Baruch Spinoza e la più radicale idea di Dio che la filosofia abbia mai concepito
«Credo nel Dio di Spinoza, che si rivela nell’armonia ordinata di ciò che esiste, non in un Dio che si interessa dei destini e delle azioni degli esseri umani.»
— Albert Einstein
C’è una frase che Einstein pronunciò nel 1929, e che da allora non ha smesso di sconcertare, di consolare e di irritare a seconda di chi la legge. «Credo nel Dio di Spinoza.» Quattro parole. Semplici in apparenza, esplosive nel contenuto. Perché quel «Dio di Spinoza» non è il Dio che la maggior parte delle persone ha in mente quando usa quella parola. Non è il Dio che ascolta. Non è il Dio che perdona. Non è il Dio che un giorno chiederà conto delle nostre azioni. È qualcosa di così diverso da rimettere in discussione tutto ciò che normalmente intendiamo con quella sillaba breve e pesantissima.
Piergiorgio Odifreddi, in un dialogo pubblicato in questi giorni su Millennium, il mensile culturale de Il Fatto Quotidiano, torna su questo territorio. La sua è una posizione razionalista, coerente, provocatoria nel senso buono: ci sfida a chiedere alla scienza ciò che un tempo chiedevamo alla religione. Ma nel farlo evoca Spinoza, e Spinoza merita di essere guardato da vicino, con attenzione lenta. Perché la sua idea di Dio è forse la più radicale, la più originale, la più destabilizzante che la storia del pensiero abbia mai prodotto.
Non è un’idea facile. Ma è un’idea che — una volta capita — non si dimentica più.
* * *
Un uomo solo contro tutti
Cominciamo dall’uomo. Baruch Spinoza nacque ad Amsterdam nel 1632, figlio di una famiglia ebrea sefardita — quegli ebrei che la Spagna aveva espulso nel 1492 e che avevano trovato rifugio nei Paesi Bassi tolleranti. Era dunque figlio di esuli, di persone che avevano già pagato il prezzo della diversità. Eppure nemmeno la comunità ebraica di Amsterdam, così provata, riuscì a contenere la sua intelligenza. Nel 1656, a ventiquattro anni, Spinoza fu colpito dal cherem, la scomunica più solenne e devastante che la legge ebraica conosca. Il documento è ancora conservato, e fa impressione leggerlo: le maledizioni che vi si accumulano contro di lui sono di una violenza inusitata. Non viene detto con precisione di quale eresia fosse colpevole — probabilmente le sue idee circolavano già in forma orale e manuscritta — ma è chiaro che stava mettendo in questione qualcosa di fondamentale.
Da quel momento visse solo. Lavorava come levigatore di lenti — lavoro artigianale che rovinò i suoi polmoni — e dedicava le ore libere a scrivere. Rifiutò una cattedra universitaria a Heidelberg per non dover rinunciare alla libertà di pensiero. Morì a quarantaquattro anni, probabilmente di tubercolosi, e lasciò le sue opere maggiori da pubblicare postume, sapendo che avrebbero fatto scandalo. Aveva ragione. L’Ethica — il suo capolavoro — fu messa all’indice dalla Chiesa cattolica e guardata con sospetto da quasi tutte le confessioni religiose. Spinoza era, per i suoi contemporanei, il «principe degli atei». Eppure — ed è qui il paradosso che ci interessa — Spinoza non era ateo. O almeno, non nel senso in cui usiamo quella parola.
* * *
Deus sive Natura: il lampo che cambia tutto
Il cuore del pensiero di Spinoza si concentra in una formula latina di tre parole: Deus sive Natura. In italiano: Dio ovvero Natura. Non «Dio e la Natura» come due cose separate. Non «Dio che ha creato la Natura» come un artigiano crea un oggetto. Bensì: Dio è la Natura, e la Natura è Dio. Sono la stessa cosa, vista da angolazioni diverse.
Proviamo a capire cosa significa davvero. Nella teologia tradizionale — quella cristiana, quella ebraica, quella islamica — Dio è un essere distinto dal mondo. Sta, per così dire, fuori dalla creazione: l’ha pensata, l’ha voluta, l’ha realizzata, e continua a vegliare su di essa. Può intervenire. Può sospendere le leggi naturali se vuole — questo è il miracolo. Può rispondere alle preghiere. Ha una volontà, un progetto, forse una preferenza per certi popoli o certi individui.
Per Spinoza tutto questo è impossibile, e non solo improbabile. È logicamente incoerente. Perché Spinoza parte da una premessa che, una volta accettata, rende inevitabili tutte le conseguenze: esiste un’unica sostanza infinita. Una sola. Infinita, vale a dire senza limiti, senza confini, senza l’esterno che la delimita. E questa sostanza infinita è ciò che chiamiamo Dio — ma è anche ciò che chiamiamo realtà, universo, natura. Non ci sono due piani dell’essere, uno soprannaturale e uno naturale. C’è un solo piano, infinitamente ricco, infinitamente complesso, che si esprime in forme innumerevoli.
Il professore di filosofia Jonathan Israel, uno dei maggiori studiosi di Spinoza viventi, descrive questo come «il più audace atto di pensiero della modernità europea». Non un’esagerazione retorica: prima di Spinoza, l’idea che Dio potesse coincidere con la totalità dell’essere era stata sfiorata da alcuni mistici medievali — come Maestro Eckhart — ma non era mai stata dimostrata con la rigorosità geometrica che Spinoza le dà. La sua Ethica è scritta more geometrico — secondo il metodo geometrico, cioè con definizioni, assiomi e proposizioni come in Euclide. Come a dire: questa non è poesia, non è mistica. È ragionamento.
* * *
Il Dio che non può fare miracoli
Se Dio coincide con la natura, allora le leggi naturali non sono creazioni arbitrarie di un essere capriccioso: sono l’espressione necessaria di ciò che Dio è. E questo ha una conseguenza enorme, che Spinoza trae senza esitazione: i miracoli non esistono.
Non nel senso banale «non ci credo perché sono razionalista». Nel senso logico: un miracolo sarebbe una violazione delle leggi naturali. Ma le leggi naturali sono la natura stessa di Dio. Quindi un miracolo sarebbe Dio che contraddice se stesso, che nega la propria essenza. È una contraddizione in termini, come chiedere a un cerchio di avere angoli. Spinoza scrive nel suo Trattato teologico-politico — un testo pubblicato anonimo nel 1670 perché troppo pericoloso da firmare — che chi crede nei miracoli, in realtà, diminuisce Dio: lo riduce a un essere mutevole, incoerente, soggetto a ripensamenti. La vera grandezza di Dio, per Spinoza, è proprio la sua necessità assoluta, la sua fedeltà eterna alle proprie leggi.
È una posizione che fa molto pensare. E che non è distante da quella di certi grandi teologi, che pure professavano ben altra fede. Thomas Aquinas — Tommaso d’Aquino — aveva già detto che Dio non può fare cose logicamente impossibili, non perché sia limitato, ma perché la logica è un riflesso del suo stesso intelletto. Spinoza radicalizza questa intuizione fino al punto di rottura: non solo Dio non può contraddire la logica, ma non può nemmeno contraddire le leggi fisiche, perché quelle leggi sono lui.
* * *
La preghiera e il silenzio
A questo punto viene naturale una domanda, quella che si sente fare più spesso quando si parla di Spinoza: ma allora a che serve pregare? Se Dio è la natura, se la natura segue leggi immutabili, se nessuna supplica può cambiare il corso degli eventi — la preghiera è puro autoingannamento?
Spinoza non usa questa brutalità. Ma la sua risposta implicita è: sì, pregare nel senso tradizionale — chiedere a un Dio personale di intervenire — non ha senso nel suo sistema. Questo è forse il punto che più separa Spinoza dalla sensibilità religiosa comune, e che lo ha reso così difficile da digerire per secoli. Perché la preghiera non è solo un atto cognitivo — è un atto emotivo, relazionale, profondamente umano. È il gesto di chi si sente fragile davanti all’immensità e cerca qualcuno che ascolti.
La filosofa contemporanea Rebecca Goldstein, autrice di una splendida biografia intellettuale di Spinoza, osserva che su questo punto il filosofo fu «spietato con se stesso prima che con gli altri». Sapeva benissimo quanto costasse rinunciare all’idea di un Dio che ascolta. Ne pagò il prezzo personalmente — la solitudine, la scomunica, l’isolamento. Eppure non cedette. Perché per lui la verità — anche quando è dura — è preferibile alla consolazione che si fonda sull’illusione.
Ma Spinoza non lascia l’uomo completamente solo davanti all’universo. Gli offre qualcosa di diverso dalla preghiera: la comprensione. E questa comprensione, quando è piena, quando abbraccia l’intero ordine delle cose, genera in lui qualcosa che chiama amor intellectualis Dei: l’amore intellettuale di Dio. Non adorazione, non timore reverenziale. Ma quella specie di gioia serena, di pace profonda, che nasce quando la mente riesce a vedere le cose sub specie aeternitatis — sotto la specie dell’eternità, come se le guardasse da un punto di vista che trascende il tempo. È una forma di mistica, ma razionale. È il senso del sacro senza le sue strutture istituzionali.
* * *
Einstein e il matematico che vede l’ordine
Torniamo ad Einstein, e al dialogo di Odifreddi. Il matematico — dice Odifreddi — crede in un «Dio geometra, che ha fatto il mondo con formule matematiche». È una linea antichissima: Pitagora pensava che i numeri fossero la struttura della realtà; Platone immaginava un demiurgo che costruisce il cosmo sul modello delle forme matematiche; Galileo scrisse che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico. Einstein si inserisce in questa tradizione, e Spinoza è il suo punto di riferimento preciso.
Perché Spinoza? Perché nel sistema spinoziano l’universo non è capriccioso. Non è soggetto a interventi arbitrari. Ha una struttura necessaria, razionale, che la mente umana può — almeno in parte — comprendere. Questa comprensibilità del reale era per Einstein quasi un oggetto di meraviglia religiosa. «La cosa più incomprensibile dell’universo», scrisse, «è che esso sia comprensibile.» Non credeva a un Dio che alza il telefono e risponde alle preghiere. Ma provava qualcosa che possiamo chiamare reverenza davanti all’ordine matematico del cosmo. E in questo si sentiva spinoziano.
Vale la pena notare che Einstein non era il solo, tra i grandi fisici del Novecento, ad avere questo tipo di sensibilità. Werner Heisenberg — uno dei padri della meccanica quantistica — scrisse che «il primo sorso dalla coppa della scienza porta all’ateismo, ma in fondo alla coppa c’è Dio». Paul Dirac, che scoprì l’antimateria, parlava della bellezza delle equazioni come di una prova indiretta di qualcosa che trascende la pura materia. Nessuno di loro era credente nel senso tradizionale. Tutti erano, in qualche misura, spinoziani senza saperlo.
* * *
Il problema del male: il punto più duro
C’è un punto su cui il pensiero di Spinoza mostra la sua faccia più austera, e che non si può tacere. Se Dio è la totalità di ciò che esiste — se non c’è nulla fuori da lui — allora anche il male, anche la sofferenza, anche i campi di sterminio del Novecento sono, in qualche senso, dentro Dio. Non come anomalie, non come interruzioni di un piano provvidenziale. Come parti dell’ordine necessario delle cose.
Questo è il punto che ha fatto inorridire molti lettori di Spinoza nel corso dei secoli. Il grande critico Isaiah Berlin, che pure ammirava il filosofo, gli rimproverava di aver prodotto un sistema in cui la compassione per le singole vittime rischia di dissolversi nell’ammirazione per la totalità. Se tutto è necessario, se tutto segue leggi eterne, dove va a finire la responsabilità morale? Dove va a finire la rivolta contro l’ingiustizia?
La risposta di Spinoza è complessa e non completamente soddisfacente. Egli distingue tra sub specie aeternitatis — dal punto di vista dell’eternità, dove tutto è necessario — e il punto di vista umano, parziale, temporale, in cui il dolore è reale e la lotta per la giustizia ha senso. Non rinuncia all’etica: la sua opera principale si chiama appunto Ethica. Ma il fondamento di quell’etica non è la ricompensa divina né il timore del castigo eterno: è la comprensione. Chi comprende le cause delle proprie passioni, chi vede i meccanismi che lo muovono, è più libero — non libero in senso assoluto, ma più capace di agire secondo ragione piuttosto che secondo paura o odio.
Hannah Arendt — che Spinoza non cita spesso ma che con lui condivide molte radici — avrebbe detto che l’errore sarebbe cercare in Spinoza una teodicea, una giustificazione del male. Spinoza non giustifica nulla. Descrive. E nella descrizione lucida c’è già una forma di liberazione.
* * *
Perché Spinoza torna sempre
Spinoza viene riscoperto in ogni epoca di crisi. Nel Settecento i philosophes dell’Illuminismo lo leggevano di nascosto e lo citavano con pseudonimi. Nel primo Ottocento i romantici tedeschi — Goethe, Schelling, Hölderlin — lo consideravano quasi un mistico. Nel Novecento Einstein lo difendeva pubblicamente mentre il nazismo bruciava i suoi libri. Oggi torna nelle discussioni sulla scienza e la religione, sull’ecologia — perché una visione in cui l’uomo non è separato dalla natura ma è dentro la natura ha implicazioni enormi — e sulla questione di cosa significhi il «sacro» in un’epoca post-religiosa.
Il filosofo contemporaneo Antonio Damasio, neurologo di fama mondiale, ha dedicato un intero libro — Looking for Spinoza — al tentativo di mostrare come le intuizioni di Spinoza sulle passioni e sulla mente anticipino le scoperte delle neuroscienze moderne. Le emozioni non sono irrazionali: fanno parte dello stesso sistema che ci permette di ragionare. Separare mente e corpo — come aveva fatto Cartesio, il grande avversario di Spinoza — era un errore. Oggi sappiamo che Spinoza aveva ragione su questo.
E il politologo Étienne Balibar, rileggendo il Trattato politico, vede in Spinoza uno dei fondatori della democrazia moderna: non quella democrazia fondata su un contratto tra individui isolati, come in Hobbes o Locke, ma quella fondata sulla comprensione delle passioni collettive, dei meccanismi che portano le moltitudini alla paura, all’odio, alla superstizione. Uno Spinoza che avrebbe molto da dire sulla nostra politica contemporanea.
* * *
Una domanda aperta
Torniamo alla domanda di partenza: in cosa credeva Spinoza? Credeva in Dio?
La risposta dipende da cosa intendiamo con quella parola. Se «Dio» significa un essere personale, che vuole, che ama, che perdona, che interviene — no, Spinoza non credeva in questo. Se «Dio» significa la totalità dell’essere, l’ordine eterno e necessario che pervade ogni cosa, la struttura razionale che la mente umana può contemplare con qualcosa che assomiglia alla venerazione — allora sì, Spinoza credeva profondamente.
C’è chi dice che questo non è «vero» teismo, e che Spinoza era sostanzialmente ateo con un lessico teologico. C’è chi dice che è la forma più pura di monoteismo — un monoteismo così radicale da non ammettere nemmeno la differenza tra Dio e il mondo. Il dibattito continua.
Ma forse la domanda più interessante non è «in cosa credeva Spinoza» bensì: cosa ci fa la sua domanda a noi? Perché leggere Spinoza oggi, nel 2026, in un mondo sovraffollato di superstizioni nuove e di fondamentalismi antichi, in un mondo in cui la scienza avanza e il senso del sacro non tramonta, è ancora un’esperienza destabilizzante e necessaria. Non perché risolva i problemi — non li risolve. Ma perché li pone con una chiarezza che costringe a pensare.
Ecco cosa fa un grande filosofo: non risponde per noi. Ci costringe a non smettere di cercare.
