Serafino Petta, custode della memoria

Il Primo Maggio di ogni anno sento il dovere di ricordarlo. Con la morte di Serafino Petta, avvenuta a Palermo il 30 gennaio 2026, si spegne non soltanto un uomo di novantaquattro anni, ma l’ultimo testimone diretto della strage di Portella della Ginestra. Con lui si chiude un capitolo di testimonianza vissuta e comincia, per tutti noi, una responsabilità più grave: quella di ricordare senza più poterci appoggiare alla voce di chi “c’era”.

La strage di Portella della Ginestra, avvenuta il Primo Maggio del 1947, non fu un episodio isolato né un fatto di banditismo. Fu una strage politica e sociale, consumata contro contadini poveri, famiglie, donne e bambini che celebravano la Festa del Lavoro e una speranza appena conquistata: la riforma agraria, i primi diritti, il voto che dieci giorni prima aveva premiato le forze popolari.

Gli spari della banda di Salvatore Giuliano non colpirono solo i corpi, ma un’idea di futuro. Dietro quegli spari si muoveva un intreccio di interessi che univa mafia, latifondo e poteri politici, in un’Italia appena uscita dal fascismo ma già attraversata da nuove forme di violenza sistemica. Ancora oggi conosciamo gli esecutori, ma non i mandanti: una ferita aperta nella storia della Repubblica.

Serafino Petta quel giorno era un ragazzo. Era lì con suo padre, come migliaia di contadini poveri, braccianti senza diritti, uomini e donne che parlavano dialetti antichi, spesso analfabeti, ma pienamente consapevoli della propria dignità. La vita dei contadini siciliani nel dopoguerra era segnata dalla miseria, dall’assenza di tutele, dalla lotta quotidiana per il lavoro. Si “faceva a botte” per una giornata nei campi. Il pane non era garantito, la scuola era un lusso, la salute un azzardo. Quel Primo Maggio doveva essere una festa di riscatto. Divenne un massacro. Serafino raccontò per tutta la vita la corsa disperata, il sangue, i muli abbattuti, le urla, la donna che gridava con il sangue dalla bocca, l’amico e parente Serafino Lascari assassinato accanto a lui. Raccontò anche le ferite invisibili: l’eruzione cutanea durata un anno, i sogni che ancora lo perseguitavano, la commozione che non si è mai spenta. Non trasformò mai il dolore in odio, ma in memoria attiva.

Ed è qui che la sua figura assume un valore che va oltre la testimonianza individuale. Serafino Petta non si limitò a ricordare: scelse di educare. Portò la sua storia nelle scuole, parlò ai ragazzi, partecipò a progetti come “La Memoria nella Scuola e nel Territorio”, convinto che la storia non sia un archivio morto, ma una responsabilità viva. In questo cammino si affiancò idealmente a figure come Peppino Impastato, condividendone l’idea che la mafia non sia destino, ma costruzione storica, e dunque superabile.

“La mafia è una strada che non porta a niente”, diceva Serafino. Non era uno slogan: era il bilancio di una vita. La mafia, spiegava con semplicità, non produce futuro, non crea lavoro, non genera diritti. È un vicolo cieco che si nutre della paura e della rassegnazione. Le lotte contadine, al contrario, produssero risultati concreti: la Repubblica, la Costituzione, i diritti del lavoro, il sindacato come strumento di difesa collettiva.

La CGIL, in quella stagione, non fu un apparato ma una comunità di resistenza. La Camera del Lavoro, i segretari, gli attivisti pagarono spesso con la vita il loro impegno. Portella della Ginestra è anche questo: un monumento ai lavoratori organizzati, a chi comprese che senza solidarietà non esiste libertà.

Con la morte di Serafino Petta, Portella non diventa passato. Diventa eredità. Ogni pietra di quel luogo continua a indicare un nome, una storia, una responsabilità. Ogni generazione è chiamata a scegliere se trasformare la memoria in rituale o in coscienza.

Serafino ha fatto la sua parte fino all’ultimo. Ora tocca a noi. Ricordare non è un atto di nostalgia, ma una forma di giustizia. Dimenticare, oggi, sarebbe la vera sconfitta.

Ciao Serafino, pietra miliare della memoria. La tua voce non c’è più, ma ciò che hai detto continua a parlare.

Eri bambino ma ti ho voluto immaginare con tutti i tuoi anni spesi bene, ancora vicino ai tuoi compagni.

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