Pepe Mujica, non solo un ricordo

13 maggio 2026

L’anniversario della morte di José “Pepe” Mujica – il 13 maggio 2025 – è un filo rosso che ci riconcilia con la politica. Ce ne fa cogliere il senso ultimo e il fascino perché “la politica – diceva – non è una professione, è una passione. Un modo per servire, non per servirsi”. E mai come in questa fredda stagione di calcoli e geostrategie, in cui la guerra è tornata a essere via legittimata e percorribile e la corruzione pratica diffusa e tollerata, la voce di chi ha pagato con dodici anni di carcere duro e di torture assume il valore di una reliquia. È una testimonianza che parla al cuore e nello stesso tempo dà respiro alla mente.

Dalle radici alla guerriglia

José Alberto Mujica Cordano nacque a Montevideo il 20 maggio 1935 da una famiglia di origini basche e italiane, umile e laboriosa. Il padre, agricoltore, morì quando Pepe aveva cinque anni. La madre, Lucy Cordano, tirò avanti la famiglia coltivando un piccolo appezzamento di terra alla periferia della capitale. Fu lì, tra zolle e fatica quotidiana, che il giovane Pepe imparò il valore del lavoro manuale e maturò una sensibilità profonda per le classi più povere. Lettore vorace di storia, biologia e letteratura, si formò umanisticamente al di fuori delle aule universitarie. A quattordici anni cominciò a militare in gruppuscoli anarchici, poi si avvicinò al Partido Nacional, ma la crisi sociale degli anni Sessanta – inflazione, repressione, disuguaglianze crescenti – lo spinse verso posizioni sempre più radicali.

Negli anni Sessanta, la rivoluzione cubana aveva acceso la fantasia di un’intera generazione latinoamericana. In questo contesto nacque il Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros (MLN-T), guerriglia urbana che Mujica contribuì a formare e che scelse come strumento di resistenza contro una dittatura che si avvicinava. La scelta fu pagata a carissimo prezzo: catturato più volte, ferito in conflitti a fuoco, evaso due volte dal carcere, fu definitivamente arrestato nel 1972. Seguirono quasi tredici anni di detenzione in condizioni disumane – cella d’isolamento, senza processo regolare, con periodi di buio, silenzio forzato e umiliazioni sistematiche. Per non perdere la ragione imparò a convivere con rane e topi, domesticandoli nella sua cella. “Il carcere mi ha insegnato che la libertà interiore non la possono togliere”, avrebbe detto anni dopo.

Il ritorno alla democrazia e la via parlamentare

Con il ritorno della democrazia in Uruguay, nel 1985 Mujica fu liberato per amnistia. Non cercò vendetta né rivincita. Scelse la strada della politica democratica, convinto che le battaglie di giustizia potessero – e dovessero – essere combattute dentro le istituzioni. Insieme ad altri ex guerriglieri e militanti di sinistra fondò il Movimiento de Participación Popular (MPP), confluito nel Frente Amplio, la grande coalizione progressista uruguayana. Eletto deputato nel 1994 e senatore nel 1999, Mujica si impose all’attenzione pubblica per il linguaggio diretto, spesso ruvido, per il rifiuto delle etichette e dei protocolli, e per una coerenza di vita che raramente si incontra tra i professionisti della politica. Dal 2005 al 2008 fu ministro dell’Agricoltura nel primo governo Tabaré Vázquez, riuscendo a far crescere le esportazioni di carne e a ridurre i prezzi dei tagli più popolari – una misura che il popolo uruguayano battezzò affettuosamente “l’asado del Pepe”.

La presidenza: riforme e sobrietà come esempio

Il 1° marzo 2010, a settantaquattro anni, Pepe Mujica assunse la presidenza dell’Uruguay come candidato del Frente Amplio, diventando il presidente più anziano e il più votato nella storia del paese. La sua prima scelta simbolica fu rifiutarsi di abitare nel palazzo presidenziale per restare fedele alla sua chacra di campagna alla periferia di Montevideo, dove continuò a coltivare la terra e a guidare il vecchio Maggiolino Volkswagen del 1987. Donava circa il novanta per cento del proprio stipendio a fondi sociali per l’edilizia popolare, intascando una cifra paragonabile allo stipendio medio di un lavoratore uruguayano. Non era il vezzo anticonformista di un presidente controcorrente, ma la scelta coerente di chi ha sempre creduto che la politica è stare con la gente per capirne le fatiche quotidiane.

Durante il suo mandato l’Uruguay divenne un laboratorio di riforme progressive senza precedenti in America Latina: fu approvata la legalizzazione del matrimonio egualitario (2013), la depenalizzazione dell’aborto, e soprattutto la legalizzazione della produzione e vendita della cannabis – misura pensata non come liberalizzazione fine a sé stessa, ma come strumento per sottrarre il mercato al narcotraffico e affrontare il consumo come questione di salute pubblica. Sul fronte sociale, il tasso di povertà scese dal quaranta all’undici per cento, il salario minimo aumentò del duecentocinquanta per cento, la spesa sociale passò al settantacinque per cento del bilancio pubblico. L’Uruguay fu riconosciuto dalla Confederazione sindacale internazionale come il paese più avanzato delle Americhe per il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro.

Il pensiero: contro il consumismo, per la libertà interiore

Ma Mujica non è stato solo un amministratore efficace: è stato un filosofo della politica vissuta. La sua lotta contro il consumismo era politica nel senso più profondo del termine: “Non possiamo continuare a essere governati dal mercato”, ripeteva. “Dobbiamo governare il mercato.” Distingueva con cura tra sobrietà e austerità – “termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro”. La sobrietà per lui era una scelta di libertà: chi si carica di troppe cose è schiavo di esse, costretto a lavorare senza sosta per mantenerle. “I poveri sono coloro che hanno bisogno di molto per vivere”, amava ripetere. E ancora: “Quando compri qualcosa, non la paghi con denaro, la paghi con il tempo della tua vita che hai speso per guadagnare quel denaro.”

Il suo discorso più celebre resta quello pronunciato alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile di Rio de Janeiro nel 2012, davanti ai grandi della terra: “Tornate a casa e chiedetevi per quante ore lavorate per mantenere il vostro stile di vita, e se quel modo di vivere vi rende abbastanza felici da giustificare tanta fatica.” La platea rimase in silenzio. Era la voce di un uomo che non aveva nulla da perdere, perché non si era mai lasciato tentare dall’avere.

L’eredità di un guerriero in pace

Nel 2020 si ritirò dalla vita politica. Negli ultimi anni continuò a coltivare la sua chacra, a ricevere amici e militanti, a parlare. Quando nell’aprile del 2024 annunciò che il tumore all’esofago si era esteso al fegato e che non avrebbe accettato altri trattamenti, lo fece con la stessa semplicità con cui aveva vissuto: “Mi sto morendo e il guerriero ha diritto al suo riposo.” Morì il 13 maggio 2025, a Montevideo, sette giorni prima di compiere novant’anni. Il feretro fu accompagnato per le strade della capitale da una folla silenziosa e commossa, scandendo: “Pepe querido, el pueblo está contigo.”

Un appello che oggi, davanti alla militarizzazione dell’economia e alla guerra tornata a essere pratica tollerata e persino glorificata, sembra un grido disperato e lontano. Eppure abbiamo bisogno proprio di quel grido per ritornare a rimettere la politica e la sua pratica sulla strada maestra della vita. La voce di Pepe non è un’elegia del passato: è una bussola per il tempo che viene. Per chi non lo conosce, per i giovani che si affacciano su un mondo sempre più disorientante, il suo esempio dice una cosa semplicissima e rivoluzionaria: si può vivere con poco e pensare in grande. Si può fare politica senza corrompersi. Si può resistere senza odiare.

“Me ne vado con la coscienza a posto”, disse negli ultimi giorni. Pochi possono dirlo. E forse è per questo che la sua morte non è una perdita soltanto: è anche un’interrogazione rivolta a ciascuno di noi su come stiamo usando il tempo della nostra vita.

Tutto il tuo popolo, che ti ha amato, nell’ultimo saluto

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