La catastrofe palestinese: origini, storia e memoria di una ferita aperta
15 maggio 2026 — Settantottesimo anniversario
Il 15 maggio di ogni anno, milioni di palestinesi nel mondo si fermano. Non per celebrare, ma per ricordare. Quella data corrisponde al giorno successivo alla proclamazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948: per gli israeliani, il giorno dell’indipendenza; per i palestinesi, il giorno della Nakba — in arabo: la catastrofe. Settantotto anni dopo, il silenzio che avvolse quella parola — a lungo censurata, negata, rimossa dalla storiografia ufficiale — si è incrinato. I documenti parlano. Gli archivi, quando vengono aperti, confermano. E le voci di chi visse quegli eventi, trasmesse di generazione in generazione, attendono ancora giustizia.
Questo articolo non è uno schieramento. È un tentativo di ricostruzione onesta di una vicenda complessa, dolorosa, e ancora apertamente irrisolta. Per comprenderla davvero, occorre non fermarsi al 1948, ma andare alle radici più lontane — al tardo Ottocento europeo, alle promesse contradditorie di un impero in declino, agli interessi delle grandi potenze — e poi seguire il filo fino ai nostri giorni.
I. La Palestina prima della Nakba: una terra abitata
Il primo equivoco da dissolvere è quello più antico e più resistente: l’idea che la Palestina fosse, alla fine dell’Ottocento, una terra vuota o quasi deserta, in attesa di essere redenta. Lo slogan “una terra senza popolo per un popolo senza terra”, attribuito a vari esponenti del movimento sionista europeo, era una finzione politica, non una descrizione geografica.
La Palestina ottomana ospitava, alla fine del XIX secolo, circa mezzo milione di abitanti: in larga maggioranza arabi musulmani, con minoranze cristiane e una piccola comunità ebraica locale — questi ultimi integrati nella vita del paese da secoli. Vi erano città vivaci come Gerusalemme, Giaffa, Haifa, Nablus; villaggi agricoli, mercati, scuole, biblioteche. Una società strutturata, con le sue istituzioni, la sua lingua, le sue tradizioni. I viaggiatori europei dell’epoca la chiamavano Palestina e i suoi abitanti “arabi di Palestina”. Non era una terra vuota. Era una terra abitata.
Il sionismo come risposta all’antisemitismo europeo
Il sionismo — il movimento nazionalista ebraico moderno nato in Europa alla fine dell’Ottocento — nacque da una ferita reale e insopportabile: la persecuzione degli ebrei nel vecchio continente. I pogrom — termine russo per indicare le violenze di massa organizzate contro le comunità ebraiche, specie nell’impero zarista — erano frequenti e sanguinosi. L’antisemitismo non era solo pregiudizio popolare: era politica di stato, cultura dominante, violenza sistematica.
Theodor Herzl, giornalista viennese e fondatore del sionismo politico moderno, era convinto che gli ebrei non avrebbero mai trovato sicurezza e uguaglianza nelle nazioni europee. La soluzione, a suo avviso, era la creazione di uno Stato ebraico. Scrisse nel suo diario, il 12 giugno 1895:
«Quando occuperemo la terra, porteremo benefici immediati. Dobbiamo espropriare con delicatezza la proprietà privata sulle tenute che ci sono state assegnate. Cercheremo di far passare la popolazione senza un soldo oltre il confine.» — Theodor Herzl, Diario, 1895
Quella frase — spesso ignorata nelle celebrazioni del pensiero herzliano — dice tutto. Il progetto sionista non ignorava la presenza araba: la considerava un problema da risolvere. La questione era: come? Con quale forza, con quale diplomazia, con quale violenza?
II. La Dichiarazione Balfour e il tradimento imperiale
Il 2 novembre 1917, Arthur James Balfour, ministro degli esteri britannico, firmò una lettera destinata a Lord Walter Rothschild, rappresentante della comunità ebraica britannica. Quella lettera — passata alla storia come Dichiarazione Balfour — prometteva che il governo di Sua Maestà avrebbe guardato “con favore all’istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”, precisando però che non dovevano essere lesi “i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina”.
La contraddizione era incorporata nel testo fin dall’origine. Come si poteva promettere una patria nazionale a un movimento coloniale-insediativo in un territorio dove la maggioranza della popolazione era araba, senza lederne i diritti? La risposta, nei decenni successivi, fu che non si poteva. La promessa era strutturalmente contraddittoria, e la Gran Bretagna lo sapeva.
Cosa spingeva Londra a quella scelta? Non la simpatia per gli ebrei — l’antisemitismo era diffuso anche nelle élite britanniche. Gli interessi erano strategici: la Palestina controllava le vie di comunicazione con il Canale di Suez, arteria vitale dell’impero che collegava la metropoli (Londra) all’India. Un insediamento ebraico filo-britannico in quella regione sarebbe stato un avamposto fedele in un Medio Oriente arabo e potenzialmente ostile. La Realpolitik — la politica degli interessi reali, cinica e spregiudicata — dettava l’agenda. I palestinesi non erano stati consultati. Non sarebbero mai stati consultati.
Il mandato britannico: due nazionalismi in collisione
Dopo la Prima Guerra Mondiale, la Palestina divenne un mandato britannico sotto la Società delle Nazioni — il precursore dell’ONU. A differenza di altri territori arabi che ottennero progressivamente l’indipendenza, la Palestina rimase intrappolata nella contraddizione balfouriana. L’immigrazione ebraica crebbe rapidamente, soprattutto negli anni Trenta, spinta dall’avanzata del nazismo in Europa.
I palestinesi assistettero a un doppio processo: l’acquisto sistematico delle loro terre da parte di organizzazioni sioniste — spesso facilitato dalle distorsioni del sistema fondiario ottomano, che aveva concentrato la proprietà in poche mani di notabili assenti — e la crescita di una comunità ebraica, lo Yishuv, sempre più organizzata, con proprie istituzioni, proprie milizie, propri sistemi educativi e industriali. Di fronte a questo, la risposta palestinese fu, inevitabilmente, la resistenza.
La Grande Rivolta Araba del 1936-1939 fu il momento più drammatico di quella resistenza. I palestinesi si ribellarono contro il dominio britannico e contro l’espansione sionista. La risposta di Londra fu durissima: bombardamenti, punizioni collettive, arresti di massa. Secondo le stime storiche, circa il 10% della popolazione maschile palestinese fu uccisa, ferita, imprigionata o esiliata. La leadership politica e militare palestinese fu decimata. Questo squilibrio peserà enormemente nel 1947-48: lo Yishuv si presentò alla resa dei conti con istituzioni solide, reti diplomatiche, una forza militare organizzata. I palestinesi ci arrivarono fratturati e senza guida.
III. Il piano ONU del 1947: una spartizione discussa
Nel 1947, esausta dalla Seconda Guerra Mondiale e dall’insurrezione armata dei gruppi sionisti contro il mandato britannico in Palestina — l’attacco all’Hotel King David di Gerusalemme nel 1946, sede del comando britannico, aveva ucciso 91 persone — la Gran Bretagna passò la questione all’ONU.
Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò la Risoluzione 181, il piano di spartizione: il 56% della Palestina andava allo Stato ebraico, il 44% allo Stato arabo, Gerusalemme sarebbe stata internazionalizzata. Per i sionisti fu una legittimazione decisiva. Per i palestinesi e i paesi arabi, fu una decisione percepita come profondamente ingiusta: si assegnava la maggioranza del territorio a una popolazione immigrata, senza consultare la maggioranza indigena.
Occorre notare un dato spesso taciuto: nel 1947, gli ebrei rappresentavano il 33% della popolazione della Palestina mandataria e possedevano circa l’ 6-7% della terra. Il piano ONU assegnava loro il 56% del territorio. Questa asimmetria — giustificata dalla necessità di offrire rifugio ai sopravvissuti alla Shoah e di garantire la viabilità economica del nuovo Stato — rimase una ferita aperta.
Sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica votarono a favore della spartizione, ciascuno per ragioni geopolitiche proprie. La leadership sionista accettò formalmente il piano, ma nei piani militari già elaborati — il cosiddetto Piano Dalet, messo a punto all’inizio del 1948 — era chiaro che l’obiettivo era ben più ambizioso dei confini tracciati dall’ONU.
IV. La Nakba: che cosa accadde davvero nel 1948
La guerra del 1948 ebbe due fasi. La prima fu lo scontro armato tra le forze sioniste e le comunità palestinesi, dal dicembre 1947 al maggio 1948. La seconda, dopo la proclamazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948, fu la guerra tra Israele e gli eserciti dei paesi arabi vicini — Egitto, Giordania, Siria, Iraq — che intervennero ma furono sconfitti.
L’esito per i palestinesi fu una catastrofe di proporzioni storiche. Tra i 700.000 e gli 800.000 palestinesi — su una popolazione totale di circa 1,4 milioni — fuggirono o furono espulsi dalle aree che divennero Israele. Circa 500 villaggi furono svuotati, molti demoliti o distrutti. Le città di Haifa, Giaffa, Acri, Tiberiade — centri urbani con secoli di storia — furono quasi completamente spopolate della loro componente araba. Lo Stato di Israele incorporò l’ 80% della Palestina storica.
Il Piano Dalet e la questione dell’intenzionalità
Per decenni, la versione ufficiale israeliana sostenne che i palestinesi se ne erano andati spontaneamente, su invito dei leader arabi, con l’intenzione di tornare dopo la vittoria araba. La storiografia ha smontato almeno in parte questa narrazione.
A partire dagli anni Ottanta, un gruppo di storici israeliani — detti i “nuovi storici” — ha lavorato sugli archivi militari e statali israeliani, resi parzialmente accessibili dopo trent’anni. Tra loro, Benny Morris ha documentato, con rigore e distanza critica, che ci furono espulsioni dirette, operazioni militari che produssero fuga di massa, e una politica sistematica di non ritorno. Morris non interpreta tutto come un piano unitario e preordinato di pulizia etnica, ma riconosce che il risultato fu esattamente quello.
Lo storico israeliano Ilan Pappé, in modo più netto, parla di “pulizia etnica pianificata”. Il Piano Dalet — elaborato nel marzo 1948 da David Ben Gurion e dall’intelligence della Haganah (la principale forza militare sionista) — prevedeva l’occupazione di aree strategiche, l’accerchiamento dei villaggi e la creazione delle condizioni per la fuga. L’obiettivo dichiarato era garantire la continuità territoriale del futuro Stato.
I documenti ritrovati — tra cui migliaia di carte venute alla luce fortuitamente nel 2022 a Tel Aviv vicino a un cassonetto dell’immondizia, studiate dallo storico Adam Raz e pubblicate su Haaretz — contengono testimonianze inequivocabili. Mordechai Maklef, ufficiale nel 1948 e poi capo di stato maggiore dell’esercito israeliano, dichiarò:
«Ci sono state operazioni in cui il potenziale nemico, ovvero i civili, è stato annientato. A Safsaf, Jish, Ilaboun, Lod, Ramle e nel sud, su larga scala. L’intenzione era quella di espellerli. È impossibile espellere 114.000 persone che vivevano in Galilea senza ricorrere al terrore. Ci deve essere stato un elemento di terrore iniziale affinché se ne andassero.» — Mordechai Maklef, documenti d’archivio, citati in Adam Raz, Haaretz
Deir Yassin: il massacro che cambiò tutto
Il 9 aprile 1948, i miliziani dell’Irgun e della Banda Stern — organizzazioni paramilitari sioniste di estrema destra, che operavano al di fuori del comando ufficiale della Haganah — attaccarono il villaggio di Deir Yassin, nelle colline a ovest di Gerusalemme. Quello che accadde quella mattina divenne il simbolo della Nakba.
Tra i 100 e i 250 civili furono uccisi. Le cifre esatte sono ancora discusse dagli storici, ma la natura dell’evento non lo è. Un testimone oculare della Croce Rossa Internazionale descrisse ciò che vide. Un sopravvissuto raccontò:
«Un macello; non un combattimento. Non c’era nessuno da combattere. Erano prevalentemente donne e bambini. Molte, moltissime persone furono massacrate in quel villaggio. Questo massacro terrorizò l’intera Palestina. Tutti parlavano del massacro di Deir Yassin.» — Testimonianza di sopravvissuto, citata in Benny Morris, “The Birth of the Palestinian Refugee Problem”
La notizia di Deir Yassin si diffuse come incendio in tutta la Palestina. Non c’era radio o televisione, ma la voce del terrore viaggia più veloce degli eserciti. In una guerra civile, la paura di subire la stessa sorte spinse intere comunità ad abbandonare i villaggi, convinte di tornare dopo pochi giorni. Non tornarono mai. Deir Yassin non fu l’unico episodio di questo genere: gli storici hanno documentato almeno una ventina di massacri, a Saliha, Lod, Dawayma e altrove. Ma divenne il simbolo perché ne fissava la logica: il terrore come strumento strategico di spopolamento.
V. Il diritto al ritorno negato
Nel dicembre 1948, l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la Risoluzione 194, che stabiliva chiaramente che i profughi desiderosi di tornare nelle proprie case e di vivere in pace con i vicini dovevano poterlo fare “al più presto possibile”, e che coloro che non volessero tornare avevano diritto a una compensazione.
Israele non permise il ritorno. I villaggi svuotati furono in molti casi demoliti, le terre distribuite ai nuovi immigrati ebrei, i nomi arabi cancellati dalle mappe e sostituiti con nomi ebraici. Sulle rovine di alcuni villaggi furono piantati boschi di pini europei, che ancora oggi coprono ciò che fu. La Legge sui Beni degli Assenti del 1950 consentì allo Stato israeliano di espropriare i beni di chiunque fosse stato lontano dalla propria residenza durante la guerra — inclusi i cosiddetti “presenti-assenti”: persone che erano rimaste all’interno dei confini di Israele, ma si erano allontanate temporaneamente dal proprio villaggio.
Qui sta uno dei nuclei irrisolti del conflitto che dura fino a oggi. Per Israele, il ritorno di massa dei profughi e dei loro discendenti — oggi stimati in circa sei milioni di persone — metterebbe in discussione la maggioranza ebraica dello Stato. Per i palestinesi, il diritto al ritorno è non solo un diritto giuridico riconosciuto dal diritto internazionale, ma il cuore stesso della giustizia storica. Senza una risposta a questa domanda, ogni soluzione politica al conflitto rimane costruita sulla sabbia.
VI. Le voci di chi non ha avuto voce
La storia della Nakba non si legge solo nei documenti diplomatici o negli archivi militari. Si legge nelle testimonianze delle persone che la vissero — e nei racconti tramandati ai figli e ai nipoti, con la precisione dolorosa di chi sa che la memoria è l’unica terra rimasta.
Fatema Obaid ha novantacinque anni. Sopravvissuta alla Nakba del 1948, ha vissuto per veder ricominciare tutto daccapo a Gaza. Ha perso più di settanta familiari. Dice:
«Nella prima Nakba, è vero che centinaia di migliaia di persone hanno perso le loro terre, case e villaggi. Ma in questa Nakba, abbiamo perso un’intera storia.» — Fatema Obaid, 95 anni, sopravvissuta alla Nakba del 1948 e alla guerra di Gaza
L’unica cosa sopravvissuta con lei, oltre alla vita, è un paio di orecchini che suo padre le regalò da bambina. “Li ho tenuti tutti questi anni. Non potrei mai venderli o sostituirli, perché una volta erano tenuti nelle mani di mio padre. Portano con sé la sua memoria.” La memoria, nei popoli privati della terra, si porta addosso come un gioiello. O come una chiave.
Le chiavi sono diventate, non a caso, il simbolo della Nakba. Le famiglie palestinesi, lasciando i propri villaggi nella certezza di tornare, chiusero le porte di casa e portarono con sé le chiavi. Quelle chiavi passarono di generazione in generazione. Oggi, in molte case palestinesi nei campi profughi di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, della Giordania, quelle chiavi sono appese al muro come icone di un’appartenenza che non si lascia cancellare.
La scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibtisam Azem, nel suo romanzo Il libro della scomparsa (2014), immagina cosa succederebbe se tutti i palestinesi scomparissero di colpo da Israele. La risposta che costruisce è rivelatrice: gli israeliani proverebbero sollievo, sconcerto, e infine una sottile inquietudine — perché il fantasma del rimosso non scompare con chi lo porta. I palestinesi, scrive Azem, conservano a distanza di generazioni le chiavi delle case da cui sono stati cacciati, nella speranza di farvi ritorno un giorno.
VII. La storiografia: quante verità reggono al confronto con i fatti?
Una delle difficoltà maggiori nell’affrontare la Nakba è la coesistenza di narrazioni contrapposte, alcune delle quali vengono presentate come “versioni” equivalenti di una stessa storia. Non lo sono sempre.
La tesi che i palestinesi siano fuggiti spontaneamente su invito dei propri leader è stata smentita dagli archivi israeliani stessi. La tesi opposta — che ogni singola partenza fosse il risultato di un piano centralizzato e coordinato di espulsione — è più difficile da sostenere in modo totale, perché la realtà fu caotica, locale, varia. Ci sono stati villaggi che si sono svuotati per paura dopo Deir Yassin. Villaggi evacuati con ordini espliciti. Villaggi dove la popolazione fu cacciata con la forza. Villaggi dove alcuni restarono e altri fuggirono.
Ciò che non è discutibile è l’esito complessivo: la distruzione di gran parte della società palestinese nelle zone conquistate da Israele, e l’impedimento sistematico del ritorno. Come ha scritto l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak — non certo un critico di Israele — ciò che accadde fu “la dispersione e l’esilio di un’intera società, accompagnati da migliaia di morti e dalla totale distruzione di centinaia di villaggi”.
Lo storico israeliano Shlomo Sand, dell’Università di Tel Aviv, ha messo in discussione anche le fondamenta del progetto sionista, dimostrando negli studi L’invenzione del popolo ebraico (2008) e L’invenzione della terra di Israele (2012) che la narrazione di un popolo ebraico unitario disperso dalla Palestina dai Romani nel 70 d.C. e rimasto in attesa di tornarvi per duemila anni non regge all’esame storico. Le comunità ebraiche nel mondo si sono formate attraverso conversioni e migrazioni, non attraverso una diaspora unica dal Medio Oriente. Questo non nega la sofferenza degli ebrei europei né la legittimità di cercare sicurezza. Ma svuota di fondamento storico l’idea di un “ritorno” a una terra da cui si sarebbe stati espulsi.
VIII. Antisemitismo e antisionismo: una distinzione necessaria
In questo discorso è indispensabile una distinzione che spesso viene deliberatamente confusa: quella tra antisemitismo e antisionismo. Confonderli serve a silenziare la critica. Distinguerli è un atto di onestà intellettuale e morale.
L’antisemitismo è l’odio verso gli ebrei in quanto ebrei. È una delle forme più antiche e più vergognose di razzismo nella storia europea. Ha prodotto secoli di discriminazione, ghetti, pogrom e, infine, la Shoah — lo sterminio di sei milioni di ebrei europei per mano del nazismo. L’antisemitismo va combattuto senza esitazione, in ogni forma in cui si manifesta.
L’antisionismo è la critica al progetto politico del sionismo — cioè alla costruzione di uno Stato ebraico in Palestina attraverso l’insediamento coloniale. Tra gli antisionisti più coerenti ci sono stati e ci sono molti ebrei: il filosofo Martin Buber, che già nel 1947 chiedeva uno Stato binazionale condiviso; le organizzazioni come il Bund, il partito socialista ebraico dell’Europa orientale che rifiutava l’emigrazione in Palestina e invitava a lottare per l’uguaglianza nei paesi di origine; e oggi numerosi intellettuali, storici e attivisti ebrei israeliani e della diaspora.
Come scrisse il giornalista e storico ebraico Auguste Bebel — in una frase che è rimasta proverbiale — “l’antisemitismo è il socialismo degli idioti”: una forma di falsa coscienza che devia la rabbia popolare verso un capro espiatorio etnico invece che verso le strutture del potere. Criticare le politiche dello Stato di Israele non è antisemitismo, come criticare le politiche della Repubblica Francese non è anticattolicesimo. Confondere le due cose è un argomento retorico, non un argomento storico.
IX. Dal 1948 a oggi: la Nakba che non è finita
La Nakba non fu un evento chiuso nel 1948. Fu l’inizio di un processo che non si è mai interrotto. Lo spossessamento, le espulsioni, le demolizioni, il controllo militare si sono riprodotti attraverso le generazioni, cambiando forma ma non sostanza.
La Guerra dei Sei Giorni del 1967 portò Israele al controllo di tutta la Palestina storica: Cisgiordania, Striscia di Gaza, Sinai e Golan. Da allora, l’occupazione militare e la costruzione di insediamenti ebraici nei territori palestinesi — illegali secondo il diritto internazionale, ma sistematicamente espansi — hanno reso sempre più improbabile la creazione di uno Stato palestinese contiguo e vitale.
Gli Accordi di Oslo del 1993, salutati come l’alba della pace, si rivelarono invece una nuova forma di controllo. La Cisgiordania fu divisa in aree A, B e C: solo l’area A, la più piccola, era formalmente sotto autorità palestinese, con l’obbligo di collaborare con i servizi di sicurezza israeliani nella repressione della resistenza. L’area C, che copre oltre il 70% della Cisgiordania, è tuttora sotto controllo diretto israeliano e ospita la maggior parte degli insediamenti.
La Striscia di Gaza, dove vive più di due milioni di persone — in larga maggioranza discendenti dei profughi del 1948 — è sottoposta a un blocco totale dal 2007. Gideon Levy, giornalista israeliano di Haaretz, ha scritto con lucidissima amarezza nel 2026, in occasione del settantottesimo anniversario dell’indipendenza israeliana:
«Israele non è mai stato una vera democrazia. L’unico periodo in cui i palestinesi non sono stati sottoposti al dominio militare è durato pochi mesi, tra il 1966 e il 1967. Uno stato con un regime militare permanente non è una democrazia. Punto.» — Gideon Levy, Haaretz, 28 aprile 2026
X. Le grandi potenze e le loro responsabilità
La Nakba non è solo una storia palestinese e israeliana. È anche la storia di come le grandi potenze hanno usato e continuano a usare il conflitto per i propri interessi.
La Gran Bretagna portò la contraddizione in dote: la Dichiarazione Balfour fece di un territorio altrui la promessa di qualcun altro. Gli Stati Uniti, a partire dal secondo dopoguerra, fecero di Israele il loro principale alleato nel Medio Oriente, garantendogli protezione diplomatica — incluso il veto sistematico al Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro risoluzioni di condanna — e rifornimento militare continuo. L’AIPAC, il potentissimo gruppo di pressione filo-israeliano fondato nel 1963 a Washington, ha trasformato questo rapporto in una relazione quasi strutturale della politica americana, difficile da mettere in discussione indipendentemente dal partito al governo.
L’Unione Europea ha oscillato tra dichiarazioni di principio sul diritto internazionale e la pratica del commercio e della cooperazione con Israele. I paesi arabi — salvo poche eccezioni — hanno spesso usato la causa palestinese come strumento retorico interno, senza mai impegnarsi davvero nella soluzione del problema.
In questa cornice geopolitica, il popolo palestinese è rimasto solo: senza Stato, senza protezione internazionale efficace, senza il diritto internazionale reso effettivo da meccanismi di enforcement — cioè da strumenti concreti di applicazione, che oggi mancano. La Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia hanno emesso sentenze e mandati, ma senza la volontà politica delle grandi potenze di darvi seguito, rimangono dichiarazioni morali senza conseguenze pratiche.
XI. Memoria, verità, giustizia
Gideon Levy — uno dei pochi giornalisti israeliani che ha dedicato la carriera a raccontare la realtà dei palestinesi — ha scritto che gli israeliani, cresciuti senza conoscere la Nakba, non si ponevano domande su chi avesse abitato le case distrutte sul ciglio della strada o su che fine avessero fatto quelle persone. “Osservavamo i resti dei villaggi e dei quartieri palestinesi come se facessero semplicemente parte del panorama.” La cecità, ha capito solo con gli anni, non era innocente: era funzionale.
La Nakba non può essere ridotta a un episodio del passato, per quanto tragico. È una ferita che produce storia — campi profughi, resistenza, guerre, disperate azioni violente, risposta militare, nuovi profughi, nuova disperazione. Come ha scritto la storica Paola Caridi, una delle più attente osservatrici del conflitto:
«La questione del 1948 torna centrale, nonostante fosse stata accantonata come un dato di realtà. È invece, ancora adesso, il nodo cruciale.» — Paola Caridi, maggio 2026
Non si tratta di equiparare tutte le sofferenze — la Shoah ha caratteristiche storiche uniche che non vanno dissolte in una generica retorica del dolore. Non si tratta di negare il diritto degli ebrei a vivere in sicurezza. Si tratta di riconoscere che la nascita di Israele ha comportato, concretamente, la distruzione di un’altra società, e che questa distruzione non è stata riparata. Finché quella riparazione non avviene — nelle forme che solo una trattativa onesta e una volontà politica vera potrebbero definire — il conflitto non ha uscita.
XII. Conclusione: la formula più giusta
La formula più onesta che la storia ci consegna, dopo aver esaminato documenti, testimonianze, analisi e contraddizioni, è questa:
Israele nasce come risposta storica alla persecuzione degli ebrei, ma nasce anche attraverso una catastrofe inflitta ai palestinesi. Finché una delle due verità cancella l’altra, non c’è pace possibile. La memoria della Shoah non può autorizzare la Nakba. La memoria della Nakba non può autorizzare l’odio antiebraico. Ma senza giustizia per la Nakba, ogni soluzione resta costruita sulla sabbia.
La Nakba non è un dettaglio laterale del conflitto israelo-palestinese: è la sua chiave di volta. Senza comprenderla, non si capiscono i campi profughi, Gaza, il diritto al ritorno, la nascita dell’OLP e di Hamas, le Intifade — le rivolte popolari palestinesi — l’ossessione israeliana per la sicurezza, la disperazione palestinese, la paralisi diplomatica.
Settantotto anni dopo, le chiavi sono ancora appese ai muri delle case nei campi profughi. Le donne anziane portano gli orecchini che i padri regalarono loro da bambine. I villaggi distrutti dormono sotto i boschi di pini europei, con i loro nomi cancellati dalle mappe. Ma non dalla memoria. E la memoria, in questo caso, è anche diritto.

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