Non verbum e verbo

Nota di cortesia: consiglio di accedere a questo testo dopo aver letto l’articolo “L’uomo che tradusse Dio”, precedentemente pubblicato.

Il titolo non spaventi. È il principio di Cicerone che fonda la tradizione occidentale della traduzione libera: non parola per parola (traduzione di non verbum e verbo).

Ogni volta che leggiamo la Bibbia in italiano, in francese, in inglese o in qualsiasi altra lingua moderna, stiamo leggendo il risultato di una catena di scelte. Scelte di parole, di toni, di immagini, di equivalenze impossibili. E quella catena comincia, per l’Occidente cristiano, da un uomo solo nella sua cella a Betlemme, nel IV secolo, con davanti il testo ebraico, un lume di candela, e la consapevolezza — chiarissima, quasi dolorosa — che nessuna traduzione è mai innocente.

Girolamo di Stridone non fu soltanto il traduttore della Vulgata, la Bibbia latina che governò la cultura europea per oltre mille anni. Fu anche il primo grande teorico della traduzione dell’Occidente: l’uomo che pose per iscritto, con una lucidità ancora stupefacente, le domande fondamentali di cui ancora oggi ci occupiamo. Cosa significa tradurre davvero? Quando una traduzione è fedele? È possibile trasportare un testo da una lingua all’altra senza ucciderne il senso più profondo?

Queste domande non appartengono solo agli specialisti. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dei traduttori automatici, di Google Translate e di ChatGPT, le risposte di Girolamo ci riguardano direttamente — e più di quanto potremmo aspettarci da un monaco del IV secolo.

1. Il paradosso del traduttore: tradire o servire?

La parola traduttore porta dentro di sé, in italiano come in molte altre lingue romanze, una radice inquieta: tradere, in latino, significa sia trasmettere sia tradire. Il traduttore è colui che consegna un messaggio attraverso i confini della lingua — ma nel farlo, inevitabilmente, qualcosa si perde, si deforma, si sposta. Il traduttore è sempre, in qualche misura, un traditore.

Girolamo conosceva bene questo paradosso. Lo aveva vissuto sulla propria pelle, accusato di volta in volta di troppa libertà e di eccessiva fedeltà, di tradire il testo greco e di tradire il senso ebraico, di scrivere un latino troppo classico o troppo volgare. Le polemiche lo inseguirono per tutta la vita.

Ma fu proprio da una di queste polemiche che nacque il documento più importante della storia della traduzione occidentale: l’Epistola LVII, scritta intorno al 395 d.C. e indirizzata al suo amico Pammachio — un senatore romano convertito al cristianesimo —, che gli aveva chiesto di difendersi dall’accusa di aver tradotto troppo liberamente una lettera del Papa Epifanio di Salamina. Girolamo non si difende soltanto: attacca, argomenta, teorizza.

2. La formula: sensum de sensu

È in questa lettera che Girolamo scrive la frase destinata a diventare il fondamento di ogni riflessione occidentale sulla traduzione:

“Ego enim non solum fateor, sed libera voce profiteor me in interpretatione Graecorum, absque scripturis sanctis ubi et verborum ordo mysterium est, non verbum e verbo, sed sensum exprimere de sensu.” — Epistola LVII a Pammachio

Il senso è: «Io non solo lo ammetto, ma lo dichiaro a voce alta: nel tradurre dai Greci — ad eccezione delle Sacre Scritture, dove anche l’ordine delle parole è un mistero — io non rendo parola per parola, ma senso per senso.» In italiano la formula si è condensata nel celebre: non verbum e verbo, sed sensum de sensu.

Questa frase viene spesso banalizzata. Si dice: Girolamo era per la traduzione libera. Non è esatto — ed è anzi il contrario di ciò che lui intendeva. Vale la pena fermarsi sulla sottigliezza del suo pensiero, perché è proprio lì che risiede la sua modernità.

Girolamo non difende l’arbitrio del traduttore. Non dice: puoi fare come vuoi. Dice qualcosa di molto più preciso: il traduttore deve essere fedele al pensiero, non alle singole parole. Fedeltà vera non è fedeltà meccanica. Anzi: la traduzione meccanica, quella che trasporta ogni vocabolo nell’equivalente lessicale più prossimo, rischia di essere più infedele della traduzione libera — perché sacrifica il senso sull’altare della forma.

3. Perché le parole non bastano: l’esempio di caro

Un esempio concreto aiuta a capire quello che Girolamo intende — e che è ancora oggi il dilemma quotidiano di ogni traduttore.

Prendiamo una frase evangelica celeberrima, in latino: Spiritus quidem promptus est, caro autem infirma. Traduzione letterale: “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. La frase è corretta. Ma cosa significa davvero caro nel latino biblico?

Il termine non indica semplicemente il corpo fisico, la materia biologica. Nel vocabolario teologico ereditato dall’ebraico e dal greco neotestamentario, caro significa la condizione umana nella sua fragilità: la debolezza morale, la tendenza al cedimento, la limitatezza creaturale dell’essere umano di fronte a Dio. È un termine carico di storia, di filosofia, di simbolo.

Un traduttore strettamente letterale scrive “carne” — e il lettore moderno capisce muscoli e ossa. Un traduttore attento al senso potrebbe scrivere: “L’animo è pronto, ma l’uomo è fragile”. Si perde la parola carne, ma si recupera parte del significato profondo. Quale delle due scelte è più fedele? Dipende dal testo, dal pubblico, dallo scopo. Non esiste una risposta unica. Ed è esattamente questo che Girolamo aveva capito.

4. Il caso ‘almah: quando il traduttore entra nella storia

C’è però un caso che mostra quanto le scelte del traduttore possano avere conseguenze che vanno ben oltre la linguistica. È il caso della parola ebraica ‘almah, che compare nel libro di Isaia (7,14) in un verso destinato a diventare uno dei più controversi dell’intera Bibbia.

‘Almah in ebraico significa genericamente giovane donna — una ragazza in età da marito, non necessariamente vergine in senso tecnico. Il termine ebraico per vergine nel senso stretto è un altro: betulah. Ma la traduzione greca della Bibbia nota come Settanta — la versione realizzata da studiosi ebrei d’Alessandria tra il III e il I secolo a.C. e poi adottata dai cristiani —, aveva reso ‘almah con parthénos, che in greco significa vergine nel senso pieno del termine.

Questa scelta aveva conseguenze teologiche enormi: il versetto di Isaia veniva letto dai cristiani come profezia della nascita verginale di Gesù. Girolamo conosceva perfettamente il problema. Studiava l’ebraico con maestri ebrei, sapeva che ‘almah non equivale esattamente a parthénos. Eppure nella Vulgata mantenne la traduzione come virgo — vergine — perché la tradizione cristiana ormai si era costruita intorno a quella parola.

Non era una scelta linguistica: era una scelta culturale, teologica, politica. Il traduttore non era più un tecnico neutrale: era diventato un protagonista della storia delle idee. E Girolamo ne era consapevole, forse più di chiunque altro al suo tempo.

5. Il metodo variabile: non tutti i testi si traducono allo stesso modo

Uno degli aspetti più moderni del pensiero di Girolamo è la sua consapevolezza che non esiste un metodo di traduzione valido per tutti i testi. Il metodo deve cambiare a seconda di ciò che si traduce.

Per i testi profani — discorsi, lettere, opere filosofiche — Girolamo segue con relativa libertà il principio sensum de sensu: trasporta il pensiero, non la forma. Cita in suo favore l’autorità dei grandi latini: Cicerone, che aveva tradotto i filosofi greci con la stessa libertà, e Orazio, che nell’Ars Poetica aveva esplicitamente avvertito il poeta di non essere fidus interpres — traduttore servile — del testo di partenza.

Ma per le Sacre Scritture il discorso cambia radicalmente. Girolamo scrive che nella Bibbia persino l’ordine delle parole può contenere un mysterium — un significato teologico nascosto. Qui la libertà del traduttore si restringe: ogni scelta è gravida di conseguenze che vanno oltre il testo, dentro la fede, dentro la storia della salvezza come la intendeva il cristianesimo antico.

Questa distinzione è straordinariamente lucida. Un poema non si traduce come un codice legale. Una preghiera non si traduce come una lettera commerciale. Un testo sacro non si traduce come un trattato di filosofia. Ogni genere testuale ha le proprie esigenze, il proprio statuto, la propria relazione con il lettore.

La traduttologia contemporanea — la disciplina accademica che studia teoria e storia della traduzione, sviluppata nel Novecento soprattutto da studiosi come Eugene Nida, George Steiner e Antoine Berman — è arrivata alle stesse conclusioni con strumenti molto più sofisticati. Ma il punto di partenza, per l’Occidente, è sempre lì: l’Epistola LVII di un monaco di Betlemme del IV secolo.

6. Il traduttore come interprete vivo

In un passaggio particolarmente vivace dell’Epistola LVII, Girolamo attacca con il suo consueto sarcasmo coloro che controllano ogni sillaba del traduttore come fossero notai alla verifica di un contratto. Chi traduce parola per parola senza capire il testo non è un traduttore: è un copista morto. E un copista morto non serve né al testo né al lettore.

“Se traduco parola per parola, il risultato suona assurdo. Se per necessità cambio qualcosa nell’ordine o nelle parole, sembrerò aver abbandonato il dovere del traduttore.” — Epistola LVII

È il dilemma classico: qualunque cosa faccia, il traduttore sbaglia. Se è fedele alla forma, tradisce il senso. Se è fedele al senso, tradisce la forma. Non c’è via d’uscita — solo la consapevolezza del problema e il tentativo, sempre imperfetto, di trovare un equilibrio.

Ma Girolamo non si arrende al relativismo. Il traduttore non può fare quello che vuole: deve conoscere profondamente il testo di partenza, le sue strutture grammaticali, il suo contesto storico e culturale, le sue sfumature. Per questo studia l’ebraico con maestri ebrei, il greco con i migliori commentatori, la retorica latina con attenzione maniacale. La libertà del traduttore nasce dalla competenza, non dall’ignoranza.

7. Non si traducono parole: si traducono civiltà

C’è una frase che riassume meglio di ogni altra il contributo di Girolamo alla teoria della traduzione, anche se non è una sua citazione diretta: non si traducono parole, si traducono civiltà.

Ogni lingua porta dentro di sé una visione del mondo. Porta un ritmo, immagini sedimentate nei secoli, costruzioni grammaticali che non sono mai neutrali, sfumature culturali che non hanno equivalenti in nessun’altra lingua. Quando si traduce, si mettono in contatto due mondi — e quei mondi resistono, si scontrano, producono attriti.

Girolamo lo sapeva perché lo viveva. Era simultaneamente dentro il mondo latino, il mondo greco, il mondo ebraico e il mondo della teologia cristiana emergente. Quattro universi linguistici e culturali diversi, spesso in tensione tra loro. Ogni sua scelta di traduzione era anche una scelta culturale — e lo sapeva.

È per questo che la Vulgata non è soltanto un testo religioso. È un documento di mediazione culturale, un tentativo — riuscito in misura straordinaria — di costruire un ponte tra il mondo semitico della Bibbia e il mondo latino-romano in cui il cristianesimo stava mettendo radici. Teologia, diritto, arte, liturgia, filosofia medievale: tutto passerà per le parole scelte da Girolamo. L’Europa latina ha pensato Dio anche attraverso il suo latino.

8. Girolamo e l’intelligenza artificiale: una domanda per oggi

Nell’epoca dei traduttori automatici, dell’intelligenza artificiale, di sistemi capaci di produrre in pochi secondi versioni di un testo in cinquanta lingue diverse, le riflessioni di Girolamo non sono storia antica. Sono una domanda aperta.

I sistemi di traduzione automatica — da Google Translate ai modelli linguistici più sofisticati — lavorano su pattern statistici: analizzano enormi quantità di testi tradotti dagli esseri umani e imparano a prevedere quale parola o struttura è più probabile in un contesto dato. Sono straordinariamente efficaci per molti scopi pratici. Ma hanno un limite strutturale che Girolamo avrebbe riconosciuto immediatamente: non capiscono il testo. Lo processano.

Non sanno cosa significa caro nel vocabolario teologico latino. Non sanno che ‘almah ebraico e parthénos greco non sono sinonimi esatti. Non percepiscono la differenza tra un poema, una preghiera e un contratto. Non avvertono il peso culturale di una singola parola scelta in un momento storico preciso.

Girolamo ci ricorda che la lingua non è un codice matematico. È storia stratificata, memoria collettiva, simbolo vivo. Ogni parola vive dentro un popolo, dentro immagini e emozioni che nessun algoritmo — per ora — è capace di abitare. Tradurre  significa entrare nel pensiero dell’altro senza cancellarlo e senza tradirlo. E questo richiede qualcosa che le macchine non hanno ancora: comprensione.

Non è un argomento contro la tecnologia: i traduttori automatici sono strumenti utili e lo saranno sempre di più. È un argomento per la consapevolezza: sapere cosa una macchina fa e cosa non fa, sapere dove finisce il codice e comincia il senso.

9. L’eredità: dai monaci medievali alle università di oggi

L’influenza di Girolamo sulla storia della traduzione è difficile da esagerare. La sua distinzione tra traduzione ad verbum — parola per parola — e traduzione ad sensum — secondo il senso — attraversa tutta la cultura medievale e moderna.

Nel Medioevo, i traduttori arabi e latini che resero accessibile al mondo cristiano la filosofia di Aristotele — attraverso la Scuola di Toledo, nel XII secolo, dove ebrei, arabi e cristiani collaboravano alla traduzione dei testi greci e arabi — avevano ben presente il problema geronimiano: come trasportare concetti filosofici greci in una lingua diversa senza deformarli? Come tradurre psuchḗ — anima in greco, con tutte le sue sfumature aristoteliche — in anima latina, o in nafs arabo?

Nel Rinascimento, i grandi umanisti — da Leonardo Bruni a Erasmo da Rotterdam — tornarono esplicitamente a Girolamo per fondare le proprie teorie della traduzione. Erasmo, che produsse un’edizione critica del Nuovo Testamento greco e polemizzò con la Vulgata su alcune scelte lessicali, si misurò apertamente con l’eredità geronimiana.

Oggi, nei corsi universitari di traduttologia — la disciplina che studia scientificamente la traduzione, sviluppatasi come campo autonomo soprattutto nella seconda metà del Novecento —, l’Epistola LVII è ancora un testo di riferimento. È citata in opere fondamentali come After Babel di George Steiner (1975), considerata la grande sintesi moderna sulla traduzione come fenomeno umano. È discussa nei manuali di Eugene Nida, il linguista americano che sviluppò la teoria dell’equivalenza dinamica — cioè la ricerca di un effetto equivalente nel lettore della traduzione rispetto al lettore dell’originale — lavorando per la traduzione biblica nel Novecento.

Un monaco del IV secolo, in una cella a Betlemme, aveva già posto le domande giuste.

Nota finale: il peso di una parola

C’è un’immagine che Girolamo usa nell’Epistola LVII e che vale la pena conservare. Descrive il traduttore servile — quello che trasporta meccanicamente le parole senza capirle — come chi controlla un testo «come un notaio controlla un contratto»: ogni sillaba al suo posto, ogni virgola verificata, e tuttavia il senso evaporato.

Il vero traduttore, per Girolamo, è invece qualcuno che entra nel testo, lo abita, ne comprende il respiro profondo — e poi lo ricostruisce in un’altra lingua con la stessa vita, lo stesso peso, la stessa forza. Non è un’operazione meccanica. È un atto di comprensione e di responsabilità.

In un’epoca in cui le parole vengono prodotte in quantità industriale, condivise a velocità istantanea, consumate e dimenticate nel giro di ore, questa idea ha qualcosa di rivoluzionario. Le parole non sono equivalenti. Non si scambiano come monete. Portano storia, portano mondo, portano il pensiero di chi le ha dette per la prima volta in una lingua che noi non parliamo più.

Girolamo lo sapeva. E per questo, ancora oggi, chiunque prenda in mano una Bibbia — in qualsiasi lingua — porta con sé, senza saperlo, il peso di quelle scelte fatte nella notte di Betlemme, tremila chilometri lontano, sedici secoli fa. Il peso di una parola scelta invece di un’altra. Il peso della traduzione, che è sempre anche responsabilità.

Bonum faciens, nihil quaerens

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