Venticinque aprile: memoria, Costituzione, liberazione, per sempre
È come il respiro: entra nelle case, attraversa le piazze, si fa voce nei silenzi troppo lunghi. (Tonio Dell’Olio)
I. Il respiro che non si lascia consumare
C’è una data nel calendario civile italiano che, a differenza di tutte le altre, non invecchia. Non invecchia perché non è soltanto la memoria di qualcosa che fu, ma il promemoria esigente di qualcosa che deve ancora compiutamente essere. Il 25 aprile non appartiene al passato: appartiene al presente e al futuro, a ogni generazione che si trova a domandarsi — con Tonio Dell’Olio — quale voce dare oggi a quel respiro ricevuto in canto.
Ottant’anni fa, il 25 aprile 1945, nelle strade di Milano e di Torino, nelle campagne del Nord ancora presidiate dalla Repubblica Sociale e dalle truppe naziste, uomini e donne di vent’anni scelsero di prendere in mano il proprio destino. Molti di loro non erano eroi nel senso retorico della parola: erano operai, studenti, contadini, intellettuali, sacerdoti. Erano persone che avevano visto abbastanza — le leggi razziali, le deportazioni, i morti sul lavoro forzato, le esecuzioni sommarie — e avevano deciso che non avrebbero guardato ancora. Avevano deciso che il silenzio, in certi momenti della storia, è già una forma di complicità.
Quella scelta, quella rottura, quel momento in cui si smise di obbedire e si cominciò a resistere: ecco il cuore del 25 aprile. Non la celebrazione di una vittoria militare — perché la liberazione militare fu soprattutto merito degli Alleati — ma il riconoscimento solenne di un progetto morale e politico, di un’idea di umanità che si oppose a un’altra idea di umanità. Come scrive con limpida chiarezza lo storico Gianni Oliva, nel 1943-45 in Italia si scontrarono due progetti opposti: da una parte la continuità del fascismo di Salò, con la guerra, l’alleanza hitleriana, la persecuzione degli ebrei, l’ideologia razziale; dall’altra il progetto di rottura antifascista, che significava combattere per la pace, per la fine delle discriminazioni, per l’affermazione del diritto internazionale, per la giustizia.
Ha vinto il progetto antifascista. Ed è da quella vittoria che nasce la Costituzione della Repubblica italiana: non un testo astratto, non un monumento di carta, ma — come ci ricorda Anna Mastromarino — un documento normativo capace di plasmare le nostre vite oggi. La Costituzione è figlia del 25 aprile come un figlio è figlio di un padre: ne porta il sangue, ne eredita la responsabilità, ne deve continuare l’opera.
II. Cosa significa essere antifascisti (senza retorica)
Ogni anno, intorno al 25 aprile, si ripete un rito quasi stanco: qualcuno chiede se l’antifascismo è ancora attuale, qualcun altro risponde di sì, qualcun altro ancora borbotta che è un feticcio ideologico di cui sarebbe tempo di liberarsi. Ma forse la domanda è mal posta, o almeno posta nel modo sbagliato. La domanda giusta non è: “È ancora attuale l’antifascismo?” La domanda giusta è: “Cosa significa essere antifascisti?”
La risposta di Tomaso Montanari è limpida e, proprio per questo, dirompente: essere antifascisti significa credere profondamente all’eguaglianza di tutti gli esseri umani e amare la loro diversità. Amare la varietà del mondo — i colori della pelle, i generi, le lingue, le inclinazioni — senza mettere questa varietà in una gerarchia, considerando tutti gli umani eguali e fratelli, e immaginando che la vita dell’umanità non sia governata dall’odio e dalla paura ma dalla solidarietà e dalla comprensione reciproca.
È una definizione che ha la forza di un manifesto, ma anche la radicalità di un programma politico concreto. Non è astrazione filosofica: è carne e sangue, è il modo in cui una società decide di trattare chi è diverso da sé, chi arriva da lontano, chi ha meno potere, chi ha meno denaro, chi non parla la stessa lingua. Ed è esattamente qui — in questa scelta quotidiana, istituzionale, legislativa — che si vede se il lascito del 25 aprile è vivo o è già morto.
Carlo Rosselli, ucciso dai fascisti nel 1937 in Normandia, lo aveva detto con una forza che oggi risuona ancora più vera: siamo antifascisti perché ci ostiniamo a volere una società libera e giusta. Una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza accentrata nelle mani di pochi al servizio di tutti. E perché la nostra patria non coincide con le frontiere e i cannoni, ma con la patria di tutti gli uomini liberi. Piero Calamandrei, dal canto suo, riduceva il progetto della Costituzione a un’unica missione: dare a ogni essere umano la dignità di essere umano. Una missione semplicissima a dirsi, immensa a farsi.
L’articolo 3 della Costituzione è, in questo senso, il manifesto antifascista più stringente e più bello che sia mai stato scritto in lingua italiana: senza distinzione di razza, di sesso, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ogni volta che una legge viola questo principio, ogni volta che un’istituzione lo dimentica, ogni volta che una politica lo capovolge, è il 25 aprile che viene tradito. Non la memoria di una data, ma la promessa di una civiltà.
III. La storia non si commemora insieme: memoria e verità dei progetti
Ogni anno, puntualmente, qualcuno torna a proporre quello che viene presentato come un gesto di pacificazione e di maturità: commemorare insieme, il 25 aprile, i caduti della Resistenza e i caduti della Repubblica Sociale Italiana. “Erano tutti italiani”, si dice. “Anche loro combattevano in buona fede”. “I morti sono tutti uguali”.
Gianni Oliva smonta questa tesi con la precisione e la pazienza di chi conosce bene i documenti e non ha paura di dirne le conseguenze. La “buona fede”, spiega, è una categoria che si applica alle vicende umane degli individui — alla storia personale di mio nonno, di mia madre, di un conoscente caro. Ma quando si parla delle vicende dei popoli, cioè quando si fa storia, non conta la buona fede delle intenzioni, ma il progetto per il quale ci si è battuti.
La rabbia che fa sparare noi con speranza di riscatto è la stessa che fa sparare i fascisti — scriveva Italo Calvino nel 1946, nel suo romanzo d’esordio — ma la differenza è che, nella storia, noi siamo dalla parte della ragione e loro dalla parte del torto.
Dunque, commemorare insieme i caduti dei due fronti — fingendo un’equivalenza morale tra i progetti per cui sono morti — non è pietas, ma negazione della storia. Se avesse vinto il progetto fascista, avremmo avuto un’Europa divisa non secondo i confini tra gli Stati, ma secondo la gerarchia tra i popoli: gli ariani al comando, i mediterranei e gli slavi al lavoro, gli ebrei, i rom, gli asociali all’estinzione. Ha vinto il progetto antifascista, e siamo vissuti — “pur tra cento limiti e contraddizioni”, ammette lucidamente Oliva — ottant’anni di garanzie e di libertà.
Chi oggi propone di onorare i due fronti allo stesso modo, dunque, non fa un gesto di riconciliazione. Fa qualcosa di più pericoloso: mette sullo stesso piano il carnefice e la vittima, la persecuzione e la resistenza, il progetto di distruzione e il progetto di liberazione. “La democrazia è sempre antifascista”, scrive Oliva, “mentre non sempre l’antifascismo è democratico”. Una distinzione sottile ma cruciale, che ci invita alla precisione intellettuale senza rinunciare alla chiarezza morale.
IV. La Costituzione è il 25 aprile che continua
Il calendario civile italiano, osserva Anna Mastromarino con acutezza, non dedica espressamente una giornata alla Costituzione. Ma esistono almeno due date “costituzionali” nel senso profondo del termine: il 2 giugno, data della nascita della Repubblica, e il 25 aprile, Festa della Liberazione. Con queste due giornate si racconta il percorso che ha portato alla nostra Carta, repubblicana e antifascista, perché così vollero gli italiani e le italiane ancor prima che il testo del 1948 fosse scritto.
La Costituzione, in questo senso, non è soltanto l’esito giuridico della Resistenza: ne è la traduzione normativa, il tentativo di fissare in legge i valori per cui si era combattuto e si era morti. La pace come rifiuto della guerra come strumento di politica (articolo 11). Il lavoro come fondamento della Repubblica (articolo 1). L’eguaglianza come orizzonte da perseguire non soltanto sul piano formale ma su quello sostanziale, rimuovendo gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona (articolo 3, secondo comma). La scuola aperta a tutti (articolo 34). Il diritto alla salute (articolo 32). Il diritto al lavoro (articolo 4).
Sono articoli che parlano ancora, e che parlano soprattutto quando vengono violati. Mastromarino lo dice con la franchezza di una giurista: quando si approvano norme che violano la Costituzione nella forma e nella sostanza, si svilisce il senso del 25 aprile. Non si tratta di lesa maestà verso un testo sacro: si tratta di capire che il patto fondativo di una società democratica non è negoziabile. Si può riformarlo, ma non smontarlo pezzo per pezzo con il piccone dell’urgenza e dell’emergenza.
La disaffezione progressiva dei cittadini ai riti del 25 aprile, analizza ancora Mastromarino, è il prodotto di un discorso pubblico che a forza di fossilizzarsi sulle battaglie intorno al corteo ha perso di vista l’essenza di quel corteo. Ma è anche il prodotto di una politica che nella sua attività ordinaria ha disatteso il compito primario: rendere quotidianamente la Costituzione viva e attiva nella legislazione. La Costituzione non può essere invocata soltanto il 25 aprile e poi dimenticata nei 364 giorni restanti. Deve vivere nelle leggi, nelle sentenze, nelle politiche sociali, nell’aula scolastica, nei contratti di lavoro, nella qualità dei servizi pubblici.
Ogni generazione, ci ricorda Mastromarino, affronta nuove battaglie di liberazione. E si chiede cosa significa Liberazione oggi, in questi tempi di guerra, populismo, demonizzazione del dissenso, manipolazione e restrizione della libertà personale. Sono domande che non ammettono risposte consolatorie. Ma ammettono una risposta coraggiosa: marciare verso la liberazione costituzionale significa far vivere i valori della Costituzione nelle pratiche quotidiane, nel confronto politico, nella resistenza a ogni tentazione di ridurre la democrazia a un involucro vuoto.
V. Sicurezza o libertà? Un falso dilemma con conseguenze reali
Il paradosso che Tonio Dell’Olio indica con mano ferma è tra i più inquietanti del nostro presente. Mentre si celebra la Liberazione dell’Italia, si discutono — e in certi casi si approvano — norme che rischiano di restringere spazi di libertà conquistati a prezzo della vita. Si chiama “Decreto sicurezza”. E la parola sicurezza, utilizzata come scudo dietro cui nascondere provvedimenti che comprimono diritti fondamentali, è forse la più insidiosa del vocabolario politico contemporaneo.
La sicurezza, quando diventa idolo, tende a divorare ciò che dovrebbe proteggere: la dignità della persona. Questo è il punto. Non si tratta di negare il bisogno di sicurezza — è un bisogno legittimo, radicato nell’esperienza umana, e uno Stato che non lo soddisfa manca al suo compito fondamentale. Si tratta di decidere cosa intendiamo proteggere davvero. Se la sicurezza diventa sospetto verso il diverso, repressione del dissenso, marginalizzazione dei più fragili, allora smette di essere garanzia e diventa negazione. E tradisce la promessa di libertà e dignità universale che proprio il 25 aprile continua, ostinatamente, a ricordarci.
Montanari lo dice con una metafora potente, ripresa da Simone Weil: se trovo un ferito a terra con uno squarcio nel ventre, posso curare la ferita oppure dargli da bere. Se gli do da bere, penserà di stare meglio; ma non avrò risolto il suo problema, e morirà. La paura dell’altro, del diverso, è dare da bere. Non risolve la ferita — la povertà, la disuguaglianza, la mancanza di dignità — ma la nasconde dietro un nemico immaginario. Un nemico utile a chi non è in grado, o non ha interesse, a risolvere i problemi reali.
Chi ha resistito alla dittatura non lo ha fatto per consegnarci una democrazia impaurita. Lo ha fatto per consegnarci una Repubblica fondata sul primato della persona. Una Repubblica che non usa la paura come strumento di governo, ma costruisce le condizioni perché le persone possano vivere con dignità. È questa la lezione del 25 aprile che rischia di andare perduta quando la sicurezza diventa il pretesto per restringere i diritti invece di proteggerli.
VI. La povertà non si cura con la paura: redistribuzione e giustizia sociale
C’è un’obiezione che circola, spesso in buona fede, tra chi ha la pancia vuota e fatica ad arrivare a fine mese. Un’obiezione che suona più o meno così: a me del “rischio democratura” cosa deve importare? Ho problemi concreti — il lavoro che non c’è, il gas che aumenta, l’ospedale che non funziona, la scuola che cade a pezzi. Perché devo preoccuparmi di astrazioni costituzionali?
È una domanda onesta, che merita una risposta altrettanto onesta. Montanari la dà con la voce di Sandro Pertini, che nel 1970 — un anno esatto prima che lui nascesse — pronunciò una frase profetica: “Quando smetteremo di costruire giustizia sociale, perderemo anche la libertà”. Il progetto della Resistenza non era soltanto libertà. Era libertà e giustizia: libertà dai fascisti e dai nazisti, ma anche libertà dalla miseria, dalla disuguaglianza, dall’oppressione economica. Le due cose non si possono separare, perché una libertà senza giustizia sociale è, come diceva ancora Pertini, soltanto la libertà di morire di fame.
I fascismi — storici e contemporanei — hanno sempre avuto una risposta a questo bisogno: non la redistribuzione della ricchezza, ma la creazione di un nemico. Qualcuno da odiare o respingere, qualcuno a cui attribuire le colpe della propria miseria. Prima erano gli ebrei, i socialisti, i “sovversivi”. Oggi sono i migranti, i poveri, i “diversi”, chi viene da fuori. Il meccanismo è identico: invece di affrontare le cause strutturali della povertà — i salari fermi, la speculazione finanziaria, la concentrazione della ricchezza in poche mani — si indica un capro espiatorio. Si dice ai poveri: il tuo problema non è il padrone che ti paga poco, è il migrante che ti ruba il lavoro.
Ma è una menzogna, e una menzogna con conseguenze. L’Italia ha un disperato bisogno di persone che vengano a lavorare e a pagare le pensioni ai vecchi. Ha un’emorragia di giovani italiani che se ne vanno all’estero. Persino gli immigrati che arrivano, dopo un po’, vogliono andarsene, perché non trovano le condizioni per costruire una vita dignitosa. Il problema non è l’immigrazione: il problema è un sistema economico che produce povertà per i più e ricchezza per i pochi. E un sistema politico che, invece di affrontare questa realtà, la nasconde sotto le bandiere dell’odio.
La sinistra — anche questo va detto con franchezza — ha spesso mancato a questo appuntamento. Quando ha avuto l’opportunità di governare, non ha sempre parlato la lingua radicale della Costituzione. Ha inseguito il “realismo” dei mercati, ha rinunciato a riformare strutturalmente la distribuzione della ricchezza, ha lasciato che il linguaggio della giustizia sociale appassisse per mancanza d’uso. Il risultato è che oggi il campo è libero per chi usa la paura al posto della speranza. Ma il vuoto non rimane mai vuoto a lungo: o lo riempie un progetto di giustizia, o lo riempie il risentimento.
VII. I muri che tornano: Calamandrei e il dialogo necessario
Piero Calamandrei, padre costituente, presidente dell’assemblea costituente, avvocato e intellettuale tra i più lucidi dell’Italia del Novecento, pronunciò nel 1954 — nel pieno della prima Guerra Fredda — parole che sembrano scritte ieri. Le riporta Domenico Gallo nel suo articolo, e vale la pena ascoltarle per intero, perché hanno una pregnanza che il tempo non ha consumato:
Il mondo è purtroppo diviso in compartimenti stagni da grandi muraglie che si dicono invalicabili, senza porte e senza finestre: ma queste mura non sbarrano soltanto quella linea, che ormai si suol chiamare la Cortina di ferro e che taglia il genere umano in due emisferi ostili. Mura altrettanto invalicabili ci attorniano, sui confini all’interno degli Stati, spesso all’interno della nostra coscienza: le mura del conformismo, dell’imperialismo, del colonialismo, del nazionalismo: le mura che separano la miseria dal privilegio e dalla ricchezza spudorata e corrotta. (Piero Calamandrei, 23 febbraio 1954)
Questo è ancora, diceva Calamandrei, il compito della Resistenza. Non ricercare le colpe per cui si è arrivati alle divisioni del mondo — perché forse non c’è partito né popolo che non abbia la sua parte di colpa — ma fare di tutto perché queste mura non diventino ancora più alte, non diventino torri di fortilizi irti di ordigni di distruzione. E ricercare i valichi sotterranei attraverso cui far passare, in nome della Resistenza combattuta in comune, ancora una voce, un sussurro, un richiamo. Quello che unisce, non quello che separa.
Settant’anni dopo, scrive Domenico Gallo, quelle parole risuonano con una precisione che fa quasi paura. L’Europa, nata come progetto politico per garantire un futuro di pace e benessere, si è trasformata in un progetto di preparazione alla guerra. La leadership europea è percorsa da un delirio che ha preso a pretesto il conflitto in Ucraina per tracciare una nuova cortina di ferro, molto più impenetrabile della precedente — quando, malgrado la durezza del confronto, erano sempre stati mantenuti canali di dialogo. Adesso si tifa per lo scontro e si vogliono plasmare le nuove generazioni trasformandole in armate di guerrieri.
La presidente della Commissione europea ha fatto cadere l’ultimo tabù linguistico: “Dobbiamo prepararci alla guerra”. E con queste parole ha sancito una rottura profonda con lo spirito che aveva animato la costruzione europea. Una rottura con il messaggio della Resistenza, che era — è — un messaggio di pace attraverso il diritto, di riconoscimento della dignità comune, di rifiuto della violenza come strumento di politica.
Il 25 aprile, in questo contesto, non è soltanto memoria: è resistenza attiva all’idea che la guerra sia uno strumento accettabile della politica. È l’articolo 11 della Costituzione — quello che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali — che torna a camminare nelle piazze.
VIII. L’identità che ci salva davvero
C’è una parola che torna ossessivamente nel discorso politico contemporaneo: identità. Identità italiana, identità europea, identità cristiana, identità occidentale. È una parola che, pronunciata spesso, finisce per svuotarsi di senso, o peggio, per riempirsi di senso sbagliato: esclusione anziché riconoscimento, paura anziché apertura, muro anziché ponte.
Montanari propone una risposta che ha la semplicità delle verità profonde: l’identità più importante di tutte è quella umana. Non quella italiana, non quella europea, non quella cristiana, ma quella che ci accomuna come esseri umani, al di là di ogni frontiera, di ogni lingua, di ogni colore della pelle. È l’unica identità che ci soccorre davvero nei momenti difficili della vita: quando siamo in lutto, quando stiamo male, quando abbiamo bisogno degli altri. Cos’è che ci solleva, in quei momenti? Le parole di umanità. E questa umanità è comune a tutti.
Quando abbiamo visto a Gaza i bambini uccisi, massacrati, fatti morire di fame, ci siamo sentiti indifferenti perché erano di un’altra identità? O abbiamo sentito qualcosa contorcersi dentro di noi? La risposta, per la stragrande maggioranza degli esseri umani, è la seconda. E questo ci dice qualcosa di fondamentale: c’è in noi, più in profondità di ogni costruzione ideologica, un senso di appartenenza comune all’umanità che nessuna propaganda riesce del tutto a cancellare.
Anche Calamandrei lo aveva capito, e aveva indicato il compito della Resistenza con parole che non hanno perso un grammo di peso: rifiutarsi sempre di considerare un uomo meno uomo solo perché appartiene a un’altra razza, a un’altra religione, a un altro partito. È una formula semplice. È anche il fondamento di ogni convivenza civile, di ogni democrazia, di ogni pace possibile.
Papa Leone XIV, nel suo discorso tenuto il 16 aprile 2026 in Camerun lo ha detto con le parole del Vangelo che, in questo caso, coincidono perfettamente con quelle della Costituzione: siamo una sola famiglia e abitiamo la stessa casa, questo meraviglioso pianeta. La pace non è da inventare: è da accogliere, accogliendo il prossimo come nostro fratello e come nostra sorella. Nessuno sceglie i suoi fratelli e le sue sorelle: ci dobbiamo soltanto accogliere.
È un messaggio che stride con la politica dei confini chiusi, dei migranti respinti, dei muri eretti in nome della sicurezza. Ma è anche il messaggio più antico e più radicale che l’umanità abbia mai prodotto. È il messaggio che il 25 aprile porta con sé, ogni anno, ogni volta che si apre — come dice Tonio Dell’Olio — tra strade che danzano e colori cuciti a bandiera.
IX. Nuove generazioni e vecchie responsabilità
C’è un dato che non si può ignorare: la generazione dei protagonisti della Resistenza non c’è più. Anche i figli di quella generazione stanno diventando vecchi. I nomi incisi sui monumenti della liberazione sono, per i giovani di oggi, un insieme di lettere che dicono poco: non c’è più un volto, una voce, una storia personale a dar loro carne e sangue.
Questo è il rischio più sottile che corre il 25 aprile: non essere negato frontalmente — perché chi lo nega frontalmente si espone immediatamente al giudizio della storia — ma essere svuotato dall’interno, ridotto a rito senza senso, commemorazione senza vita. Come evitare questo rischio?
Anna Mastromarino indica una strada: mostrare che ogni generazione affronta nuove battaglie di liberazione, e che le celebrazioni, i riti, i miti con i loro protagonisti sono strumenti di comunicazione per permettere ai valori di trovare nuove pratiche. Non si commemora il 25 aprile per ricordare il passato e i suoi attori. Lo si commemora perché quei valori — la dignità umana, la libertà del confronto, la pace, la giustizia sociale — sono ancora urgenti, ancora minacciati, ancora da conquistare.
Il dato del referendum costituzionale, che ha visto la partecipazione di tanti giovani che negli ultimi anni si erano mostrati più restii a recarsi alle urne, è in questo senso incoraggiante. Significa che la Costituzione, nel nostro Paese, rappresenta ancora un fatto attuale capace di mobilitare anche le nuove generazioni. Un patrimonio in nome del quale vale la pena agire. La sfida è trasformare questa mobilitazione episodica in impegno costante, in cultura politica, in partecipazione quotidiana alla vita democratica.
La scuola ha in questo una responsabilità enorme. Ma una scuola che insegna la storia “affascinando” i ragazzi — come se affascinare fosse un obiettivo educativo invece di un sortilegio — invece di insegnare loro il pensiero critico e la verifica delle fonti, è una scuola che prepara cittadini docili, non persone libere. La Resistenza, del resto, era fatta di persone che avevano imparato a pensare con la propria testa. E questa è forse la sua eredità più difficile da tramandare, e la più necessaria.
X. La patria per cui vale la pena vivere
Albert Camus — citato da Montanari con una freschezza che stupisce — diceva che la patria non è quella che manda i figli al massacro. È una treccia di peperoni messa ad asciugare in un cortile in riva al mare. La patria è qualcosa per cui vale la pena vivere, non morire. Ed è questa la differenza tra il nazionalismo che ha insanguinato il Novecento e il patriottismo costituzionale che può ancora unire persone di idee diverse intorno ai valori fondamentali di una democrazia.
Il 25 aprile è anche questo: la festa di una patria che si scelse liberamente, che costruì la propria Costituzione dopo anni di sangue e di vergogna, che decise di fondare la propria convivenza non sull’identità del sangue o della razza, ma sui diritti universali della persona. Una patria che scrisse nell’articolo 2: la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità. Non i diritti dei cittadini italiani di nascita. I diritti dell’uomo. Di ogni uomo. Di ogni donna.
Questo è il lascito del 25 aprile che vale la pena difendere, celebrare, trasmettere. Non una data, non un rituale, non una retorica. Una scelta di civiltà che si rinnova ogni giorno, nelle leggi che si approvano, nelle sentenze che si pronunciano, nelle politiche che si attuano, nelle parole che si usano per descrivere chi è diverso da noi.
E se questa scelta è oggi messa alla prova — dalle tentazioni securitarie, dal ritorno dei nazionalismi, dalla guerra che ritorna come strumento di politica, dalla disuguaglianza che cresce, dalla paura che viene usata come combustibile politico — allora il 25 aprile non è soltanto una festa. È un impegno. È una promessa che dobbiamo rinnovare.
In fine: il bel fiore a tutti quelli che passeranno
Nella poesia di Tonio Dell’Olio, il 25 aprile chiede, con dolce fermezza: quale voce diamo oggi a quel respiro ricevuto in canto? È una domanda bellissima, e difficile. Perché il respiro — quello delle piazze del 1945, quello dei partigiani nei boschi, quello di Sandro Pertini che la mattina del 25 aprile chiamava i milanesi all’insurrezione — non si lascia consumare. Porta incisi nomi e volti, storie interrotte e promesse consegnate, vite offerte come acqua e concime alla terra.
La risposta non può venire da una sola voce. Viene dal coro di chi continua a credere che la politica possa e debba servire la giustizia, non il potere. Di chi studia la storia non per affascinarsi, ma per capire. Di chi difende la Costituzione non come un feticcio, ma come uno strumento vivo di trasformazione sociale. Di chi scende in piazza non per nostalgia, ma per convinzione. Di chi insegna ai giovani che il pensiero critico non è un lusso, ma una necessità democratica. Di chi accoglie il prossimo come un fratello, o almeno ci prova.
Partigiani e partigiane di vent’anni hanno preso le pistole perché nessuno le dovesse prendere dopo di loro. Hanno scelto la violenza della guerra perché noi non dovessimo sceglierla. E ci hanno lasciato un mondo di pace — imperfetto, precario, sempre a rischio — e di giustizia — incompiuta, parziale, sempre da costruire. Ci hanno lasciato una Costituzione. Ci hanno lasciato il diritto di manifestare, di scrivere, di pensare con la propria testa, di scegliere i propri governanti e di rimandarli a casa quando non governano bene.
Paradossalmente, l’augurio più bello per questo 25 aprile è quello che ci ha dato Montanari: essere liberi, essere giusti, ed essere felici. Perché la Resistenza non è stata fatta soltanto per la libertà e per la giustizia, ma anche — e forse soprattutto — perché fossimo felici. Perché vivessimo vite degne di essere vissute.
È un’eredità esigente. È l’unica eredità che vale la pena raccogliere.
Giusti e liberi sempre
25 aprile 2026
Voci in dialogo
Questo articolo mette in coro cinque voci che hanno scritto sul 25 aprile 2026:
Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per stranieri di Siena, autore di La continuità del male. Perché la destra italiana è ancora fascista (Feltrinelli, 2026), intervistato dal Fatto Quotidiano.
Domenico Gallo, giurista e intellettuale, Il vero senso del 25 aprile è dialogo e mai più guerre.
Gianni Oliva, storico, Ma Salò è diverso dal 25 Aprile, in “La Stampa”, 24 aprile 2026.
Tonio Dell’Olio, 25 aprile, in “Mosaico di pace”, 23 aprile 2026.
Anna Mastromarino, Cosa significa oggi la Liberazione, in “La Stampa”, 21 aprile 2026.

Il ricordo come lo immagino