Tre voci sul fascismo italiano

Premessa metodologica

Parlare di fascismo in Italia non è mai stato, e non è tuttora, un esercizio puramente storiografico. È inevitabilmente un atto politico, almeno nel senso lato del termine: implica scelte epistemologiche che hanno conseguenze sul modo in cui si legge il presente, si giudica il passato e si orientano le lotte del futuro. Per questa ragione, mettere a confronto tre voci come quelle di Angelo Tasca, Renzo De Felice e Angelo d’Orsi non equivale semplicemente a disporre tre diverse ricostruzioni degli stessi fatti. Equivale a mostrare come uno stesso oggetto storico — il fascismo italiano, la sua genesi, la sua natura, la sua eredità — possa essere illuminato da angolature radicalmente diverse, ognuna delle quali porta con sé criteri di pertinenza, priorità analitiche e presupposti teorici distinti.

L’obiettivo di questo saggio non è arbitrare la disputa né incoronare un vincitore. È piuttosto fornire al lettore gli strumenti per orientarsi tra tre tradizioni interpretative che hanno profondamente segnato la storiografia e il dibattito pubblico italiano del Novecento e dei nostri giorni. Saremo equi nei confronti di ciascuno, puntuali nel segnalare sia i meriti sia i limiti, e rispettosi della complessità dei problemi affrontati.

I. Angelo Tasca: il fascismo come controrivoluzione

Il contesto biografico e la genesi dell’opera

Angelo Tasca — che firmò la sua opera principale con lo pseudonimo A. Rossi — pubblicò Nascita e avvento del fascismo nel 1938, a Parigi, durante l’esilio. Era stato uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia al Congresso di Livorno del 1921, poi espulso nel 1929 in seguito alle lotte interne all’Internazionale comunista. La distanza dagli apparati di partito gli consentì, paradossalmente, una libertà analitica che pochi suoi contemporanei potevano permettersi. Scriveva lontano dall’Italia, con accesso a documenti e testimonianze raccolti nell’arco di anni, e con la consapevolezza — propria di chi ha vissuto dall’interno una sconfitta storica — che capire quel che era accaduto non fosse questione accademica ma questione di sopravvivenza politica.

Il fascismo come guerra civile e controrivoluzione preventiva

La tesi centrale di Tasca è di una semplicità disarmante nella formulazione e di una solidità notevole nella documentazione: il fascismo italiano non fu un accidente, non fu una malattia morale, non fu il prodotto di una generica degenerazione dello spirito nazionale. Fu la risposta organizzata e violenta delle classi dominanti a un ciclo di lotte operaie e contadine che aveva raggiunto un’intensità inedita nel biennio 1919-1920 — il cosiddetto biennio rosso — e che le istituzioni dello Stato liberale non erano più in grado di contenere attraverso i canali ordinari della repressione legale e della mediazione parlamentare.

Per Tasca, il movimento fascista fu in questa fase uno strumento: lo strumento di cui il padronato industriale, i grandi proprietari terrieri, i ceti militari e una parte della burocrazia statale si servirono per compiere quello che Luigi Fabbri aveva chiamato — con formula potente — una controrivoluzione preventiva. Preventiva, cioè non in risposta a una rivoluzione già avvenuta, ma in anticipo su di essa: le squadre d’azione fasciste bruciarono le Camere del Lavoro, devastarono le cooperative, bastonarono i sindacalisti e i dirigenti socialisti quando il pericolo rivoluzionario era già in declino, ma quando il ricordo della paura era ancora fresco abbastanza da giustificare l’impunità. La violenza non fu una deriva: fu il metodo.

Tasca documenta con precisione sociologica la composizione del movimento fascista: piccola borghesia impoverita e frustrata, reduci di guerra che non trovavano collocazione nel nuovo ordine sociale, strati rurali dipendenti dalla protezione dei proprietari terrieri, settori del sottoproletariato urbano attratti dalla paga e dall’uniforme. Questi gruppi non erano il fascismo: erano la sua forza d’urto. Il fascismo come potere fu altro: fu l’alleanza tra questo movimento di massa violento e le élite economiche e istituzionali che lo finanziarono, lo protessero e infine lo portarono al governo.

Meriti e limiti dell’interpretazione di Tasca

Il merito principale di Tasca è la coerenza del metodo. La sua è un’analisi che non separa mai la politica dall’economia, la violenza squadrista dalle sue protezioni istituzionali, il programma ideologico dalla funzione sociale che esso svolge. Leggendo il suo libro si comprende perché il fascismo fu possibile in quel momento e non in un altro, perché trovò alleati dove li trovò, perché lo Stato liberale non lo contrastò. La forza esplicativa di questa impostazione è ancora oggi considerevole.

I limiti sono altrettanto riconoscibili. In primo luogo, il peso accordato alla struttura — ai rapporti di classe, agli interessi economici, alle dinamiche istituzionali — rischia di lasciare in ombra la dimensione propriamente politica e ideologica del fascismo: la sua capacità di mobilitare consenso, di produrre identità collettive, di costruire un sistema di credenze che andava ben oltre la semplice funzione di strumento. In secondo luogo, la prospettiva di Tasca è costruita interamente dall’esterno del fascismo: ne descrive la genesi e la funzione sociale, ma penetra meno nella sua cultura interna, nelle sue dinamiche di massa, nel rapporto tra leaders e seguaci. Questi aspetti, che De Felice porrà al centro della sua ricerca, restano ai margini dell’analisi tascana.

II. Renzo De Felice: il fascismo come fenomeno autonomo

Lo storico e la sua impresa

Renzo De Felice (1929-1996) è stato probabilmente lo storico italiano più discusso del secondo Novecento. La sua monumentale biografia di Mussolini — otto volumi pubblicati tra il 1965 e il 1997, l’ultimo postumo — rappresenta un’impresa storiografica senza precedenti nel panorama italiano per ampiezza documentaria, per sistematicità archivistica e per la durata dell’impegno. Formatosi nell’orbita del Partito Comunista e poi progressivamente distanziato da essa, De Felice sviluppò nel corso degli anni una posizione storiografica originale che gli procurò consensi e critiche feroci in egual misura.

Il punto di partenza metodologico di De Felice era un rifiuto esplicito delle interpretazioni teleologiche e moralistiche: tanto quella crociana del fascismo come malattia morale dell’Italia quanto quella marxista del fascismo come mero strumento del grande capitale. A suo avviso, entrambe queste letture sacrificavano la comprensione storica sull’altare del giudizio politico. Comprendere il fascismo, per De Felice, richiedeva prima di tutto la capacità di sospendere il giudizio morale e di ricostruire il fenomeno nella sua complessità interna, così come lo vissero i suoi protagonisti e i suoi sostenitori.

La distinzione fondamentale: movimento e regime

Il contributo analitico più originale di De Felice è la distinzione, diventata poi punto di riferimento obbligato nella storiografia internazionale, tra fascismo-movimento e fascismo-regime. Il fascismo come movimento, nella fase delle origini (1919-1922), fu un fenomeno polimorfo e contraddittorio, animato da spinte diverse e non interamente riducibili alla semplice funzione controrivoluzionaria: vi convivevano residui di radicalismo sociale, veterani del socialismo interventista, futuristi, nazionalisti, opportunisti. Non era ancora il monolite che sarebbe diventato.

Il fascismo come regime, dopo la conquista del potere e soprattutto dopo la svolta autoritaria del 1925-1926, fu qualcosa di diverso: un sistema di dominio totalitario che aveva assorbito e neutralizzato le spinte centrifughe del movimento, costruendo un apparato di controllo capillare della società e producendo un sistema simbolico e rituale senza precedenti nella storia italiana. In questa fase, secondo De Felice, il fascismo non era più semplicemente lo strumento delle élite economiche: aveva sviluppato una propria logica di potere, una propria autonomia istituzionale, e i rapporti con il grande capitalismo erano diventati più complessi e talvolta conflittuali.

Il consenso: la tesi più controversa

La tesi che suscitò le reazioni più violente è quella relativa al consenso. Nel terzo volume della biografia — Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 1929-1936 (1974) — e nell’intervista rilasciata a Michael Ledeen nel 1975, De Felice sostenne che il regime fascista godette, almeno nel periodo compreso tra la crisi economica e la guerra d’Etiopia, di un consenso reale e diffuso nella società italiana. Non si trattava, a suo avviso, di un consenso puramente passivo o coatto: una parte significativa della popolazione — e in particolare i ceti medi ascendenti — aveva trovato nel fascismo una risposta alle proprie aspirazioni di modernizzazione, di promozione sociale, di partecipazione alla vita pubblica.

Questa tesi fu interpretata da molti come una forma di revisionismo tendenzioso, se non di apologia. Le critiche più severe la accusarono di spostare la responsabilità del fascismo dai gruppi dirigenti all’intera nazione, di deresponsabilizzare le élite e di caricare sul popolo italiano una colpa collettiva. De Felice rispose che distinguere tra consenso e complicità, tra adesione e entusiasmo, era esattamente il compito dello storico: e che negare l’esistenza del consenso non eliminava il problema, lo occultava soltanto, rendendo impossibile capire come il regime avesse potuto durare vent’anni.

La polemica con la tradizione resistenziale e comunista

La posizione di De Felice si sviluppò anche in polemica — talvolta esplicita, più spesso implicita — con la storiografia che aveva fatto della Resistenza il momento fondante della democrazia italiana e del Partito Comunista il suo protagonista principale. Non che De Felice negasse la Resistenza: la studiò e la rispettò come fatto storico. Ma tendeva a dimensionarne il peso nell’economia complessiva del ventennio fascista, a contestarne la capacità di rappresentare una rottura netta con il passato, e a sottolineare le continuità istituzionali, burocratiche e sociali che attraversarono indisturbate il confine del 1945.

È questo aspetto del lavoro defeliciano che Angelo d’Orsi ha criticato con maggiore asprezza, come vedremo. Ma vale la pena sottolineare che la critica alle mitologie resistenziali — intese come costruzioni politiche più che come ricostruzione storica — aveva alle spalle argomenti storiografici non banali, e che De Felice non era l’unico storico a sollevarli.

Meriti e limiti dell’interpretazione di De Felice

I meriti di De Felice sono molteplici e duraturi. La ricchezza documentaria della sua opera è difficilmente contestabile: ha aperto archivi, interrogato fondi inediti, costruito una base empirica che ancora oggi nessuno storico del fascismo può ignorare. La distinzione tra fascismo-movimento e fascismo-regime ha strutturato il dibattito internazionale ed è stata recepita, con variazioni, dalla storiografia anglosassone e tedesca. L’insistenza sul consenso ha costretto gli storici a fare i conti con un problema reale che le interpretazioni precedenti avevano troppo facilmente eluso.

I limiti sono altrettanto reali. L’ostinazione metodologica a sospendere il giudizio morale può scivolare, e in alcune pagine scivola, verso una forma di neutralismo che attenua la percezione della violenza del regime. Il rifiuto delle interpretazioni di classe rischia di oscurare la connessione strutturale tra fascismo e interessi economici dominanti — una connessione che la documentazione stessa di De Felice non smentisce, ma che egli tende a trattare come contingente e strumentale piuttosto che costitutiva. Infine, l’opera è così immensa e diseguale che ha inevitabilmente offerto materiale a operazioni di divulgazione che ne hanno forzato le tesi in direzioni che lo stesso De Felice probabilmente non avrebbe condiviso.

III. Angelo d’Orsi: memoria, revisionismo e russofobia

Lo storico militante e il suo metodo

Angelo d’Orsi (nato nel 1948) è storico delle idee politiche, professore emerito all’Università di Torino, e voce tra le più riconoscibili della storiografia italiana di orientamento progressista. Il suo profilo intellettuale è quello dello storico militante nel senso gramsciano del termine: convinto che la ricerca storica non sia né possa essere neutrale, e che il compito dello storico includa la denuncia delle mistificazioni ideologiche e la difesa della memoria dei vinti e degli sconfitti. Tra le sue opere più note si contano studi sul movimento operaio, su Gramsci, sull’intellettualità italiana del Novecento.

L’intervento di d’Orsi sul fascismo — così come emerge dai testi qui esaminati — non si dispiega nella forma di una ricostruzione sistematica del fenomeno storico, ma piuttosto in quella di una critica storiografica e politica: critica alle operazioni revisioniste che hanno riscritto la storia del fascismo e della Resistenza, critica alla russofobia come patologia del dibattito pubblico contemporaneo, critica alla risoluzione del Parlamento europeo del 2019 che equiparava nazismo e comunismo.

La critica a De Felice e al revisionismo

La posizione di d’Orsi nei confronti di De Felice è di netta opposizione, formulata in termini storici e politici insieme. Lo studioso romano è indicato come il capostipite di una scuola storiografica — un vero e proprio «signore delle cattedre» con i suoi epigoni e divulgatori — che ha sistematicamente svalutato il contributo della Resistenza armata alla liberazione dell’Italia dal fascismo e, in parallelo, ha ridimensionato il ruolo determinante dell’Unione Sovietica nella sconfitta del nazismo. Il risultato di questa operazione è stato, secondo d’Orsi, la creazione del terreno culturale su cui è fiorito il «rovescismo» — termine che d’Orsi rivendica come suo conio del 2003 — cioè la pratica sistematica di capovolgere i risultati storiografici acquisiti: dalla negazione o attenuazione dei crimini fascisti alla riscrittura giornalistica della storia militare.

La critica è legittima nel metodo — ogni storico deve rispondere delle ricadute pubbliche della propria opera — ma può sembrare, letta nella sua formulazione più forte, che attribuisca a De Felice responsabilità per operazioni che egli non ha necessariamente ispirato e che talvolta hanno deformato le sue tesi. La distanza tra il rigore archivistico defeliciano e la divulgazione televisiva e giornalistica che se ne è servita è reale e merita di essere tenuta presente.

La memoria dell’Unione Sovietica e la questione della Resistenza

Un aspetto fondamentale del pensiero storico di d’Orsi, che emerge con forza dall’articolo qui analizzato, riguarda la memoria della Seconda guerra mondiale e il ruolo dell’Unione Sovietica. D’Orsi contesta con vigore la narrativa dominante secondo cui sarebbero stati «gli Alleati» — e in senso specifico «gli Americani» — a liberare l’Europa dal nazismo, mentre il contributo sovietico viene progressivamente oscurato o equiparato a quello nazista come fenomeno di uguale barbarie totalitaria. La risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019, che stabilisce questa equiparazione, è per d’Orsi un documento scandaloso e storiograficamente insostenibile: l’URSS, che pagò la sconfitta del nazismo con circa 27 milioni di morti, vi compare retoricamente come corresponsabile dello stesso conflitto.

Su questo punto il giudizio di d’Orsi poggia su basi storiografiche solide: il contributo militare sovietico alla sconfitta della Germania nazista è documentato e incontestabile. Che l’URSS abbia commesso a sua volta crimini di massa — il che nessuno studioso serio nega — non equivale a porla sullo stesso piano del nazismo né a ridurne il ruolo nella liberazione dell’Europa. Il problema di questa impostazione, che d’Orsi non sempre risolve con la necessaria distinzione analitica, è che la difesa della memoria sovietica può sovrapporsi alla difesa del sistema sovietico come tale, che è cosa diversa e assai più controversa.

La russofobia come chiave del presente

L’articolo di d’Orsi sui temi della russofobia e della guerra sviluppa una tesi di lungo periodo: l’antipatia per la Russia è strutturale nell’immaginario europeo occidentale da almeno cinque secoli, e si è manifestata in forme diverse — dal disprezzo per la «barbarie asiatica» al terrore anticomunista, dal revisionismo storiografico alla guerra mediatica contemporanea. Questa tesi ha un fondamento storico documentabile e costituisce un contributo reale alla comprensione delle rappresentazioni europee dell’Altro orientale.

D’Orsi descrive con amarezza — e non senza ironia — i meccanismi della russofobia contemporanea: le censure agli artisti russi, la cancellazione di conferenze, la rappresentazione di Putin come nuovo Hitler o nuovo Stalin o nuovo zar a seconda delle esigenze retoriche del momento. La sua critica alla semplificazione binaria («civiltà contro barbarie, democrazia contro autocrazia») è pertinente e coglie un vizio reale del discorso pubblico occidentale.

Il limite di questa posizione — e d’Orsi probabilmente ne è consapevole — è che la critica alla russofobia come categoria e come patologia rischia di scivolare, in alcune formulazioni, verso una difesa d’ufficio della Russia come stato e delle sue scelte politiche e militari concrete. La distinzione tra critica della russofobia e apologia della politica estera russa è sottile e va mantenuta con rigore: d’Orsi lo fa in parte, ma non sempre con la stessa costanza.

Meriti e limiti del contributo di d’Orsi

I meriti di d’Orsi sono quelli propri dello storico engagé che non abdica al proprio compito critico: la denuncia delle mistificazioni è necessaria, la difesa della memoria della Resistenza ha basi documentarie solide, la critica al revisionismo è legittima e necessaria. La sua capacità di collegare le battaglie storiografiche alle dinamiche del presente — di mostrare come la riscrittura del passato produca effetti politici nel presente — è una delle qualità più apprezzabili del suo lavoro.

I limiti emergono quando il coinvolgimento politico si fa così intenso da ridurre la disponibilità a distinguere tra i livelli dell’analisi: tra la critica alla russofobia come atteggiamento culturale e la valutazione della politica della Federazione Russa, tra la difesa del ruolo sovietico nella Seconda guerra mondiale e la difesa del sistema sovietico in quanto tale, tra la critica al revisionismo defeliciano e la critica all’opera storica di De Felice nel suo complesso. Queste distinzioni non sono capziose: sono necessarie alla precisione che lo storico deve a se stesso e ai suoi lettori.

IV. Il confronto: tre metodi, un oggetto

Cosa li divide: la questione del metodo

Messi uno accanto all’altro, Tasca, De Felice e d’Orsi rappresentano tre diverse risposte alla domanda fondamentale: da dove si deve guardare il fascismo per capirlo? Tasca risponde: dall’esterno, dalle condizioni sociali ed economiche che lo hanno reso possibile, dai rapporti di forza tra le classi. De Felice risponde: dall’interno, dalla logica propria del fenomeno, dal modo in cui i suoi protagonisti lo vissero e lo pensarono, dal consenso reale che ottenne. D’Orsi risponde: dalla storia lunga della memoria e del conflitto di classe, tenendo conto di come le rappresentazioni del passato vengono costruite e strumentalizzate nel presente.

Queste tre prospettive non sono necessariamente incompatibili. Un’analisi pienamente soddisfacente del fascismo italiano richiederebbe probabilmente tutti e tre gli approcci: la dimensione strutturale di Tasca, la dimensione interna e culturale di De Felice, la dimensione memorialistica e critica di d’Orsi. Il problema è che nella pratica storiografica — e ancor più nel dibattito pubblico — queste prospettive si sono presentate come alternative, alimentando polemiche che hanno spesso prodotto più calore che luce.

Il nodo del consenso

La questione del consenso è il punto di massima tensione tra le tre interpretazioni. Per Tasca, il problema del consenso è marginale: il fascismo era uno strumento di potere e ciò che conta è chi lo usò e a quale scopo. Per De Felice, il consenso è il problema centrale: negarlo è falsificare la storia, e senza capirlo non si può capire come il regime abbia potuto sopravvivere vent’anni. Per d’Orsi, la questione del consenso è reale ma rischia di essere strumentalizzata per deresponsabilizzare le élite e attribuire al popolo italiano una colpa che appartiene ai suoi dirigenti.

Nessuna delle tre posizioni è del tutto soddisfacente presa da sola. Tasca rischia di rendere il popolo una massa inerte mossa dalle élite. De Felice rischia di distribuire troppo equamente le responsabilità tra chi il fascismo lo organizzò e finanzio e chi lo subì con gradi diversi di acquiescenza. D’Orsi rischia di difendere una narrazione della Resistenza che — pur storicamente fondata nel nucleo — ha funzionato anche come schermo dietro cui nascondere le continuità della società italiana attraverso il confine del 1945.

La Resistenza e la memoria del Novecento

Su questo punto emerge con chiarezza la differenza più profonda tra De Felice e d’Orsi. Per De Felice, la Resistenza — pur reale come fatto storico — fu un fenomeno minoritario che non trasformò strutturalmente la società italiana: le istituzioni, la burocrazia, le élite economiche e in larga misura l’opinione pubblica attraversarono il 1945 con meno discontinuità di quanto la narrazione resistenziale avrebbe voluto. Per d’Orsi, questa lettura è funzionale a una devalorizzazione politica della Resistenza che ha effetti diretti sulla legittimità della democrazia repubblicana e della sua tradizione antifascista.

Entrambe le posizioni poggiano su argomenti storici reali. La continuità delle istituzioni attraverso la transizione è documentata: molti funzionari, magistrati, ufficiali dell’esercito, dirigenti d’azienda che avevano servito il regime continuarono a occupare le loro posizioni nella Repubblica. Ma è altrettanto documentato che la Resistenza produsse una cultura politica — quella dei partiti di massa, dei sindacati, delle associazioni civili — che fu il principale serbatoio dell’Italia democratica del dopoguerra. Entrambi i fatti sono veri, e scegliere quale dei due sia «più importante» è già una scelta politica prima ancora che storiografica.

V. Conclusione: il fascismo come problema aperto

Tasca, De Felice e d’Orsi hanno guardato il fascismo italiano da tre finestre diverse. La finestra di Tasca dà sulla piazza: si vede il conflitto di classe, le squadre d’azione, il padronato che finanzia le camicie nere, lo Stato che guarda dall’altra parte. La finestra di De Felice dà sull’interno del palazzo: si vede il Duce che firma le carte, la burocrazia che obbedisce, i ceti medi che si iscrivono al partito con un misto di convenienza e convinzione. La finestra di d’Orsi dà sul presente: si vede come quella storia è stata raccontata, distorta, rimossa e strumentalizzata nei decenni successivi, e come queste operazioni producano effetti politici che arrivano fino a noi.

Nessuna delle tre finestre dà una vista completa. Ma rinunciare a una sola di esse significa perdere qualcosa di essenziale. Capire perché il fascismo fu possibile (Tasca), capire come funzionò e come ottenne consenso (De Felice), capire come è stato ricordato e dimenticato (d’Orsi): sono tre domande distinte che richiedono metodi diversi e che producono risposte diverse, ma che insieme disegnano un oggetto storico nella sua piena complessità.

Chi legge ha davanti a sé i materiali per costruire il proprio giudizio. La storia non chiede l’assenso, chiede la lettura.

Riferimenti bibliografici essenziali

1. Angelo Tasca (A. Rossi), Nascita e avvento del fascismo. L’Italia dall’armistizio alla marcia su Roma, Neri Pozza, 2021 (prima edizione: Gallimard, Parigi, 1938).

2. Renzo De Felice, Mussolini, 8 volumi, Torino, Einaudi, 1965-1997.

3. Renzo De Felice, Interpretazioni del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1969 (poi: Il fascismo: le interpretazioni dei contemporanei e degli storici, 1970).

4. Renzo De Felice, Intervista sul fascismo (a cura di Michael A. Ledeen), Roma-Bari, Laterza, 1975.

5. Luigi Fabbri, La controrivoluzione preventiva, Bologna, Cappelli, 1922.

6. Umberto Eco, Ur-Fascismo, in: The New York Review of Books, 22 giugno 1995; in italiano: Il fascismo eterno, La Nave di Teseo, 2018.

7. Angelo d’Orsi, Il rovescismo. Come la destra ha riscritto la storia d’Italia, apparso in varie sedi a partire dal 2003.

8. Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa (2019/2819(RSP)).

9. Robert O. Paxton, The Anatomy of Fascism, New York, Knopf, 2004; trad. it.: Anatomia del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 2005.

10. Enzo Traverso, Le nuove facce del fascismo, Milano, Feltrinelli, 2019.

Giustizia e libertà sempre

Tempora bona venient

Rispondi