Mussolini, il socialismo e la nascita del fascismo
Studio storico, psicologico e storiografico
Premessa: una domanda che non si esaurisce
C’è una domanda che ritorna, con ostinazione, ogni volta che si guarda alla storia italiana del Novecento: come fu possibile? Come fu possibile che un uomo formatosi nel socialismo rivoluzionario, che aveva diretto un grande giornale di partito, che aveva parlato di lotta di classe, di internazionalismo, di emancipazione dei lavoratori, potesse costruire una delle prime dittature totalitarie della storia europea moderna? Come fu possibile che quel medesimo uomo — Benito Mussolini — diventasse il fondatore del fascismo, il persecutore dei propri ex compagni, l’alleato dei ricchi agrari contro i braccianti, il complice di violenze squadristiche e infine l’artefice di leggi razziali?
La domanda non è solo biografica. Non riguarda soltanto un singolo individuo, per quanto eccezionale nella sua pericolosità. Riguarda l’Italia intera: un popolo, un sistema politico, una cultura che resero possibile il fascismo. Riguarda i socialisti, i liberali, i democratici, le istituzioni, le élite economiche, la monarchia. Riguarda ognuno di quanti videro, capirono in parte, e non fecero abbastanza, o non poterono farlo, o non vollero.
Questo saggio prova a rispondere a quella domanda nella maniera più onesta possibile, raccogliendo e ordinando quanto la storiografia internazionale ha prodotto nel corso di quasi un secolo di ricerche, e segnalando dove le lacune rimangono aperte.
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Parte prima — Chi era Mussolini prima del fascismo?
1. Le radici familiari e il clima intellettuale
Benito Amilcare Andrea Mussolini nasce il 29 luglio 1883 a Predappio, in Romagna. Il padre, Alessandro, è fabbro e socialista militante; la madre, Rosa Maltoni, è maestra elementare e cattolica. Questa doppia matrice — la radicalità agitativa del padre, la disciplina morale della madre — segnerà il figlio in maniera duratura. Il nome stesso è un programma: Benito, in onore di Benito Juárez, il presidente messicano che aveva combattuto i conservatori; Amilcare, dal leader socialista italiano Amilcare Cipriani; Andrea, da Andrea Costa, fondatore del Partito Socialista Italiano.
Il giovane Mussolini cresce in un ambiente di socialismo romagnolo che è già, per sua natura, più agitativo che riformista, più forza verbale che pianificazione paziente. La Romagna è terra di passioni politiche intense: repubblicani, anarchici, socialisti rivoluzionari convivono in un clima di conflitto e di orgoglio di classe. È lì che Mussolini apprende la politica come scontro, come dramma, come affermazione del sé collettivo contro il padrone.
Dopo gli studi magistrali, trascorre alcuni anni in Svizzera (1902–1904), dove entra in contatto con emigrati politici di varia tendenza, legge Marx, Nietzsche, Sorel, Blanqui, Kropotkin, Stirner. La formazione è volutamente eclettica e non sistematica: non cerca una dottrina, cerca stimoli all’azione. Questa “ecletticism” (eclettismo) è già, in nuce, il germe della sua futura instabilità ideologica.
2. Il giovane socialista: agitatore, non riformatore
Tornato in Italia, Mussolini diventa presto una figura di primo piano del socialismo rivoluzionario. Nel 1910 dirige il settimanale La lotta di classe a Forlì; nel 1912, al Congresso di Reggio Emilia, è protagonista dell’espulsione della destra riformista guidata da Leonida Bissolati: un gesto che lo porta alla ribalta nazionale e gli vale la direzione dell’Avanti!, il quotidiano del Partito Socialista Italiano, da dicembre dello stesso anno.
È importante capire quale tipo di socialista fosse Mussolini in questi anni. Non era un turatiano: non condivideva la visione gradualistica, parlamentare e pedagogica di Filippo Turati, che riteneva i socialisti chiamati a formare la coscienza dei lavoratori nel lungo periodo, attraverso riforme conquistate per via democratica. Mussolini apparteneva all’ala massimalista e rivoluzionaria: credeva nella rottura, nell’urto frontale, nella violenza come forza rigeneratrice della politica. Citava Sorel con ammirazione. Considerava il parlamentarismo una trappola borghese. Esaltava lo sciopero generale come strumento di lotta non perché producesse riforme, ma perché era un atto di affermazione collettiva, un mito mobilitante.
Gli storici insistono su questo punto perché è decisivo: Mussolini non passò da un socialismo «buono» a un fascismo «cattivo». Passò da un radicalismo già intriso di culto dell’azione, di volontarismo, di disprezzo per le mediazioni, a un nazionalismo armato che di quegli stessi ingredienti fece un uso diverso e molto più pericoloso. Tra il dirigente dell’Avanti! e il futuro Duce esiste una continuità nei tratti di stile e di personalità che la rottura del 1914 non cancella: la cancella solo in apparenza.
3. I tratti di carattere che la storia ha documentato
Prima di affrontare la svolta del 1914, vale la pena soffermarsi sulla personalità del Mussolini socialista, perché è lì che si trovano le radici di ciò che verrà.
Tutti i testimoni concordano su alcuni tratti costanti: un talento straordinario per la parola pubblica — i suoi discorsi erano capaci di scaldare le folle con una forza quasi fisica —; un bisogno viscerale di essere al centro, di dominare la scena, di non tollerare rivali; una capacità di mutare posizione con rapidità senza perdere credibilità presso i seguaci; e una violenza verbale che non era solo tattica, ma sembrava rispondere a un’esigenza interiore profonda. Denis Mack Smith, nella sua biografia critica, scrive che Mussolini aveva una concezione della politica come teatro, in cui egli era insieme autore, regista e protagonista principale.
A questo si aggiunge un tratto che la storiografia psicologicamente orientata ha sottolineato con forza: la difficoltà di distinguere tra convinzione sincera e recita consapevole. Mussolini credeva in quello che diceva? La risposta è probabilmente sì — ma solo fintanto che lo diceva. La sua adesione alle idee era sempre anche funzionale alla propria affermazione. Questa ambivalenza non era calcolata: era strutturale, costitutiva del suo modo di essere.
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Parte seconda — La grande svolta: il 1914 e la guerra
4. L’interventismo e la rottura con il PSI
L’estate del 1914 porta lo scoppio della Prima guerra mondiale. Il Partito Socialista Italiano adotta la linea della «neutralità assoluta»: la guerra è un conflitto tra imperialismi borghesi, i lavoratori non hanno patria da difendere, l’internazionalismo è il solo orizzonte autentico della sinistra. Mussolini, in un primo momento, segue questa linea. Ma nell’ottobre del 1914 compie un voltafaccia che stupisce il partito e che ancora oggi pone agli storici domande difficili: abbandona la neutralità e si schiera per l’intervento dell’Italia in guerra.
Le ragioni di questa svolta sono state indagate a lungo. Alcune sono ideologiche: Mussolini è attratto dall’idea che la guerra possa essere il «grande acceleratore» della storia, la prova di forza capace di spazzare via il vecchio ordine politico e aprire la strada alla rivoluzione. Alcune sono più opache: esiste documentazione, parzialmente accertata, di finanziamenti francesi e inglesi ricevuti da Mussolini in quel periodo per sostenere la svolta interventista. Alcune, infine, sono di pura psicologia del potere: Mussolini aveva capito che il partito, con la sua linea neutralista, stava perdendo il contatto con una parte crescente della società italiana, e che cavalcare il nazionalismo era l’unica strada per restare al centro della scena.
Il PSI reagisce con durezza e rapidità. Gli toglie la direzione dell’Avanti! e lo espelle quasi immediatamente. Turati, Treves, Serrati e gli altri dirigenti non esitano: la svolta interventista è un tradimento, e il partito lo dice apertamente. Mussolini, da idolo delle masse socialiste, diventa «il traditore». Alla domanda «nessuno si accorse?», la risposta storica è dunque inequivocabile: se ne accorsero eccome, e agirono di conseguenza. Il problema è che espellerlo dal partito non fu sufficiente.
5. Il Popolo d’Italia e la nascita del fascismo
Espulso dal PSI, Mussolini fonda Il Popolo d’Italia, un nuovo quotidiano con il quale sostiene l’intervento. Il giornale è finanziato da fonti molteplici e non tutte trasparenti: industriali che vedono nella guerra un’opportunità, ambienti francofili, forse — come documentato da Emilio Gentile e altri — anche risorse provenienti dall’estero. È già, in miniatura, il meccanismo che renderà possibile il fascismo: un’alleanza tra un agitatore carismatico e poteri economici che ne finanziano la voce pubblica.
L’Italia entra in guerra nel maggio 1915. La guerra stessa diventa il grande laboratorio del fascismo: normalizza la violenza come strumento politico, crea una generazione di reduci traumatizzati e sradicati, produce il mito della «vittoria mutilata» alimentato dalla delusione per i risultati di Versailles, e genera un nazionalismo ferito, rabbioso, disponibile alla mobilitazione. Nel marzo 1919, a Milano, Mussolini fonda i Fasci Italiani di Combattimento. L’organizzazione è piccola, confusa, programmaticamente eclettica — mescolava elementi di sinistra rivoluzionaria con nazionalismo acceso. Ma nel giro di tre anni diventerà il Partito Nazionale Fascista e prenderà il potere.
6. Il biennio rosso e la svolta squadrista (1919–1921)
Tra il 1919 e il 1920, l’Italia è attraversata da un’ondata di scioperi, occupazioni di fabbriche e agitazioni agrarie di intensità senza precedenti: il cosiddetto «biennio rosso». Le dinamiche di quel periodo — la paura della rivoluzione, il finanziamento padronale alle squadre, la violenza sistematica contro leghe contadine e sindacati — sono già state descritte in un articolo precedente. Qui basta sottolineare il tratto politicamente decisivo: in quella fase il fascismo non fu una forza alternativa alle istituzioni liberali, ma uno strumento che le istituzioni liberali tollerarono, o attivamente usarono, per fermare l’avanzata del movimento operaio.
Mussolini fu abilissimo nel gestire questa fase: lasciò che le squadre agissero, ma ne mantenne il controllo politico; si presentò alle élite come il solo interlocutore capace di incanalare la violenza, e alla massa dei nazionalisti come il capo carismatico che finalmente dava una direzione alla frustrazione post-bellica. Il suo opportunismo tattico fu, in questa fase, di rara maestria.
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Parte terza — Come fu possibile? Le condizioni strutturali
7. La crisi dello Stato liberale italiano
Per capire il fascismo non basta studiare Mussolini. Bisogna capire perché l’Italia dello Stato liberale — quella di Giolitti, di Orlando, di Nitti — non resse all’urto. La risposta degli storici è chiara: lo Stato liberale italiano era, al momento dell’ascesa del fascismo, già gravemente compromesso.
Il sistema politico giolittiano era fondato su equilibri fragili: un elettorato ristretto, un parlamentarismo clientelare, una classe dirigente poco radicata nel Paese reale. Quando il suffragio universale maschile del 1912 e poi la guerra aprirono la politica a masse nuove — contadini, operai, reduci — il sistema non sapeva come integrarle. I partiti di massa — socialisti e cattolici — avevano il consenso ma non il potere; la classe dirigente liberale aveva il potere ma non il consenso. In questo vuoto si inserì il fascismo.
La violenza squadristica non fu solo tollerata: in molti casi fu attivamente incoraggiata da prefetti, magistrati, ufficiali dell’esercito che consideravano i socialisti un pericolo più grave del fascismo. Lo Stato piegò le sue stesse leggi per permettere alle squadre di agire. Questa complicità istituzionale è, per gli storici, uno dei fattori causali più importanti: senza di essa, il fascismo non avrebbe mai potuto affermarsi.
8. Il ruolo delle élite economiche
Industriali e agrari non «crearono» Mussolini, ma lo sostennero in maniera determinante nella fase decisiva. La paura della rivoluzione socialista — amplificata dall’esempio russo del 1917 — spinse settori importanti della borghesia italiana a finanziare e proteggere il fascismo come argine. Non fu una scelta irrazionale dal punto di vista degli interessi di breve periodo: il fascismo spazzò le leghe contadine, distrusse i sindacati, bloccò gli scioperi, riportò la disciplina nelle campagne e nelle fabbriche.
Ma fu una scelta catastrofica sul lungo periodo. Le élite economiche pensavano di servirsi di Mussolini, di tenerlo sotto controllo, di usarlo come strumento e poi liberarsene quando non servisse più. Non capirono — o non vollero capire — che stavano cedendo il potere a un movimento con una logica propria, con proprie ambizioni totalizzanti, con una capacità di autonomizzarsi che le avrebbe rese, alla fine, suddite e non padrone.
9. La monarchia e la marcia su Roma
Il 28 ottobre 1922 le colonne fasciste marciarono su Roma. L’evento fu in realtà meno drammatico di come la propaganda fascista lo avrebbe poi descritto: le truppe disponibili avrebbero potuto disperderle. Il governo Facta chiese al re Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d’assedio. Il re rifiutò, e nominò invece Mussolini presidente del Consiglio.
Questa decisione del re è, per la storiografia, il vero momento di svolta istituzionale. Senza quella firma negata, il fascismo avrebbe forse potuto essere fermato. Con quella firma, divenne governo legittimo. Vittorio Emanuele III agì per una combinazione di paura, calcolo e debolezza di carattere: temeva l’instabilità, non si fidava dell’esercito, sopravvalutava la minaccia rivoluzionaria di sinistra e sottovalutava quella fascista. Fu un errore storico di proporzioni catastrofiche.
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Parte quarta — Le origini ideologiche: dove attinse Mussolini?
10. Il sindacalismo rivoluzionario e Georges Sorel
Tra le fonti intellettuali del fascismo, quella che ha suscitato più discussione storiografica è il sindacalismo rivoluzionario e, in particolare, il pensiero di Georges Sorel. Il filosofo francese, nelle sue Riflessioni sulla violenza (1908), aveva elaborato un’idea potente: il mito come strumento di mobilitazione collettiva. Non importava che il mito fosse «vero»; importava che fosse capace di galvanizzare le masse e portarle all’azione. Sorel pensava allo sciopero generale; Mussolini avrebbe pensato alla nazione armata. Ma la struttura del ragionamento è la stessa.
Zeev Sternhell, storico israeliano di origini polacche, ha sviluppato la tesi più radicale su questo punto: il fascismo, sostiene Sternhell, non nacque da una «reazione» conservatrice, ma da una «revisione antimaterialista del marxismo» che unì nazionalismo radicale e sindacalismo rivoluzionario. In questa lettura, il fascismo è figlio spurio ma riconoscibile di certa sinistra eterodossa, non semplicemente della destra tradizionale. La tesi di Sternhell è stata molto dibattuta — diversi storici la considerano eccessivamente schematica — ma ha il merito di mostrare che le origini ideologiche del fascismo sono più intricate di quanto una semplice lettura «destra contro sinistra» consenta.
Il sindacalismo rivoluzionario italiano — con figure come Arturo Labriola, Enrico Leone, Filippo Corridoni — offrì a Mussolini un ponte tra le sue origini socialiste e il nazionalismo: entrambi esaltavano l’azione diretta, il conflitto come prova, la violenza come forza rigeneratrice, il disprezzo per il gradualismo parlamentare. Mussolini attinse a questa cultura senza mai farne una dottrina sistematica: la usò come materiale grezzo, piegandola alle proprie esigenze di momento.
11. Il nazionalismo italiano: Corradini e l’ANI
Un altro apporto fondamentale viene dal nazionalismo italiano organizzato attorno all’Associazione Nazionalista Italiana, fondata nel 1910 da Enrico Corradini. Il nazionalismo di Corradini aveva alcune caratteristiche originali: parlava di «nazioni proletarie» contro «nazioni plutocratiche», usando quindi un linguaggio di classe applicato ai rapporti internazionali; esaltava la guerra come necessità vitale per l’espansione dei popoli giovani; e vedeva nell’imperialismo non una colpa ma una virtù delle nazioni forti.
Quando nel 1923 il Partito Nazionale Fascista assorbe l’ANI, non si tratta di una semplice fusione organizzativa: è l’incorporazione di una cultura politica che porta con sé l’idea dello Stato forte, dell’élite dirigente, del nazionalismo aggressivo. Questi elementi temperano l’originaria carica populista del fascismo e gli danno una struttura più sistematica.
12. Nietzsche, il volontarismo, l’irrazionalismo di fine Ottocento
Il giovane Mussolini legge Nietzsche con passione. Non lo legge in modo filologicamente rigoroso — la sua formazione è quella di un autodidatta veloce e selettivo — ma ne trae alcune idee-forza che restano con lui per tutta la vita: il superuomo come tipo umano superiore che si afferma attraverso la volontà, il disprezzo per la «morale del gregge», la gioia dionisiaca nell’azione e nel rischio, il culto della forza creatrice.
Questo nichilismo volontaristico si fonde, nella mente di Mussolini, con il pragmatismo politico e con il mito soreliano: ne risulta un miscuglio intellettuale esplosivo, che non ha la coerenza di una dottrina ma ha la forza di una visione del mondo. L’individuo forte — il capo, il Duce — plasma la realtà con la sua volontà. La massa è argilla nelle sue mani. La storia non ha leggi oggettive: ha eroi e vili.
Va detto con chiarezza: Nietzsche non è «responsabile» del fascismo. Le sue idee sono state sistematicamente distorte e violentate dalla propaganda fascista e nazionalsocialista. Ma è altrettanto vero che certe suggestioni nietzscheane — decontestualizzate e trivializzate — fornirono al fascismo un linguaggio di legittimazione culturale.
13. Giovanni Gentile e la filosofia dell’atto
Il contributo filosofico più sofisticato al fascismo italiano viene da Giovanni Gentile, il maggiore filosofo italiano del tempo, interprete dell’idealismo hegeliano in chiave «attualistica». Gentile aderì al fascismo nel 1923 e divenne ministro della Pubblica Istruzione, realizzando una riforma scolastica che porta ancora il suo nome. Fornì al regime una giustificazione filosofica: l’idea che lo Stato sia l’incarnazione dello Spirito nella storia, che l’individuo si realizzi solo nell’immedesimazione con il tutto statale, che la libertà vera non sia quella liberale — diritti individuali contro lo Stato — ma quella che si identifica con la volontà dello Stato stesso.
Questa filosofia — per quanto elaborata e non riducibile a mera propaganda — aveva implicazioni pericolosissime: legittimava il totalitarismo come forma superiore di libertà. Benedetto Croce, già amico di Gentile, ruppe definitivamente con lui nel 1925 e divenne una delle voci critiche più autorevoli del fascismo dall’interno della cultura italiana.
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Parte quinta — La psicologia del Duce e il meccanismo del consenso
14. Profilo psicologico: cautele e possibilità
L’indagine sulla psicologia di Mussolini va affrontata con rigore metodologico. Formulare diagnosi psichiatriche retrospettive su un personaggio morto, senza mai averlo visitato clinicamente, senza strumenti osservativi adeguati, è un’operazione che gli storici seri tendono a evitare. Le etichette facili — «era pazzo», «era un narcisista patologico», «era un sociopatico» — spiegano poco e rischiano di sottrarre responsabilità alla società che lo ha reso possibile. Come scrisse Hannah Arendt a proposito di Eichmann, il male politico non richiede necessariamente la «follia»: richiede spesso una banalità ben strutturata, o una capacità di incarnare un sistema.
Detto questo, la psicologia politica e la storia delle idee permettono di tracciare un profilo attendibile dei tratti costanti della personalità di Mussolini, che le fonti documentano con sufficiente abbondanza.
Il primo tratto è il bisogno assoluto di dominare. Non tollerava rivali, non sopportava critiche, reagiva con furia alle umiliazioni, reali o percepite. Questo non è semplicemente «ambizione»: è una struttura psicologica che necessita del riconoscimento degli altri per sentirsi intera. Il potere non era per Mussolini uno strumento per raggiungere obiettivi: era l’obiettivo stesso, il nutrimento di cui aveva bisogno.
Il secondo tratto è la teatralità profonda. Mussolini viveva politicamente come un attore che non distingue più tra scena e vita. Il balcone di Palazzo Venezia, i discorsi davanti alla folla plaudente, il busto reclinato, il cipiglio, le pause calcolate: tutto era costruito per un effetto. Ma questa costruzione non era cinicamente falsa: Mussolini ci credeva. Aveva bisogno del teatro per sentirsi vivo.
Il terzo tratto è l’opportunismo strutturale, già descritto. Mussolini poteva sostenere posizioni contraddittorie con uguale convinzione apparente. Non perché fosse semplicemente disonesto, ma perché la coerenza dottrinale non era per lui un valore: il valore era vincere, affermarsi, restare al centro. Questo lo rendeva imprevedibile e dunque difficile da contrastare.
15. Il carisma come costruzione collettiva
La sociologia del carisma, a partire da Max Weber, ha mostrato che il «capo carismatico» non è solo un individuo eccezionale: è una costruzione relazionale. Il carisma non appartiene al capo; si produce nell’incontro tra il capo e i seguaci. Mussolini aveva tratti eccezionali, questo è indubbio. Ma il fascismo trasformò quei tratti in un sistema: riti, liturgie, simboli, giuramenti, cerimonie, la romanità evocata come mito di potenza. Emilio Gentile ha dedicato la parte più originale della sua ricerca proprio a questo: il fascismo come «religione politica», come sistema di sacralizzazione del potere che attinge a strutture profonde del bisogno umano di appartenenza, di trascendenza, di comunità.
Perché tanta gente credette in Mussolini? Non solo perché aveva paura, non solo perché era costretta: una parte significativa degli italiani — soprattutto nei primi anni Trenta, prima della guerra d’Etiopia e dell’Asse con Hitler — ci credette davvero. Renzo De Felice ha documentato questo consenso reale con una massa di fonti che è difficile ignorare, anche se la sua interpretazione complessiva è rimasta controversa. Il punto storiograficamente più importante è che il consenso non si spiega solo con la propaganda: si spiega anche con bisogni sociali reali — bisogno di ordine, di identità nazionale, di riscatto dopo le umiliazioni della guerra, di certezze in un’epoca di crisi.
16. La psicologia dei seguaci: il bisogno del Duce
Wilhelm Reich, già negli anni Trenta, cercò di capire il fascismo attraverso la psicanalisi di massa. La sua tesi — che il fascismo risponda a strutture repressive profonde della sessualità e dell’identità nei ceti piccolo-borghesi — è oggi considerata insufficiente come spiegazione complessiva, ma ha il merito di aver posto il problema giusto: perché la gente vuole un Duce? Perché è disposta a consegnare la propria libertà e autonomia a un capo?
Eric Fromm, in Fuga dalla libertà (1941), ha dato la risposta più elaborata e ancora oggi più convincente. La libertà moderna, scrive Fromm, è una conquista enorme ma anche un peso insopportabile. L’individuo liberato dalle strutture tradizionali — comunità, chiesa, classe, famiglia estesa — si trova solo, esposto, senza protezione simbolica. In questa solitudine, il totalitarismo offre una soluzione: appartenenza assoluta, identità certa, nemico definito, capo che decide. Non è solo paura che spinge a consegnarsi: è il desiderio di essere liberati dal peso della libertà stessa.
Questa dinamica non è storicamente superata. Essa spiega, almeno in parte, le fortune dei populismi autoritari contemporanei — e per questo lo studio del fascismo italiano resta un compito civile, non solo accademico.
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Parte sesta — Chi resistette, chi tacque, chi collaborò
17. Il socialismo di fronte al fascismo
Il PSI e poi le varie correnti della sinistra italiana non stettero passive. Giacomo Matteotti denunciò le violenze squadristiche e i brogli elettorali del 1924 con un coraggio che gli costò la vita. La sua morte, il 10 giugno 1924, scatenò la crisi più grave attraversata dal regime nei suoi primi anni. Per qualche settimana sembrò che il governo potesse capitolare: l’opinione pubblica era scossa, e una parte del Parlamento abbandonò l’aula in segno di protesta, con la secessione dell’Aventino. Ma Mussolini riuscì a superare la crisi con il discorso del 3 gennaio 1925, in cui si assunse la responsabilità «politica, morale e storica» di tutto ciò che era accaduto — un atto di sfida paradossale che segnò l’inizio della dittatura vera e propria.
Perché l’opposizione non riuscì a fermare il regime dopo il delitto Matteotti? Le ragioni sono molteplici: le divisioni tra socialisti, comunisti e liberali impedirono un fronte unito; la strategia dell’Aventino — astenersi dal Parlamento in attesa di un intervento del re — si rivelò un errore, perché il re non intervenne; la violenza squadristica continuò a intimidire; e la macchina dello Stato si piegò definitivamente al fascismo. Il regime poté così smantellare, tra il 1925 e il 1926, le residue libertà democratiche: partiti, stampa libera, autonomia comunale, garanzie processuali — tutto fu cancellato con l’apparenza della legalità.
18. Gli antifascisti: coraggio e sconfitta
La resistenza al fascismo fu reale, anche se alla fine sconfitta. Filippo Turati, Carlo Rosselli, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Antonio Gramsci — sono solo alcuni dei nomi di chi non accettò il regime. Rosselli fondò Giustizia e Libertà, un movimento antifascista di orientamento liberal-socialista, che operò dall’esilio parigino; fu assassinato a Bagnoles-de-l’Orne nel 1937, con il fratello Nello, da sicari fascisti. Gramsci fu arrestato nel 1926 e morì in carcere nel 1937. Turati e Nenni trovarono rifugio nell’esilio.
La sconfitta dell’antifascismo degli anni Venti non fu una sconfitta di idee: fu una sconfitta di forze. Di fronte a un regime che usava sistematicamente la violenza, aveva il controllo dello Stato, aveva il sostegno delle élite economiche e la connivenza della monarchia, la resistenza politica non armata aveva scarse possibilità di successo. Questo non diminuisce il coraggio di chi resistette: lo rende, semmai, ancora più ammirevole.
19. La Chiesa e il Concordato del 1929
Un elemento che non va trascurato nella comprensione del fascismo italiano è il ruolo della Chiesa cattolica. I Patti Lateranensi del febbraio 1929 — che risolvevano la «questione romana» aperta dal 1870 e riconoscevano la sovranità vaticana sulla Città del Vaticano — garantirono al regime fascista una legittimazione di enorme peso simbolico. Pio XI disse che Mussolini era «l’uomo che la Provvidenza ci ha mandato»: una frase che la propaganda fascista utilizzò in maniera massiccia.
I rapporti tra Chiesa e fascismo furono tuttavia complessi e non privi di tensioni — soprattutto quando il regime cercò di limitare le attività dell’Azione Cattolica. Ma il Concordato rimase in vigore, e la gerarchia ecclesiastica non si oppose apertamente al regime nemmeno di fronte alle leggi razziali del 1938, sebbene alcune voci critiche si levassero anche dall’interno del mondo cattolico. Il silenzio di fronte alla persecuzione degli ebrei italiani resta una delle pagine più problematiche della storia della Chiesa nel Novecento.
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Parte settima — Le lacune ancora aperte
20. Cosa non sappiamo ancora con certezza
Nonostante quasi un secolo di ricerche, alcune questioni rimangono aperte o controverse.
La prima lacuna riguarda i finanziamenti del fascismo nelle sue origini. Quanto denaro ricevette Mussolini, da chi, attraverso quali canali? La documentazione è parziale. Alcune fonti francesi e inglesi che finanziarono la svolta interventista del 1914 sono state identificate; la rete di finanziatori agrari e industriali degli anni 1920–22 è stata in parte ricostruita. Ma molti aspetti della rete finanziaria del fascismo nascente rimangono oscuri, e il lavoro di ricerca archivistica sistematica non è concluso.
La seconda lacuna riguarda il grado di autonomia decisionale di Mussolini rispetto alle pressioni esterne. Fino a che punto le scelte del regime — compresa l’alleanza con Hitler e l’entrata in guerra — furono decisioni di Mussolini, e fino a che punto furono il risultato di condizionamenti che non riusciva a controllare? La storiografia ha prodotto risposte diverse, e il dibattito non è chiuso.
La terza lacuna riguarda la responsabilità della Chiesa. I rapporti tra fascismo e cattolicesimo italiano sono stati studiati, ma non in tutta la loro complessità. Il ruolo della gerarchia ecclesiastica durante le leggi razziali, il silenzio di fronte alle persecuzioni degli ebrei italiani, le complicità locali: sono temi che la ricerca ha affrontato parzialmente, ma che meriterebbero un’indagine sistematica più approfondita.
La quarta lacuna riguarda la storia del fascismo nelle periferie. Le ricerche si sono concentrate prevalentemente sul fascismo nelle grandi città, nelle strutture nazionali del partito, nei circoli intellettuali. La storia del fascismo nelle campagne, nelle piccole città, nelle realtà locali — come funzionò concretamente, quali furono le dinamiche di consenso e di coercizione a livello microsociale — è ancora in gran parte da scrivere.
La quinta lacuna riguarda gli studi comparativi sistematici con i fascismi europei. Sappiamo molto del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco. Sappiamo meno dei fascismi minori — rumeno, ungherese, spagnolo nella sua fase falangista, croato ustascia — e della loro interazione con il modello italiano. Una storia comparata completa del fascismo europeo, che utilizzi archivi nazionali diversi con metodo uniforme, è ancora mancante.
21. La domanda che la storiografia non può risolvere da sola
C’è infine una domanda che la storiografia può illuminare ma non risolvere: era evitabile? Il fascismo era l’unico esito possibile della crisi italiana del dopoguerra, o ci furono momenti in cui una scelta diversa avrebbe potuto cambiare la storia?
Gli storici rispondono con cautela: no, non era inevitabile. Ma divenne possibile per una somma di errori, paure, calcoli e complicità che si accumularono nel corso di pochi anni. Se il re avesse firmato lo stato d’assedio nel 1922, se le opposizioni avessero mantenuto unità e presenza parlamentare dopo il 1924, se le élite economiche non avessero finanziato le squadracce, se le istituzioni dello Stato avessero fatto rispettare la legge contro la violenza fascista — forse la storia sarebbe stata diversa. Ma ogni «se» storico resta, per definizione, un’ipotesi.
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Conclusione — La verità più onesta, senza retorica
Dove sta, alla fine, la verità su Mussolini e sul fascismo?
Sta, prima di tutto, nella complessità. Non esiste una causa sola, non esiste un colpevole solo, non esiste una spiegazione che riduca tutto a un uomo o a un’ideologia o a una contingenza storica. Il fascismo fu il risultato di un intreccio di fattori — strutturali, ideologici, psicologici, contingenti — che si combinarono in modo che nessuno, all’epoca, aveva previsto con esattezza.
Sta, in secondo luogo, nella continuità e nella rottura. Mussolini non passò dal bene al male per un incidente o per una corruzione improvvisa. Portò con sé, deformandoli e trasformandoli, tratti di stile politico che erano già visibili negli anni socialisti: il culto dell’azione, il disprezzo per il compromesso, la violenza verbale e poi fisica come strumento di affermazione, il bisogno di primeggiare. La guerra fu il grande acceleratore: trasformò quei tratti in nazionalismo armato, e il nazionalismo armato in dittatura.
Sta, in terzo luogo, nella responsabilità diffusa. Il fascismo non sarebbe stato possibile senza la complicità — attiva o passiva — di settori importanti della società italiana: le élite economiche che lo finanziarono, la monarchia che lo legittimò, le istituzioni che tollerarono la violenza, gli intellettuali che gli prestarono voce, i ceti medi che gli diedero consenso. Dire questo non significa mettere tutti sullo stesso piano, né attenuare la responsabilità personale di Mussolini e dei dirigenti fascisti. Significa però rifiutare la comoda narrazione che fa del fascismo una malattia di un uomo solo, o di una cricca di criminali, che si abbatté su un popolo altrimenti innocente.
Sta, infine, in una lezione civile che la storia del fascismo continua a proporre con urgenza. I sistemi democratici non crollano solo perché hanno nemici potenti. Crollano anche — e forse soprattutto — perché i loro difensori non li difendono con sufficiente energia, lucidità e unità. Non basta avere ragione: bisogna avere la forza culturale, l’unità politica, la capacità di riconoscere il pericolo quando è ancora piccolo e di non cedere alla tentazione di usarlo o di ignorarlo.
Mussolini non fu un incidente della storia italiana. Fu il prodotto di una crisi che molti videro, che molti cercarono di fermare, e che troppi lasciarono diventare dittatura. Studiarlo con rigore non è solo un esercizio accademico: è un atto di responsabilità civile.
Giustizia e libertà sempre
