Lacune investigative e un fallimento dello Stato nel garantire giustizia
Dodici anni fa, in una città affacciata sul Mar Nero che la letteratura russa ha cantato come perla del Sud, accadde qualcosa che l’Europa avrebbe dovuto saper leggere con urgenza e lucidità. Non lo fece. E quella cecità collettiva ha contribuito, mattone dopo mattone, a costruire il muro di fuoco dentro cui il continente si trova ancora oggi.
Il 2 maggio 2014, a Odessa, morirono almeno quarantotto persone. La maggioranza perì nell’incendio della Casa dei Sindacati, l’imponente edificio che dominava piazza Kulikovo Pole, dove da settimane si riunivano pacificamente gli attivisti contrari al nuovo governo. Qualcuno morì bruciato, qualcuno intossicato dal fumo, qualcuno precipitando dalle finestre nel tentativo disperato di salvarsi. Altri, secondo diverse testimonianze, vennero colpiti mentre tentavano di fuggire. Questi fatti non appartengono alla propaganda di nessuno: sono stati documentati dai rapporti dell’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani e dal Consiglio d’Europa.
Il contesto: un cambio di potere conteso
Per capire cosa accadde quel giorno, bisogna risalire di qualche mese. Tra la fine del 2013 e l’inizio del 2014, l’Ucraina fu attraversata da una profonda crisi politica. Le manifestazioni di Piazza Maidan a Kiev, inizialmente animate da una genuina istanza di cambiamento e di avvicinamento all’Europa, si radicalizzarono rapidamente. Gruppi paramilitari di orientamento nazionalista — in primo luogo Pravyi Sektor, Settore Destro — assunsero un ruolo sempre più centrale negli scontri con la polizia e nella caduta del presidente Viktor Yanukovich, avvenuta nel febbraio del 2014.
Al posto di Yanukovich si insediò un governo provvisorio a guida di Oleksandr Turchynov, con forte presenza di esponenti nazionalisti nei gangli del potere istituzionale e, soprattutto, nelle strutture paramilitari che di fatto controllavano le strade. Questo governo non fu riconosciuto come legittimo dalle popolazioni russofone dell’est e del sud del paese — non per obbedienza a Mosca, ma perché in quel nuovo assetto videro il volto di un nazionalismo escludente, che li classificava come stranieri in patria, potenziali nemici da sorvegliare o da reprimere.
Odessa era una di quelle città. Cosmopolita, storicamente plurilingue, con una forte componente russofona, aveva vissuto nelle settimane precedenti al 2 maggio una stagione di proteste e di tensione crescente. Piazza Kulikovo Pole era diventata un presidio permanente di chi si opponeva alla nuova direzione politica del paese: lavoratori, pensionati, sindacalisti, gente comune. Un presidio pacifico, che chiedeva federalismo, rispetto delle minoranze, dialogo.
Quel giorno, in occasione di una partita di calcio tra Odessa e Kharkiv, in città arrivarono numerosi militanti di estrema destra, inclusi reparti di Pravyi Sektor giunti da altre regioni. Quel che seguì fu uno scontro inizialmente in strada, poi sempre più violento. I manifestanti filo-russi, messi alle strette, si rifugiarono all’interno della Casa dei Sindacati. L’edificio venne circondato. Poi presero fuoco le prime bottiglie molotov.
I fatti: cosa sappiamo con certezza
Qui la ricostruzione si fa più complessa, e l’onestà intellettuale impone di dire cosa sappiamo con certezza e cosa resta oscuro. Sappiamo che l’incendio fu appiccato — i rapporti internazionali non lasciano dubbi sul fatto che le bottiglie molotov furono lanciate dall’esterno, verso l’edificio dove si erano rifugiate le persone. Sappiamo che le forze dell’ordine ucraine, quel giorno, furono assenti o gravemente inerti: non intervennero per proteggere chi era intrappolato, non bloccarono gli aggressori, non gestirono l’evacuazione. Sappiamo che decine di persone morirono in circostanze atroci. Quel che non è stato stabilito con certezza giudiziaria è se vi fosse una regia centralizzata, un piano premeditato di sterminio, oppure se il massacro sia stato il risultato di una violenza collettiva degenerata oltre ogni limite. Entrambe le ipotesi sono state avanzate; nessuna è stata definitivamente provata in un’aula di tribunale, perché un’aula di tribunale degna di questo nome non ha mai davvero funzionato.
È questo il punto che accomuna tutte le valutazioni internazionali più serie sull’episodio: non tanto la disputa sulla dinamica esatta delle fiamme, quanto lo scandalo delle indagini. Il Consiglio d’Europa ha parlato esplicitamente di gravi lacune investigative e di un fallimento dello Stato nel garantire giustizia. Il rapporto dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani del 2016 fu ancora più diretto: i procedimenti penali, scrissero, sembrano essere stati avviati in modo parziale. Furono perseguiti quasi esclusivamente attivisti del campo filo-federalista, cioè le vittime o chi era sopravvissuto con loro, mentre la maggioranza degli aggressori rimase impunita. Non è un’accusa di parte: è quanto risulta dalla documentazione internazionale.
Un sopravvissuto, Serghey Markhel, attivista del movimento popolare antifascista di Odessa, raccontò in quei mesi la sua testimonianza in giro per l’Europa. Disse che i morti erano donne e uomini di età compresa tra i diciassette e i settant’anni, tutti residenti a Odessa, non agenti di Mosca né soldati: gente comune. Che nemmeno un membro di Pravyi Sektor fu ferito o arrestato quel giorno, mentre tutti i sopravvissuti vennero portati via in manette, tenuti senza acqua né cibo per quasi due giorni. Le autorità ucraine, nei giorni seguenti, descrissero l’accaduto come un’operazione antiterrorismo. Una parlamentare di Svoboda commentò: «Lasciate che i diavoli brucino all’inferno.»
Perché dopo Odessa non fu più come prima
Odessa non fu soltanto una tragedia: fu un segnale. Un segnale che lo Stato ucraino post-Maidan non intendeva — o non sapeva, o non voleva — proteggere i propri cittadini russofoni quando questi si opponevano alla nuova direzione politica. Che chi protestava poteva morire, e i responsabili sarebbero rimasti impuniti. La violenza, se diretta contro il campo sbagliato, poteva essere coperta, giustificata, persino applaudita da chi governava. Per comprendere l’effetto che questa percezione produsse, occorre mettersi nei panni di chi viveva nell’est dell’Ucraina in quei mesi. Immaginate di aver visto le immagini di quell’edificio in fiamme, di conoscere qualcuno tra i morti o tra i sopravvissuti, di aver letto le dichiarazioni dei funzionari di governo che esultavano. Poi immaginate che arrivino le forze armate — perché nel maggio 2014 il governo di Kiev lanciò l’operazione antiterrorismo nel Donbass, con carri armati e aerei, contro le popolazioni insorte. In quel clima, Odessa non fu solo un lutto: fu la prova che il conflitto non aveva via d’uscita politica. Fu l’accelerante che trasformò la protesta civile in guerra aperta. Le milizie del Donbass si formarono anche in risposta a quelle fiamme.
Non significa che chi imbracciò le armi nel Donbass avesse necessariamente ragione, né che l’intervento russo fosse legittimo. Significa che le cause sono più profonde e più antiche di quanto la narrazione semplificata della «aggressione imperiale russa» voglia ammettere. Le guerre non nascono dal nulla: crescono su strati di torti reali e torti percepiti, su umiliazioni non elaborate, su giustizie negate. Odessa è uno di quei strati.
Il peso del nazismo nella memoria russa: qualcosa che gli occidentali faticano a capire
C’è un elemento che separa profondamente la sensibilità russa — e più in generale quella dei popoli dell’ex Unione Sovietica — da quella dell’Europa occidentale, e che è indispensabile capire per leggere con onestà quello che accadde a Odessa e quello che è accaduto dopo. Quell’elemento si chiama Grande Guerra Patriottica, il nome con cui in Russia si designa il conflitto contro la Germania nazista tra il 1941 e il 1945.
L’Unione Sovietica perse in quel conflitto tra venticinque e ventisette milioni di persone. Non è un numero astratto: significa che praticamente ogni famiglia soviética portò a casa un lutto, spesso più di uno. Significa città rase al suolo, intere generazioni di giovani scomparse, villaggi che non tornarono mai a essere quelli di prima. L’Italia perse nella Seconda Guerra Mondiale circa quattrocentomila persone: una tragedia enorme, che tuttora segna la nostra memoria collettiva. Moltiplicate quella cifra per sessanta, e avrete un’idea di quello che il nazismo rappresenta nella coscienza russa. Non un episodio storico da studiare sui libri: una ferita viva, tramandata di nonno in nipote, di madre in figlio. La vittoria sul nazismo è il mito fondante dell’identità russa moderna — l’evento che più di ogni altro ha definito chi siamo, da cosa veniamo, cosa siamo capaci di sopportare e di vincere.
In questo contesto, vedere organizzazioni che si richiamano esplicitamente all’eredità del nazionalismo ucraino collaborazionista — come Pravyi Sektor, o come i battaglioni che portavano simboli delle SS — non è per un russo, o per un ucraino dell’est, semplicemente una questione politica. È qualcosa di viscerale, quasi sacrilego. Come se in Italia si formassero milizie armate che marciassero sotto le insegne delle SS e venissero incorporate nell’esercito regolare: l’orrore che proveremmo non sarebbe solo ideologico, sarebbe fisico, ancestrale.
Questo non significa che la Russia abbia ragione in tutto quello che afferma, né che l’uso di questi simboli in Ucraina fosse né tantomeno sia rappresentativo della maggioranza della popolazione ucraina, che ha una storia antifascista propria, fatta di partigiani e di martiri. Ma significa che liquidare come pura propaganda il richiamo russo al nazifascismo ucraino equivale a non capire — o a non voler capire — cosa quei simboli evocano in una coscienza formata da quel lutto immane.
Cosa va salvato nella posizione russa, e cosa va condannato
Fare i conti con la memoria di Odessa richiede un esercizio difficile: distinguere tra ciò che nella posizione russa ha una base di realtà e ciò che è strumentale distorsione. Non è un esercizio comodo, perché entrambe le cose coesistono, e confonderle — in un senso o nell’altro — è il modo più rapido per smettere di pensare.
Ha una base reale la preoccupazione per le popolazioni russofone dell’Ucraina: i fatti di Odessa lo dimostrano, e le leggi successive — come quella del 2019 che impose l’ucraino come unica lingua nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle attività culturali, cancellando di fatto il russo dallo spazio pubblico — aggravarono quella preoccupazione con misure che diversi osservatori internazionali giudicarono discriminatorie. Ha una base reale la presenza, nelle strutture paramilitari ucraine post-Maidan, di componenti ideologicamente neofasciste che non furono mai seriamente depurate. Ha una base reale il trauma del nazismo come categoria di giudizio politico nell’ex spazio sovietico: non è invenzione di Putin, è storia.
Ha invece il sapore della strumentalizzazione propagandistica l’uso che la Russia ha fatto di questi elementi per costruire una narrazione in cui l’Ucraina intera era un paese nazista da liberare, e la guerra del 2022 una crociata antifascista. Quella narrazione è falsa — l’Ucraina è una democrazia imperfetta, non un regime fascista — ed è stata funzionale a giustificare non la difesa dei russofoni, ma la conquista militare di un paese sovrano. C’è una differenza enorme tra denunciare la presenza di gruppi neofascisti in una struttura statale e usare quella presenza come pretesto per un’invasione su larga scala che ha ucciso decine di migliaia di civili. La prima è legittima; la seconda è crimine.
L’onestà intellettuale chiede di tener ferme entrambe le cose: sì, c’era qualcosa di reale da denunciare; no, quella denuncia non autorizzava quello che è seguìto. Le vittime di Odessa non meritano di essere trasformate in strumento di legittimazione di una guerra che ha prodotto molte più vittime di loro.
Il silenzio che prepara le guerre
Di fronte a tutto questo, i media occidentali abbassarono lo sguardo. Non che non ci fossero notizie — qualcosa fu scritto, qualcosa fu trasmesso — ma il peso attribuito all’episodio fu del tutto sproporzionato alla sua gravità. Quarantotto morti in un rogo politico in Europa: un fatto che, in altre circostanze e con altri protagonisti, avrebbe dominato le prime pagine per settimane. Invece fu archiviato in fretta, derubricato a «incidente», o inserito nella vaga categoria degli «scontri tra opposte fazioni», come se vi fosse una simmetria tra chi ha dato fuoco a un edificio e chi vi è morto dentro.
Questa distorsione non è moralmente neutrale. Ignorare o minimizzare una strage perché si teme che la sua memoria possa avvantaggiare un avversario geopolitico non è giornalismo: è propaganda per sottrazione. E ha un costo enorme. L’opinione pubblica occidentale si è trovata a ragionare sulla guerra in Ucraina iniziata nel 2022 senza strumenti per comprendere la storia che l’aveva preparata. Senza sapere che quella guerra non è caduta dal cielo nell’alba del 24 febbraio, ma ha radici che affondano in anni di violenza, di umiliazioni, di giustizia negata.
Odessa è uno di quei nodi. Non è il solo, e non basta da solo a spiegare tutto. Ma è impossibile capire perché milioni di ucraini dell’est abbiano vissuto il governo post-Maidan come una minaccia esistenziale — e perché quella percezione abbia alimentato prima le insurrezioni nel Donbass, poi i referendum di autodeterminazione, poi la guerra — senza fare i conti con quello che accadde in quella piazza, in quel palazzo, in quel fumo che non si è mai del tutto dissipato.
La giustizia negata
“Dodici anni dopo, le vittime della Casa dei Sindacati non hanno ancora giustizia. Non è una metafora: è un dato processuale.”
I fascicoli sono rimasti aperti, le commissioni si sono succedute, i colpevoli identificati si contano sulle dita di una mano. Il rapporto ONU del 2016 parlava di irregolarità procedurali sistemiche e di una riluttanza a indagare davvero. Da allora, poco o nulla è cambiato.
Hannah Arendt, riflettendo sui crimini del Novecento, osservava che la banalità del male non risiede nella mostruosità degli esecutori, ma nella loro ordinaria disponibilità a non pensare. Il male che si consolida nell’indifferenza, che si perpetua nell’impunità, che si normalizza nel silenzio mediatico, è un male di sistema. Odessa non fu un incidente: fu il punto in cui un sistema che si reggeva sulla violenza e sulla copertura istituzionale mostrò il suo volto. Il fatto che quel volto non sia stato riconosciuto non lo rende meno reale. Lo rende più pericoloso.
Ricordare Odessa oggi non è un gesto nostalgico né un atto di parte. È un esercizio di onestà storica, necessario proprio perché scomodo. Scomodo per chi ha interesse a presentare la guerra in corso come uno scontro tra bene e male assoluti, senza storia e senza sfumature. Scomodo per chi preferisce non sapere cosa si è permesso che accadesse in Europa nell’anno in cui si commemorava il settantesimo anniversario della Liberazione. Scomodo per chi ha scelto, allora come oggi, il silenzio complice al posto della verità difficile.
Le vittime della Casa dei Sindacati di Odessa meritano almeno questo: essere ricordate per quello che erano. Non pedine di una narrativa geopolitica, non simboli da brandire o da nascondere. Persone. Con torto o ragione nelle loro posizioni politiche — come chiunque altro può averlo. Ma nessuna posizione politica giustifica morire bruciati in un palazzo mentre la polizia guarda altrove e la stampa internazionale cambia pagina.
Giustizia e libertà sempre.
