scure per decapitare. Un simbolo di autorità e di forza coercitiva che, dalla Rivoluzione francese in poi, aveva conosciuto una straordinaria diffusione iconografica in tutto l’Occidente. Non è un caso che ancora oggi lo stemma del Senato degli Stati Uniti rechi due fasci littori incrociati.
Ma c’era anche un’altra tradizione, più recente e tutta italiana. Verso la fine dell’Ottocento il termine “fascio” era entrato nel vocabolario dei movimenti politici come alternativa neutra a “partito” — parola già allora avvertita come logora o settaria. Lo si poteva usare da qualsiasi posizione dello spettro politico: i Fasci Siciliani, il grande movimento di braccianti e minatori che agitò la Sicilia tra il 1891 e il 1894, erano un movimento di sinistra, eppure si chiamavano così. Mussolini scelse dunque un termine che faceva parte del repertorio comune della politica italiana, caricandolo progressivamente di quei significati nazionalisti e imperiali che divennero poi la cifra del regime. Dai Fasci di combattimento al Partito Nazionale Fascista il passo fu breve: già nel 1921 la trasformazione era compiuta.
Il Duce e gli altri «conduttori»
Prima che il fascismo se ne impossessasse per sempre, la parola “duce” era un termine della lingua italiana colta, usato liberalmente per designare un capo, un condottiero, una guida. Nel corso dell’Ottocento Garibaldi era stato chiamato correntemente “il duce delle camicie rosse” senza che nessuno ci vedesse nulla di straordinario. Era semplicemente il modo in cui certi giornalisti e certi intellettuali indicavano un leader carismatico.
Il Novecento, però, fu il secolo in cui la politica scoprì — o reinventò — il culto del capo. Non soltanto i partiti furono sempre più plasmati attorno a una figura dominante, ma interi stati, intere nazioni finirono per identificarsi con un solo uomo e con il titolo che lo designava. Mussolini aprì la strada con il “Duce”, che è colui che conduce. Hitler fu il Führer, che significa esattamente la stessa cosa. Franco in Spagna fu il Caudillo, termine di tradizione militare ispanica. Antonescu in Romania fu il Conducător. Quattro varianti linguistiche di un identico fenomeno politico: il capo che non è primus inter pares ma incarnazione vivente della nazione. Un fenomeno che non era estraneo a certe derive del nazionalismo romantico ottocentesco, ma che nel Novecento trovò nel fascismo la sua forma compiuta e tragica.
Il nero degli arditi
Le camicie nere, simbolo immediato e visivo del fascismo, non furono un’invenzione di Mussolini ma l’eredità di un corpo speciale dell’esercito italiano: gli arditi. Capire chi fossero gli arditi significa capire qualcosa di essenziale sulla natura del primo fascismo.
La Prima guerra mondiale aveva imposto a tutti gli eserciti europei una rivoluzione tattica. Le cariche frontali di fanteria contro le trincee nemiche si erano rivelate un massacro inutile: le mitragliatrici falciavano migliaia di uomini in pochi minuti. La risposta era stata la creazione di reparti speciali, piccoli e altamente addestrati, capaci di infiltrarsi, di colpire i punti nevralgici, di operare con velocità e iniziativa individuale. I tedeschi li chiamarono Sturmtruppen; gli italiani li chiamarono arditi, con una retorica tutta italiana del coraggio temerario, del “cuore oltre l’ostacolo”.
Nell’esercito italiano i corpi speciali si distinguevano per il colore delle mostrine: verde per gli alpini, rosso cremisi per i bersaglieri. Per gli arditi fu scelto il nero, completato dal fez nero. Quando la guerra finì, molti ex arditi faticarono a reinserirsi nella vita civile e trovarono nei fasci mussoliniani un ambiente familiare: la virilità militaresca, il cameratismo, la violenza come strumento politico. Portarono con sé il colore nero, lo spirito squadrista e persino le canzoni: Giovinezza, prima di diventare l’inno fascista per eccellenza, era stata una canzone degli arditi, e prima ancora, con parole diverse, una canzone goliardica degli studenti torinesi.
* * *
III. Mussolini: l’uomo e le sue trasformazioni
Dal socialismo al fascismo: non una contraddizione, ma un’ambizione
Uno degli interrogativi che più disorientano chi si avvicina per la prima volta alla storia del fascismo riguarda la traiettoria biografica del suo fondatore. Mussolini era stato, fino allo scoppio della Prima guerra mondiale, uno dei dirigenti più in vista del Partito Socialista Italiano, direttore dell’Avanti!, il quotidiano del partito. Come fu possibile che diventasse poi il capo di un movimento radicalmente antisocialista? E come fu possibile che nei primi anni dei Fasci vi militassero ex anarchici, ex sindacalisti rivoluzionari, persino socialisti?
La risposta si articola su due piani distinti. Il primo riguarda una verità generale sulla vita degli esseri umani: le posizioni politiche cambiano, talvolta radicalmente. Non è un caso che nella storia del Novecento — e non solo — si trovino figure che da giovani erano all’estrema sinistra e che in età matura sono diventate pilastri del conservatorismo. È un processo che può turbare, ma che non dovrebbe stupire.
Il secondo piano riguarda specificamente Mussolini e la natura del fascismo delle origini. Mussolini era, prima di tutto, un uomo di grandissima ambizione e di straordinario fiuto politico. Non aveva una bussola ideologica fissa: aveva una direzione di marcia, che era il potere, e la capacità di capire di volta in volta quale fosse la strada più promettente per raggiungerlo. Da giovane aveva creduto che quella strada fosse il socialismo rivoluzionario. Alla vigilia della Prima guerra mondiale aveva pensato che il pacifismo avrebbe potuto essere la sua bandiera — poi era passato agli interventisti con repentina disinvoltura. Era stato anticlericale di ferro — poi avrebbe stipulato il Concordato con la Chiesa. Era stato repubblicano — poi aveva convissuto vent’anni con la monarchia, per tornare alla repubblica alla fine, con Salò.
Il programma dei Fasci presentato in piazza San Sepolcro nel 1919 era, sorprendentemente, di chiara ispirazione progressista: suffragio universale, voto alle donne, salario minimo, tassazione progressiva sui redditi alti. Non è paradossale che ci fosse gente di sinistra che ci credesse. Quello che successe dopo — la guerra civile strisciante, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler, la guerra suicida — non era scritto nel 1919. Nessuno poteva saperlo. Neanche Mussolini.
Il soldato e il mito
Mussolini fece la guerra come tanti altri. Arruolato nei bersaglieri, si comportò decorosamente: fu promosso caporale e poi caporal maggiore per meriti di guerra. Nel febbraio del 1917 rimase gravemente ferito in un incidente durante un’esercitazione, non in combattimento, e fu ricoverato e poi congedato.
Ma Mussolini non era un soldato qualunque: era un politico e un giornalista già famoso, e teneva un diario di guerra che pubblicava regolarmente sul suo giornale. L’esperienza militare, reale e decorosa, divenne nella sua autorappresentazione un’epopea eroica, con dettagli come il rifiuto dell’anestesia durante le operazioni chirurgiche per estrarre le schegge dal suo corpo — un dettaglio su cui è lecito nutrire qualche dubbio. La guerra fu il primo grande laboratorio della mitologia mussoliniana.
* * *
IV. La Prima guerra mondiale e le sue conseguenze
L’Italia vittoriosa che si sentiva sconfitta
L’Italia era fra i vincitori della Grande Guerra, ma ne uscì in condizioni che assomigliavano pericolosamente a quelle di un paese sconfitto. Un debito pubblico mostruoso, un’economia a pezzi, una disoccupazione spaventosa, movimenti rivoluzionari di destra e di sinistra che minavano le fondamenta dello stato liberale. Per certi versi il paese assomigliava molto più alla Germania di Weimar o all’Ungheria che non alla Francia o all’Inghilterra dei vincitori.
Ai tavoli della pace di Parigi la delegazione italiana si ritrovò trattata come il parente povero. Gli alleati non dimenticavano che l’Italia era entrata in guerra tardi, che aveva subito la disfatta di Caporetto nel 1917, che era stata in parte salvata dall’intervento anglo-francese. La delegazione italiana ottenne meno di quanto sperava — soprattutto nei Balcani, dove le ambizioni italiane si scontravano con quelle della Jugoslavia — e a un certo punto, per ripicca, abbandonò i negoziati, col risultato di ottenere ancora meno.
È necessaria, a questo punto, una precisazione storica importante. L’Italia non fu “trattata da sconfitta”: ottenne significativi ampliamenti territoriali, tra cui l’intera regione che portò il confine al Brennero. Ma questo significò annettere il Tirolo meridionale, una regione abitata da popolazioni di lingua e cultura tedesca che non avevano espresso alcun desiderio di diventare italiane. In un’Europa che ufficialmente predicava il principio wilsoniano di autodeterminazione dei popoli, si trattava di una contraddizione stridente. Analoga contraddizione si riscontrava nelle aree slovene e croate annesse assieme a Trieste e alla Venezia Giulia.
Quanto alla politica di repressione culturale che ne seguì — il divieto di usare la propria lingua, l’italianizzazione forzata dei toponimi e dei cognomi, l’imposizione dell’istruzione in italiano — essa va compresa nel contesto del nazionalismo parossistico che aveva attraversato tutta l’Europa nel corso del conflitto. Agli occhi di molti italiani dell’epoca, la guerra aveva dimostrato la superiorità del popolo italiano su popoli considerati inferiori — una visione che appare oggi nella sua piena mostruosità, ma che allora era ampiamente condivisa nelle classi dirigenti di quasi tutti i paesi europei.
La «vittoria mutilata» e D’Annunzio
Fu Gabriele D’Annunzio a coniare la formula della “vittoria mutilata” — anche se, a essere precisi, la usò in senso oppositivo: “vittoria nostra, non sarai mutilata”. La formula sintetizzava il risentimento nazionalista per la distanza tra le promesse del 1915 e i risultati del 1919. Fiume, la città con una borghesia prevalentemente italiana e un proletariato in buona parte croato, era stata negata all’Italia dagli alleati, che non intendevano scontentare la Jugoslavia.
D’Annunzio fu, per qualche anno, l’uomo più famoso d’Italia, e questa sua fama fu per Mussolini al tempo stesso una fonte di ispirazione e un’irritazione insopportabile. Quando nell’estate del 1919 il poeta si pose alla testa di un corpo di militari irregolari e marciò su Fiume per occuparla, compì un gesto che ipnotizzò l’Italia. Mussolini si trovò in una posizione scomoda: lo sostenne a parole, lo celebrò sulla stampa, e nei fatti fece molto poco. La sua era una partita ambigua, giocata nell’attesa che la vicenda si concludesse — come si concluse, nel dicembre del 1920, quando il governo italiano inviò l’esercito a ricacciare D’Annunzio dalla città.
La vicenda di Fiume aveva però insegnato a Mussolini una lezione fondamentale: in quell’Italia lacerata e incerta era possibile fare quasi tutto, se si aveva abbastanza forza e abbastanza consenso. Il governo aveva impiegato oltre un anno per decidersi ad agire, e nel frattempo mezza Italia aveva guardato D’Annunzio con ammirazione. “In questo paese si può fare tutto, e non succede niente”: questa era la lezione di Fiume, e Mussolini la annotò con cura.
D’Annunzio lasciò in eredità al fascismo anche alcuni elementi del suo folklore: il motto “me ne frego”, l’esclamazione “Eia eia alalà”, il modello dei discorsi-comizio con il capo che parla dal balcone e la folla che risponde in coro. Tutto il rituale scenografico del fascismo fu inventato dal poeta di Pescara sulle rive del Quarnaro. Dopodiché D’Annunzio fu tenuto lontano dalla politica per il resto della vita: il regime gli garantì lussi e privilegi in cambio del silenzio. Morì nel 1938, senza fare in tempo a vedere come andava a finire.
La guerra come scuola di violenza
Le trincee produssero anche qualcosa di più difficile da quantificare ma di altrettanto devastante: l’abitudine alla violenza come strumento ordinario di risoluzione dei conflitti. Per quattro anni l’Europa aveva organizzato la morte di massa su scala industriale. Gli stati avevano il diritto — anzi, il dovere — di prendere un cittadino pacifico, mettergli un fucile in mano e dirgli di ammazzare gli altri. Milioni di uomini avevano visto morire i propri compagni, si erano abituati a un mondo in cui la violenza era non solo legittima ma virtuosa.
Tornare a casa e accettare che i conflitti politici si risolvessero nel rispetto delle minoranze, delle regole, degli avversari — questa era un’operazione psicologica difficile, talvolta impossibile. A questo si aggiungeva il nazionalismo esasperato che aveva preceduto e accompagnato la guerra: la convinzione che la propria nazione, il proprio popolo, la propria razza fossero destinati alla grandezza. E nel contesto europeo del dopoguerra, la Rivoluzione russa del 1917 aveva aggiunto un ulteriore elemento di divisione: chi credeva nei valori della nazione e della patria vedeva nel bolscevismo non soltanto un sistema politico alternativo, ma un nemico esistenziale che predicava l’internazionalismo proletario in aperto contrasto con ogni idea di identità nazionale.
* * *
V. Il biennio rosso e la nascita dello squadrismo
La paura della rivoluzione
Tra il 1919 e il 1920 l’Italia conobbe un biennio di agitazioni sociali di straordinaria intensità. Nelle grandi fabbriche del Nord — Torino, Milano — gli operai si organizzavano in consigli di fabbrica sul modello dei soviet russi, sfilavano con le bandiere rosse, e nell’estate del 1920 occuparono fisicamente gli stabilimenti. Chi ne aveva visto solo i riflessi propagandistici aveva ogni ragione di chiedersi: sta per succedere anche qui?
Con il senno di poi gli storici concordano nel dire che una rivoluzione di tipo bolscevico in Italia era improbabile: il paese non era sufficientemente industrializzato, il Partito Socialista era diviso tra una corrente massimalista che parlava di rivoluzione ma non voleva farla davvero e una minoranza che avrebbe poi fondato il Partito Comunista nel 1921. Ma “col senno di poi” è esattamente la formula che non si può usare quando si analizza il comportamento di chi era dentro quella situazione e non sapeva come sarebbe andata a finire.
La borghesia italiana — non solo gli industriali e i grandi proprietari terrieri, ma l’intera piccola borghesia delle città, i negozianti, gli artigiani, i liberi professionisti — aveva paura. Una paura genuina, non necessariamente fondata su una valutazione realistica del rischio rivoluzionario, ma reale nella sua intensità e nelle sue conseguenze. E quella paura cercò una risposta.
Il finanziamento padronale e le origini dello squadrismo
Cesare Maria De Vecchi, che sarebbe poi diventato uno dei gerarchi del regime, ricordò anni dopo che all’indomani delle occupazioni delle fabbriche torinesi del 1920 la sede dell’associazione degli ex combattenti da lui guidata era letteralmente assediata da industriali con il portafoglio in mano, disposti a pagare per avere squadre armate che li proteggessero. Era l’incrocio decisivo: da un lato i grandi possessori di capitali terrorizzati dalla prospettiva rivoluzionaria; dall’altro gli ex combattenti, abituati alla violenza, incapaci di reintegrarsi nella vita civile, pronti a fare della violenza una professione.
Mussolini capì al volo l’occasione. Il fascismo, nato come movimento trasversale con un programma che aveva elementi di sinistra, fece in quei mesi la sua scelta di campo definitiva: si mise al servizio degli industriali, degli agrari, di tutti coloro che avevano qualcosa da perdere se arrivava la rivoluzione. Le squadre d’azione — le “squadracce” — nacquero così: finanziate dai padroni, composte da ex soldati e arditi, autorizzate di fatto dalle autorità locali — prefetti, questori, carabinieri che voltavano la testa dall’altra parte.
Lo squadrismo fu un’illegalità ininterrotta, coperta dallo stato. Le sedi sindacali venivano incendiate, i dirigenti operai bastonati o peggio, le cooperative dei contadini devastate. I morti furono centinaia — molti più fra i socialisti e i comunisti che non fra i fascisti, ma anche fra questi ultimi ci fu chi pagò con la vita.
* * *
VI. Le elezioni, D’Annunzio e la marcia su Roma
Il quadro elettorale del 1919 e del 1921
Le elezioni del 1919 fotografarono un paese profondamente mutato rispetto all’Italia prefascista. Su circa dieci milioni di elettori maschi adulti aventi diritto al voto, si presentò alle urne poco più del 56%: un dato che dice già qualcosa sulla scarsa vitalità della partecipazione politica. Il risultato fu una vittoria schiacciante del Partito Socialista, che raccolse quasi un milione e ottocentomila voti, pari al 32%. Al secondo posto il Partito Popolare Italiano, il nuovo partito cattolico fondato da don Luigi Sturzo, con il 20%.
Questo risultato era rivoluzionario nel senso letterale del termine: rovesciava l’assetto tradizionale della politica italiana. Fino ad allora il paese era stato governato da una classe dirigente liberale, laica, moderata-conservatrice, che occupava tutto lo spazio parlamentare significativo. Ora quella classe si ritrovava in minoranza. I due nuovi grandi partiti di massa — socialisti e cattolici — avevano insieme più della metà dei voti, e nessuno dei due era disposto a governare con l’altro o con i vecchi liberali alle condizioni abituali.
Il meccanismo politico che scattò fu quello che si ripete ogni volta che tre forze si confrontano: le due più vicine tra loro si alleano contro quella che fa più paura. Socialisti e cattolici non si allearono — erano troppo lontani su tutto — e i vecchi liberali preferirono stringere i denti e coalizzarsi con chiunque pur di tenere i rossi fuori dal governo. Il Partito Socialista, pur essendo il più votato nel 1919, non andò mai al governo: tutti gli altri si accordarono per escluderlo, esattamente come sarebbe accaduto decenni dopo con il Partito Comunista nell’Italia repubblicana.
Quando nel 1921 si tornò alle urne, il quadro era già cambiato. Il fascismo era cresciuto impetuosamente, finanziato e organizzato, e Mussolini si presentò all’interno di un grande “listone” elettorale — un’alleanza di tutte le forze antisocialiste — come candidato nel collegio di Milano. Accanto al suo nome, sulle liste, c’era scritto: “Mussolini, professore Benito, fascista”. Il titolo di professore era dovuto a qualche mese di insegnamento del francese in un collegio ligure nel 1908: poca cosa, ma sufficiente per l’intestazione elettorale.
D’Annunzio, Marinetti e la guerra delle parole
Il Novecento fu il secolo in cui la parola politica divenne arma di massa. Non si trattava soltanto di vincere le elezioni con la retorica dei comizi: si trattava di plasmare il senso comune, di costruire miti, di dare nomi alle cose in modo che quei nomi restassero appiccicati per sempre. In questo D’Annunzio era il maestro indiscusso. Le sue invenzioni verbali avevano una capacità fulminante di ridicolizzare gli avversari: Giolitti, con il suo labbro sporgente, divenne per sempre “il vecchio boia labbrone”; Nitti fu battezzato “cagoia” — termine che in dialetto triestino significa lumaca, ma che agli orecchi degli italiani suonava semplicemente come un insulto osceno efficacissimo. Il generale Caviglia, reo di aver usato in un proclama l’orrendo costrutto “chiunque il quale”, fu apostrofato con quella stessa frase sgrammaticata ogni volta che D’Annunzio ne parlava.
D’Annunzio e Marinetti si odiavano: il poeta futurista attaccava il Vate accusandolo di essere un arrivista e un ciarlatano, e D’Annunzio rispondeva con insulti coloriti sulla scarsa intelligenza del suo nemico. Mussolini, grande giornalista quando voleva essere feroce, aveva i suoi colpi di lingua. Questa abilità retorica non era un ornamento: era una componente essenziale della politica in un’epoca in cui i discorsi del capo potevano mobilitare le folle, creare identità collettive, trasformare avversari politici in nemici esistenziali.
La marcia su Roma: il colpo di stato che non fu fermato
L’11 agosto del 1922 Mussolini rilasciò un’intervista in cui affermava tranquillamente che “la marcia su Roma è in atto”. La marcia vera sarebbe avvenuta il 28 ottobre, ma se ne parlava da mesi. Un politico che dichiarava pubblicamente di essere pronto a fare un colpo di stato avrebbe dovuto essere arrestato. In un paese liberal-democratico funzionante, quella dichiarazione avrebbe scatenato una reazione immediata delle autorità. In Italia del 1922 non successe niente.
Mussolini era abbastanza scaltro da accompagnare le sue minacce con rassicurazioni: la monarchia era sacra, le istituzioni sarebbero state rispettate. Nel frattempo le squadre fasciste si concentravano fuori Roma, pronte a marciare. Il governo presieduto da Luigi Facta decise di reagire: preparò la proclamazione dello stato d’assedio. Il documento fu portato al re Vittorio Emanuele III per la firma. Il re non firmò.
Perché? È la domanda che gli storici si pongono da un secolo, e alla quale non esiste una risposta definitiva. Si sa che buona parte dell’opinione pubblica era simpatetica verso il fascismo o perlomeno convinta che fosse il “male minore” rispetto alla rivoluzione rossa. Si sa che molti generali non avrebbero obbedito all’ordine di sparare sui fascisti. Si sa che il cugino del re, il duca d’Aosta, alto e popolare mentre Vittorio Emanuele era minuto, parteggiava per i fascisti e non avrebbe dispiaciuto a una parte dell’esercito come alternativa al trono. Il re doveva scegliere in una situazione in cui il sistema attorno a lui non era compatto.
Il governo si dimise. L’esercito lasciò passare le colonne fasciste. Le squadre raggiunsero Roma in treno e in camion, senza incontrare resistenza. Mussolini, che nel frattempo era rimasto prudentemente a Milano, ricevette il telegramma del re che lo invitava a Roma per formare il governo. Salì su un vagone letto e raggiunse la capitale. Era il 29 ottobre 1922. Aveva trentanove anni.
* * *
VII. Dalla presidenza del Consiglio alla dittatura
Il biennio di transizione: 1922-1924
Quando Mussolini divenne presidente del Consiglio, il fascismo era ancora, almeno formalmente, una forza di minoranza: disponeva di poco più di trenta parlamentari. Il re avrebbe potuto revocargli l’incarico, i partiti di opposizione avrebbero potuto costruire una maggioranza alternativa. Non accadde niente di tutto questo. La classe politica liberale pensava di poter “usare” Mussolini come argine contro i socialisti, e di riassorbirlo poi nel sistema politico tradizionale. Fu un calcolo fatale.
Intanto lo squadrismo continuava, e anzi peggiorava. La strage di Torino del dicembre 1922 — a pochi mesi dalla marcia su Roma — mostrò di cosa fossero capaci le squadre fasciste anche dopo la conquista del potere. In seguito a un incidente in cui due fascisti erano stati uccisi da un operaio armato, le squadracce passarono una notte intera a setacciare i quartieri operai della città, bussando alle porte dei dirigenti sindacali e dei consiglieri comunali socialisti, ammazzandone alcuni sulla soglia di casa davanti alle famiglie, trascinandone altri per le strade. Il responsabile dei fascisti torinesi dichiarò pubblicamente di poterlo rifare quando volesse. Non fu arrestato. Il governo emanò un’amnistia.
La legge Acerbo e le elezioni del 1924
In vista delle elezioni del 1924, il governo Mussolini fece approvare dal Parlamento una nuova legge elettorale — la cosiddetta legge Acerbo, dal nome del sottosegretario che la presentò. Essa stabiliva che la lista che avesse ottenuto il 25% dei voti e fosse risultata la più votata avrebbe automaticamente ricevuto i due terzi dei seggi parlamentari. Era una legge di maggioranza nella sua forma più spudorata: bastava una minoranza appena superiore al quarto dell’elettorato per conquistare una maggioranza schiacciante in parlamento.
Il fatto che questa legge fosse stata approvata da un Parlamento ancora formalmente libero — con una commissione presieduta da Enrico De Nicola, futuro primo presidente della Repubblica, e composta da figure come Giolitti, Bonomi, Orlando, De Gasperi e Turati — è uno di quei dettagli che ancora oggi lasciano attoniti. La commissione la approvò per dieci voti contro otto. Lo storico Giovanni Sabbatucci l’avrebbe definita “il suicidio del Parlamento”.
Le elezioni del 1924 si svolsero in un clima di intimidazioni e brogli sistematici. Le squadre fasciste presidiarono i seggi, i candidati di opposizione furono in molti casi impossibilitati a fare campagna. Il listone fascista ottenne il 65% dei voti — un risultato che rifletteva il terrore diffuso almeno quanto il consenso reale, anche se quest’ultimo non era affatto trascurabile.
Matteotti: l’ultimo grido della democrazia
Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera per contestare la validità delle elezioni. Il discorso durò più di un’ora non per la sua lunghezza, ma perché i deputati fascisti lo interruppero continuamente con urla e insulti. Matteotti parlò in mezzo al caos, con fatti, date e nomi, elencando sistematicamente le violenze, i brogli, gli abusi e i crimini compiuti durante la campagna elettorale. Quando tornò al suo posto, disse sottovoce al collega seduto vicino: «Adesso potete cominciare a pensare di farmi l’orazione funebre».
Il 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito a Roma da una squadra di fascisti e assassinato. Il suo corpo fu ritrovato due mesi dopo in una macchia fuori città. L’emozione fu enorme. Per alcune settimane il regime sembrò vacillare. Niente di quanto sarebbe stato necessario accadde.
L’Aventino: il suicidio dell’opposizione
L’opposizione scelse la via dell’Aventino: i deputati non fascisti — socialisti, comunisti, popolari, liberali dissidenti — si ritirarono dai lavori parlamentari in segno di protesta, sperando di produrre uno shock politico abbastanza forte da far cadere il governo. Fu un errore gravissimo. Finché c’erano deputati di opposizione in Parlamento, c’era sempre un Matteotti che poteva alzarsi e denunciare, e le sue parole uscivano sui giornali ancora liberi. Ritirandosi, l’opposizione lasciò la Camera interamente in mano ai fascisti. In una democrazia normale, il ritiro dell’intera opposizione avrebbe prodotto una crisi istituzionale insostenibile. Nell’Italia del 1924 non successe quasi niente.
Il discorso del 3 gennaio 1925: la dittatura si annuncia
Il 3 gennaio 1925 Mussolini si presentò alla Camera — dove sedevano ormai solo i deputati fascisti, accolti dai canti di Giovinezza — e tenne il discorso che segna convenzionalmente l’inizio della dittatura fascista. Non confessò di aver ordinato l’assassinio di Matteotti — anzi, continuò a negarlo fino alla fine. Ma si assunse, disse, la responsabilità “politica, morale, storica” di tutto quanto era avvenuto dall’inizio della rivoluzione fascista. E aggiunse: se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, la colpa è mia. Se è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere.
Era una sfida diretta. Aveva capito — e il suo fiuto raramente lo tradiva — che poteva permettersela. La maggioranza degli italiani avrebbe applaudito: la rivoluzione rossa era stata sconfitta, l’ordine era ristabilito, l’Italia produceva e lavorava. Chi avrebbe osato condannarlo per questo?
* * *
VIII. L’architettura della dittatura: le leggi fascistissime
La dittatura fascista non fu solo il Duce che parlava dal balcone, le adunate oceaniche, il saluto romano, le camicie nere in parata. Queste erano la facciata, la scenografia propagandistica. L’essenza della dittatura stava altrove: stava nelle leggi che, con un’apparenza di legalità formale, svuotarono sistematicamente le istituzioni democratiche.
Con la legge del 24 dicembre 1925 il presidente del Consiglio divenne “capo del governo” e soprattutto cessò di rispondere al Parlamento: rispondeva solo al re. Il Parlamento non poteva più sfiduciarlo. Il 31 gennaio 1926 fu stabilito che il governo potesse emanare decreti legge immediatamente esecutivi, senza necessità di approvazione parlamentare preventiva. Poi vennero i podestà: i sindaci eletti dai cittadini scomparvero in ogni comune d’Italia, e al loro posto il governo nominò commissari di propria fiducia. Il 31 dicembre 1925 fu stabilito che per fondare un giornale occorreva un direttore responsabile approvato dalle autorità. Era la fine della libertà di stampa. Infine, con regio decreto del 6 novembre 1926, tutti i partiti politici, tutte le associazioni, tutte le organizzazioni che svolgessero attività contraria al regime furono sciolte d’autorità.
Un sistema democratico si svuota quando queste leve vengono rimosse, una dopo l’altra, con tutta l’apparenza della legalità. Non occorre che arrivi qualcuno a dichiarare: da oggi siamo una dittatura. Basta che il governo non risponda più al Parlamento, che i giornali non possano più criticare il potere, che i partiti di opposizione non possano più esistere, che i sindaci non vengano più eletti. Il nome formale delle istituzioni può anche rimanere lo stesso. La sostanza è già cambiata.
* * *
IX. Il problema del consenso
Sarebbe comodo — e sbagliato — raccontare la storia del fascismo come quella di un pugno di violenti che impose la dittatura a un popolo innocente e resistente. Non è andata così. Il fascismo ebbe un consenso reale, vasto, trasversale. Non soltanto tra gli industriali e i grandi proprietari terrieri che lo finanziavano, non soltanto tra i militari e gli ex combattenti frustrati, non soltanto tra i nazionalisti esaltati. Il fascismo piacque a larga parte della piccola borghesia, a molti professionisti, a non pochi intellettuali — almeno per un tempo. Piacque perché aveva fermato la minaccia rivoluzionaria, perché prometteva ordine e produttività, perché agitava le bandiere della grandezza nazionale.
Le potenze straniere non reagirono diversamente. In Francia e in Inghilterra le classi dirigenti si preoccuparono per un momento del fatto che un paese europeo stesse vivendo qualcosa di simile a un colpo di stato. Ma poi prevalse un ragionamento cinico: per l’Italia forse ci voleva, e comunque da noi non succederà.
Quanto alla Chiesa cattolica, il suo rapporto con il fascismo fu complesso e in evoluzione. All’inizio della marcia fascista al potere, papa Pio XI preferiva che la Chiesa rimanesse al di sopra della politica quotidiana, e non era entusiasta dell’esistenza del Partito Popolare di don Sturzo. Nel 1922 il pontefice invitò il clero a non collaborare con i partiti politici e persuase lo stesso don Sturzo a lasciare la segreteria del partito. Non si può quindi dire che la Chiesa abbia avuto un ruolo determinante nell’ascesa al potere del fascismo nel senso di un appoggio attivo e diretto. Il vero grande accordo sarebbe venuto dopo, con i Patti Lateranensi del 1929.
* * *
X. Conclusione: cento anni dopo
Il 3 gennaio 1925, cento anni fa, la democrazia italiana cessò di esistere. Non con un boato, non con le truppe per strada, non con una dichiarazione formale di dittatura. Cessò di esistere attraverso un discorso parlamentare in cui un presidente del Consiglio si assunse la responsabilità di tutto, sfidando chiunque a condannarlo per questo. E nessuno lo condannò.
La storia del fascismo italiano ci lascia alcune domande che non hanno perso nulla della loro urgenza. Come può una democrazia cedere senza quasi accorgersene? Come è possibile che una classe politica intera non riesca a riconoscere il pericolo finché non è troppo tardi? Come è possibile che la violenza sistematica, condotta alla luce del sole, sia tollerata e coperta dalle stesse istituzioni che dovrebbero contrastarla?
Le dittature non si annunciano. Si costruiscono pezzo per pezzo, con leggi apparentemente ragionevoli, con argomenti apparentemente comprensibili, con la logica dell’emergenza e della stabilità. Il fascismo non fu il folklore delle camicie nere e del saluto romano: fu la legge che tolse al Parlamento il potere di sfiduciare il governo, fu la norma che permise al prefetto di decidere quali giornali potevano esistere, fu il decreto che sciolse tutti i partiti di opposizione.
Riconoscere queste cose quando accadono, non dopo — questa è la lezione che la storia del fascismo consegna a chi voglia ascoltarla.
Note a latere
Debito e gratitudine verso Alessandro Barbero
Questo articolo non sarebbe esistito senza Alessandro Barbero.
Il merito delle idee qui esposte è dunque del Professor Barbero. A me è spettato il compito di organizzarle, raccordarle e consegnarle a una forma scritta che potesse reggere autonomamente. Se il risultato ha qualche pregio, esso appartiene alla fonte; se ha qualche difetto, appartiene alla trascrizione.
Sento il dovere di dirlo con chiarezza, e non soltanto per ragioni di correttezza formale. Questo lavoro nasce dalla stima profonda che nutro nei confronti del Professor Barbero — una stima che si è consolidata nel tempo ascoltando le sue lezioni, i suoi podcast, i suoi interventi pubblici. C’è una piacevolezza rara nell’ascoltarlo e nell’imparare dalle sue parole: quella piacevolezza che si prova quando qualcuno di veramente competente sa rendere leggera anche la materia più complessa, senza per questo tradirne la profondità. Ho voluto affidare a questa lezione il compito di illustrare fatti e idee proprio per questo: perché Barbero ha quella capacità, preziosa e non comune, di avvicinare alla storia anche chi normalmente la ritiene ostica o pesante. Si è cercato di mantenere il suo stile, la sua chiarezza, il suo equilibrio tra rigore e accessibilità, nella speranza che anche sulla pagina scritta quella qualità si conservasse almeno in parte.
Alessandro Barbero rappresenta qualcosa di raro nel panorama culturale italiano: uno storico di mestiere che non si chiude nell’accademia, ma porta la storia viva — quella fatta di uomini concreti, di scelte sbagliate, di occasioni mancate e di responsabilità individuali — a un pubblico largo e spesso giovanissimo. Lo fa senza semplificare, senza compiacere, senza la pigrizia del luogo comune. Lo fa con quella forma di rispetto autentico per l’intelligenza del proprio interlocutore che è il fondamento di ogni vera educazione civile.
Sono grato al Professor Barbero per questo lavoro, e per la lezione — nel senso più ampio del termine — che ogni sua parola continua a offrire a chi voglia ascoltare.
Avvertenza al lettore
Chi legge è invitato a tenere presente che la narrazione qui proposta segue fedelmente l’interpretazione del Professor Barbero, e come tale riflette le sue scelte storiografiche, i suoi accenti, le sue valutazioni. La storia del fascismo italiano è un campo vastissimo e ancora vivo, nel quale studiosi di pari rigore e serietà hanno elaborato letture in parte diverse — talvolta su singoli aspetti, talvolta su questioni interpretative di fondo.
Basti pensare alla grande controversia storiografica sul consenso popolare al regime, su cui Renzo De Felice aprì decenni di dibattito acceso e non ancora del tutto sopito; o alle diverse valutazioni del ruolo della monarchia, della Chiesa, della classe dirigente liberale nell’ascesa e nel consolidamento del potere fascista. Su ciascuno di questi nodi la ricerca storica ha prodotto contributi importanti e talvolta divergenti, tutti meritevoli di attenzione.
Questo articolo non pretende di essere una sintesi esaustiva della storiografia sul fascismo, né di rappresentare un punto di vista neutro al di sopra del dibattito. È la restituzione fedele di una interpretazione autorevole, offerta al lettore come strumento di riflessione e come invito ad approfondire. Chi vorrà andare oltre troverà una letteratura ricca, spesso appassionante, e scoprirà che la storia — come la vita — raramente si lascia chiudere in una sola versione.
Giustizia e libertà sempre

Il Professor Barbero seguendo la mia immaginazione