Cooperativa l’Aurora – Borgoforte, 1945

Domenica 10 maggio 2026 si è tenuta a Borgoforte l’Assemblea dei Soci della Cooperativa l’Aurora. All’ordine del giorno il bilancio di esercizio e il rinnovo del Consiglio di Amministrazione. Sono un Socio iscritto negli anni ’70. Specialmente da ragazzo ho frequentato la Cooperativa, era il luogo dove mi trovavo con gli amici, ascoltavo i discorsi dei più anziani,  un posto che ha contribuito a formare il mio carattere.

Un piccolo foglio, una storia grande

Oggi ho ancora, davanti a me, un documento che potrebbe sembrare, a prima vista, un semplice pezzo di carta ingiallita: il certificato azionario della Cooperativa Consumo “L’Aurora” di Borgoforte. Non è una reliquia da museo. È una piccola porta d’ingresso in una storia grande — la storia del movimento cooperativo italiano, una delle creazioni più originali e durature che le classi popolari di questo Paese abbiano saputo costruire con le proprie mani.

Il certificato porta due date: 18 settembre 1945, costituzione della cooperativa; 22 aprile 1947, omologazione da parte del Tribunale di Mantova. Due date che dicono già tutto: questa cooperativa nacque nell’Italia appena uscita dalla guerra, dalla fame, dalla disfatta del fascismo. Nacque come atto di speranza concreta. E il nome “Aurora” — l’alba, il nuovo giorno — non fu scelto per caso.

Questo articolo lo scrivo per ricordare, come omaggio al nuovo Presidente Serafino, lo dedico ai giovani Soci e ai nuovi Consiglieri appena eletti: perché possano comprendere in quale storia si trovano a operare, e con quale peso di significato sulle spalle, anche senza saperlo.

I. Le origini: Rochdale, 1844

Il primo negozio dei disperati

Le cooperative non nacquero nel dopoguerra. Il modello cooperativo moderno viene fatto risalire a Rochdale, una città industriale del Lancashire inglese, nell’anno 1844. Un gruppo di ventotto operai tessili — quasi tutti con le tasche vuote, alcuni analfabeti — aprì uno spaccio comune per acquistare farina, burro, zucchero e farina d’avena a prezzi onesti, senza intermediari che speculassero sulla loro miseria.

La città era soffocata dalla rivoluzione industriale nella sua forma più brutale: orari di quattordici ore, salari da fame, bambini nelle fabbriche, adulti invecchiati a trent’anni. I commercianti adulteravano i generi alimentari — aggiungevano gesso alla farina, sabbia allo zucchero — perché i poveri non potevano permettersi di protestare.

Quei ventotto operai capirono una cosa semplice e rivoluzionaria: insieme si poteva comprare meglio, controllare la qualità, escludere il profitto dell’intermediario. Fondarono la “Rochdale Society of Equitable Pioneers” — la Società dei Pionieri Equi di Rochdale — e stabilirono i principi fondativi che ancora oggi reggono il movimento cooperativo mondiale: un socio, un voto (indipendentemente dalle quote possedute); distribuzione degli utili in proporzione agli acquisti, non al capitale; porta aperta a chiunque voglia aderire; gestione democratica.

“Il principio di Rochdale era semplice: che il lavoratore non dovesse comprare per arricchire altri, ma per arricchire se stesso e i suoi simili.” — G.D.H. Cole, storico del movimento operaio

Da Rochdale l’idea si propagò con la velocità di un incendio in un pagliaio. In pochi decenni raggiunse Francia, Germania, Scandinavia, Italia.

L’Italia: Torino 1854, poi l’esplosione

In Italia la prima cooperativa di consumo viene indicata a Torino nel 1854, fondata su iniziativa dell’Associazione Generale degli Operai. Ma la vera esplosione avvenne negli ultimi tre decenni dell’Ottocento, con la nascita di centinaia di sodalizi: cooperative di consumo, di credito, di lavoro, di produzione, agricole, latterie sociali, cantine cooperative, consorzi.

Il fenomeno non era uniforme. Le cooperative si ramificarono in tre grandi filoni, che esprimevano le diverse culture politiche dell’Italia di fine Ottocento:

Il filone socialista, che fece capo alla Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue (fondata nel 1886), radicato soprattutto nelle campagne padane e in Emilia Romagna, tra braccianti e operai industriali.

Il filone cattolico, che operò attraverso le cooperative bianche ispirate dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) — l’enciclica che riconosceva l’ingiustizia del capitalismo selvaggio e chiamava i cattolici all’impegno sociale — e che diede vita alla Confederazione Cooperative Italiane.

Il filone repubblicano e laico, più minoritario ma presente, radicato in alcune zone dell’Italia centrale.

Nonostante le differenze ideologiche, tutti condividevano la stessa radice: la convinzione che i poveri, unendosi, potessero difendere se stessi.

II. Perché nacquero: le ragioni profonde

La povertà organizzata cerca una risposta

La causa originaria del movimento cooperativo è semplice e potentissima: la povertà organizzata cercò di difendersi organizzandosi.

Operai, braccianti, contadini e piccoli consumatori vivevano in una condizione di doppia debolezza: erano deboli di fronte ai padroni come lavoratori, e deboli di fronte ai commercianti e agli usurai come consumatori. Il mercato li schiacciava da entrambi i lati.

La cooperativa fu la risposta collettiva a questa doppia vulnerabilità. Non era filantropia dall’alto — non era il padrone buono che distribuiva benefici ai propri dipendenti. Era autoorganizzazione dal basso: i poveri che decidevano di smettere di essere soli.

“La cooperazione è la forma economica che corrisponde alla solidarietà. Come la solidarietà è la forma morale del socialismo, la cooperazione ne è la forma economica.” — Filippo Turati, 1901

Il mutuo soccorso: la fraternità come sistema

Prima ancora delle cooperative, nell’Ottocento si erano diffuse le Società di Mutuo Soccorso: associazioni in cui gli operai versavano quote settimanali in un fondo comune, dal quale potevano attingere in caso di malattia, infortunio, morte del capofamiglia. Era la previdenza dei poveri, costruita dai poveri stessi, in assenza di qualsiasi protezione statale.

Il mutuo soccorso non era solo un meccanismo finanziario. Era una pedagogia della solidarietà. Insegnava a pensare in termini collettivi: quello che “today” (oggi) potrebbe capitare al mio vicino, domani può capitare a me. Il fondo non era di nessuno e di tutti insieme. L’assemblea decideva, tutti avevano voce.

Le cooperative di consumo nacquero da questa stessa cultura del noi. Comprare insieme significava riconoscersi come comunità, non come individui in competizione.

Valori che muovevano milioni di persone

Dietro alla nascita delle cooperative c’era un universo di valori che oggi faticano a trovare espressione, ma che allora muovevano milioni di persone:

La fraternità come pratica quotidiana, non come ideale astratto. I soci della cooperativa si conoscevano per nome, si aiutavano nei momenti difficili, si fidavano l’uno dell’altro.

La dignità del lavoro e del lavoratore, contro l’umiliazione di dover elemosinare credito agli usurai o accettare merce adulterata perché non c’era alternativa.

L’educazione come strumento di emancipazione. Molte cooperative avevano biblioteche interne, organizzavano conferenze, sostenevano le scuole serali per gli adulti analfabeti.

La democrazia come pratica concreta. In un’Italia in cui il voto era limitato ai proprietari e agli istruiti, la cooperativa era forse l’unico luogo in cui un bracciante aveva una voce uguale a quella di chiunque altro.

“La cooperativa fu la prima scuola di democrazia che molti italiani abbiano mai frequentato.” — Vera Zamagni, storica dell’economia

III. Il Mantovano: braccianti, lotte, cooperative

Il Mantovano è uno dei territori dove il movimento cooperativo ha avuto la più alta densità e il più profondo radicamento in Italia. Non è un caso: era anche il territorio dove la condizione dei braccianti agricoli era tra le più dure della Pianura Padana.

I braccianti mantovani lavoravano a giornata, senza contratto fisso, esposti alla disoccupazione stagionale, all’arbitrio dei possidenti, alla miseria nei mesi invernali. Le risaie e i campi di mais richiedevano braccia nei mesi caldi; nei mesi freddi, quelle stesse braccia non servivano più.

Le Leghe bracciantili — i sindacati dei lavoratori agricoli — e le cooperative nacquero qui quasi simultaneamente, come due facce della stessa risposta: la Lega difendeva il lavoro, la cooperativa difendeva il consumo e il credito. Insieme costituivano un sistema di protezione popolare che cercava di sottrarre le famiglie contadine alla totale dipendenza dai padroni.

Borgoforte faceva parte di questo mondo. Il Po vicino, le campagne estese, i braccianti, le lotte di fine Ottocento e del primo Novecento. La Cooperativa “L’Aurora”, nata il 18 settembre 1945, si inseriva in questa tradizione lunga mezzo secolo — anche se era nata subito dopo la guerra, portava con sé la memoria di tutto quello che era venuto prima.

“Nel Mantovano la cooperazione non fu un ornamento della lotta di classe: ne fu la struttura portante.” — da “Storia della cooperazione mantovana dall’Unità al fascismo”

IV. Il fascismo e la distruzione delle cooperative

Perché il fascismo le odiava

Il movimento cooperativo fu uno dei bersagli privilegiati del fascismo nascente. Le squadre d’azione tra il 1920 e il 1922 distrussero cooperative, bruciarono le Camere del lavoro, picchiarono e assassinarono dirigenti sindacali e cooperatori. Non era furia cieca: era una scelta precisa.

La cooperativa era insopportabile per il fascismo per ragioni profonde, non occasionali:

Era un corpo autonomo. In un progetto politico che voleva controllare ogni aspetto della vita sociale — partiti, sindacati, associazioni, stampa — la cooperativa era un’isola di autogestione che sfuggiva al controllo.

Era una scuola di democrazia. L’assemblea dei soci, il voto, la discussione libera: tutto ciò che il fascismo voleva sopprimere nella vita pubblica continuava a sopravvivere nella vita cooperativa.

Era espressione organizzata della classe operaia e contadina. Il fascismo cercava la collaborazione tra le classi sotto la guida dello Stato; la cooperativa era invece l’affermazione che i lavoratori potevano fare da soli, senza i padroni.

Era legata ai partiti e ai sindacati che il fascismo voleva distruggere: il Partito Socialista, la CGIL, le Leghe bracciantili.

“Le cooperative sono il socialismo applicato. Per questo il fascismo le odia: non perché siano pericolose, ma perché dimostrano che un altro mondo è possibile.” — da un volantino socialista del 1921

La sorte sotto il regime

Dopo la presa del potere, Mussolini non si limitò alla violenza fisica. Procedette sistematicamente a svuotare le cooperative della loro autonomia. La Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue fu sciolta nel 1925. Le cooperative che sopravvissero furono sottoposte a commissari governativi, obbligate ad aderire all’Ente Nazionale della Cooperazione fascista — una struttura corporativa che portava il nome di cooperazione ma ne aveva cancellato l’anima democratica.

Molte cooperative cessarono semplicemente di esistere. Altre sopravvissero come gusci vuoti. Alcune, nelle campagne, mantennero una parvenza di vita autonoma grazie alla resilienza dei loro soci.

Quando il fascismo cadde nel 1943, e poi definitivamente nel 1945, la ricostituzione delle cooperative fu uno dei primissimi atti della rinascita civile. “L’Aurora” di Borgoforte nacque il 18 settembre 1945: la guerra era finita da appena quattro mesi.

V. Il dopoguerra: la seconda nascita

Il 1945 fu un anno di rinascita straordinaria per il movimento cooperativo italiano. In tutta la Penisola, ma soprattutto nelle regioni dove il radicamento era stato più forte — Emilia, Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto — le cooperative ricominciarono a nascere o a ricostituirsi con una velocità sorprendente.

Perché? Perché erano ancora necessarie. L’Italia del 1945 era un Paese devastato: le città bombardate, le campagne impoverite, le famiglie divise, i mercati in crisi, i prezzi alle stelle. I soci che si riunivano a fondare una cooperativa di consumo non stavano costruendo un’utopia: stavano cercando di sopravvivere con dignità.

Ma c’era anche qualcosa di più: la consapevolezza che il fascismo aveva potuto distruggere le loro organizzazioni, ma non aveva potuto distruggere il bisogno che le aveva generate. Anzi, aveva dimostrato, a chi non lo sapesse già, che quelle organizzazioni erano necessarie, preziose, da difendere.

Nel Mantovano, come in tutta la Pianura Padana, le cooperative di consumo avevano spesso la forma concreta di un luogo fisico: uno spaccio alimentare, un bar, un locale di ritrovo. Non era solo un esercizio pubblico: era un punto di aggregazione, un luogo dove ci si sedeva, si beveva un caffè, si parlava delle cose del mondo, ci si riconosceva come comunità. C’era fraternità.

La Cooperativa “L’Aurora” di Borgoforte era esattamente questo. Il nome lo dice: l’alba. Un nuovo inizio, dopo vent’anni di notte fascista e cinque anni di guerra.

VI. Un fenomeno mondiale

È importante sottolinearlo: il cooperativismo non è un fenomeno solo italiano. È uno dei grandi movimenti sociali dell’età contemporanea, diffuso in ogni angolo del pianeta.

In Scandinavia le cooperative agricole e di consumo costruirono, già tra fine Ottocento e primo Novecento, sistemi di welfare che anticiparono lo Stato sociale.

In Francia il pensiero di Charles Gide e dell'”école de Nîmes” elaborò una vera filosofia cooperativa: l’idea che la cooperazione potesse gradualmente trasformare l’economia di mercato dall’interno, sostituendo il profitto con la mutualità.

In Germania le cooperative di credito di Friedrich Wilhelm Raiffeisen diedero ai contadini poveri accesso al prestito senza dover ricorrere agli usurai. Oggi il sistema Raiffeisen è ancora presente in molti Paesi europei.

Nel mondo anglofono, la cooperazione aveva radici profonde: dal movimento dei Rochdale Pioneers alle cooperative di consumo canadesi, fino alle cooperative agricole americane che aiutarono i farmers della Grande Depressione.

Il movimento internazionale si dotò di una struttura unitaria — l’Alleanza Cooperativa Internazionale, fondata nel 1895 — che ancora oggi rappresenta miliardi di persone in tutto il mondo.

“Le cooperative esistono in quasi tutti i Paesi del mondo e in quasi tutti i settori dell’economia. Rappresentano un modello alternativo di impresa, che mette le persone prima del profitto.” — Alleanza Cooperativa Internazionale

VII. Il declino: cosa successe

Il grande movimento cooperativo italiano, che aveva raggiunto il suo apice negli anni Cinquanta e Sessanta, conobbe un lento declino a partire dagli anni Settanta e Ottanta. Le ragioni sono molteplici e intrecciate.

La grande distribuzione organizzata — i supermercati, poi gli ipermercati, infine i centri commerciali — offriva prezzi più bassi grazie alle economie di scala, e la convenienza economica era difficile da battere per le piccole cooperative di consumo locali.

Il benessere crescente degli anni del boom economico aveva, paradossalmente, indebolito la spinta solidaristica. La povertà collettiva aveva generato la cooperazione; la relativa prosperità individuale rendeva meno urgente l’unione.

La mobilità sociale e geografica del miracolo economico aveva sradicato comunità radicate da generazioni: i figli dei braccianti andarono a lavorare in fabbrica, poi in città, poi in appartamenti dove i vicini erano sconosciuti. Il tessuto comunitario che aveva sostenuto la cooperativa si era assottigliato.

La televisione e poi la società dei consumi avevano trasformato l’individuo da membro di una comunità in consumatore: e il consumatore vuole scegliere da solo, non comprare con gli altri.

Infine, alcune grandi cooperative si erano trasformate in imprese di dimensioni enormi, perdendo il contatto con la loro base sociale e diventando indistinguibili, nella pratica quotidiana, da qualsiasi altra grande azienda.

Le cooperative più piccole — come “L’Aurora” di Borgoforte — non scomparvero tutte, ma molte persero la funzione sociale originaria, ridotte a semplici esercizi commerciali o circoli ricreativi senza più la carica trasformativa delle origini. A Borgoforte i Soci non mollarono mai.

VIII. Oggi: hanno ancora senso?

La domanda che dobbiamo farci

La domanda non è retorica. In un’epoca di piattaforme digitali, di Amazon e Glovo e Deliveroo, di supermercati aperti ventiquattr’ore su ventiquattro, ha ancora senso una cooperativa di consumo?

La risposta è sì — ma a una condizione: che la cooperativa resti fedele alla propria radice. Non alla forma (il negozio, il bar, il certificato azionario) ma al principio: la persona prima del profitto, la comunità prima dell’individuo, la democrazia economica come pratica quotidiana.

Le sfide del presente che rendono la cooperazione di nuovo necessaria

Guardiamo al mondo di oggi: la precarietà del lavoro, che ha ricreato per molti giovani condizioni di incertezza simili a quelle che avevano spinto i lavoratori dell’Ottocento a unirsi. La speculazione sui prezzi degli affitti, che rende insostenibile la vita nelle città. La desertificazione commerciale dei paesi, dove i negozi chiudono uno dopo l’altro e resta solo la grande distribuzione lontana. L’isolamento sociale, l’indebolimento dei legami comunitari, la solitudine come fenomeno di massa.

Di fronte a questi fenomeni, il principio cooperativo — unirsi per difendersi, comprare insieme, lavorare insieme, abitare insieme — non è una nostalgica reminiscenza del passato. È una risposta attuale.

Esistono nel mondo contemporaneo esempi potenti: le cooperative di abitazione che permettono a giovani coppie di accedere alla casa senza speculatori; le cooperative di lavoro nel settore digitale che distribuiscono equamente i proventi tra chi produce; le cooperative agricole di filiera corta che mettono in contatto diretto il produttore e il consumatore; le banche cooperative che danno credito ai piccoli imprenditori che le banche commerciali non servono.

“La cooperazione non è una forma antica di economia. È una forma necessaria di umanità.” — Stefano Zamagni, economista

Il compito dei nuovi Consiglieri

A voi specialmente, Consiglieri appena eletti, nuovi Soci, questo articolo vuole dire una cosa semplice: non siete i gestori di un esercizio commerciale. Siete i custodi di una tradizione che ha una storia, un significato, una dignità.

Il certificato azionario da 500 lire che conservo gelosamente, non è un’azione speculativa. Era una promessa: promessa di stare insieme, di aiutarsi, di costruire qualcosa che appartenesse a tutti.

Quella promessa non ha una data di scadenza.

Il compito che avete di fronte non è solo amministrativo. È anche culturale: far capire ai soci, vecchi e nuovi, che appartengono a una storia più grande di loro. È politico, nel senso più nobile del termine: significa prendere decisioni insieme, dare a ciascuno voce uguale, costruire un pezzo di democrazia concreta nella vita quotidiana.

E forse, col tempo, è anche trasformativo: immaginare come una piccola cooperativa di paese possa rispondere ai bisogni reali di oggi — la socialità, la solidarietà, la dignità nell’acquisto e nel consumo — con la stessa creatività con cui i fondatori del 1945 risposero ai bisogni del loro tempo.

Conclusione: l’alba non è tramontata

Il 18 settembre 1945, in un paese ancora ferito dalla guerra, un gruppo di donne e uomini di Borgoforte si riunì davanti al notaio Vasco Carbonieri e fondò la Cooperativa Consumo “L’Aurora”.

Non avevano capitali. Avevano qualcosa di più prezioso: la fiducia reciproca, il desiderio di stare insieme, la convinzione che da soli si fosse più deboli e insieme più forti.

Chiamarono la loro cooperativa “L’Aurora” perché quella era la stagione delle aurore: tutto stava ricominciando, e si poteva scegliere di ricominciare bene, come persone libere che decidono insieme il proprio destino.

Ottant’anni sono passati. Il mondo è cambiato in modi che quei fondatori non avrebbero potuto immaginare. Eppure il bisogno che ha generato la cooperativa — il bisogno di non essere soli, di costruire qualcosa insieme, di mettere la persona prima del profitto — non è scomparso.

Custodire “L’Aurora” significa custodire un pezzo di quella storia. Significa dire ai giovani che c’è un modo di stare nel mondo che non si chiama competizione, ma solidarietà. Che non si chiama profitto, ma mutualità. Che non si chiama consumatore, ma socio.

L’alba non è tramontata. Dipende da noi farla durare.

Come ricordo la Cooperativa

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