Argomento: Apologo
La rappresentazione più lucida che esista del male strutturale
Uno degli apologhi più citati e più enigmatici della tradizione orale — di origine incerta, attribuito ora alle favole persiane ora a Esopo, ma probabilmente di nessuno e di tutti — racconta questa storia:
Uno scorpione chiese a una rana di portarlo sull’altra sponda del fiume. Lei rifiutò, temendo di essere punta durante il tragitto. Lo scorpione fece notare che, se l’avesse punto, sarebbe annegato anche lui. La rana si convinse, se lo caricò sulla schiena, ma a metà traversata lui la punse, condannando entrambi a morte. Prima di affondare, la rana ebbe il tempo di domandargli il perché di quel gesto insensato. Lo scorpione allargò le chele: «Non posso farci nulla. È la mia natura».
La forza di questo piccolo testo sta nella sua crudeltà logicamente ineccepibile: lo scorpione non mente, non tradisce per calcolo, non si illude di salvarsi. Agisce contro il proprio interesse vitale semplicemente perché non può non farlo. È forse la rappresentazione più lucida che esista del male strutturale — quello che non nasce dall’odio né dalla follia, ma dall’identità stessa di chi lo compie.
Scorpioni in giro
Sarebbe comodo liquidare questa favola come un reperto letterario, una di quelle storie che si citano per cultura e poi si dimenticano. Ma guardarsi intorno basta a capire che lo scorpione non è affatto estinto. Cambia forma, cambia contesto, cambia il nome sul biglietto da visita — ma la logica è la stessa.
Nella vita quotidiana, nelle relazioni personali, nella politica, nell’economia, incontriamo persone e istituzioni che ripetono schemi distruttivi anche quando la distruzione ricade su loro stesse. Il dirigente che demolisce chi lo circonda finché non resta solo. Il leader carismatico che promette protezione e consegna dipendenza. Il demagogo che incendia la casa comune e poi si stupisce del fumo. In tutti questi casi c’è qualcosa che assomiglia alla risposta dello scorpione: è la mia natura. Non una giustificazione morale, ma una constatazione di impotenza — o peggio, di orgoglio.
Il problema è che la rana, in genere, sa già tutto questo. Lo sa prima di caricarsi lo scorpione sulla schiena. La logica è chiara, l’avvertimento è esplicito. Eppure parte lo stesso, convinta che questa volta sarà diverso, che la razionalità dell’altro prevarrà sull’istinto, che l’affetto o l’interesse condiviso fungeranno da argine. È l’errore più antico del mondo, e uno dei più costosi.
Scegliere i propri amici, i propri alleati politici, i leader di cui diventare seguaci o fan, non è un atto neutro. È un atto che ci definisce e, in certi casi, ci condanna. Occorre imparare a riconoscere lo scorpione prima di entrare in acqua: non dal suo aspetto, non dalle sue promesse, non dalla logica impeccabile con cui ci convince che questa volta non pungerà — ma dalla storia che ha già scritto, dai comportamenti che ha già mostrato, dalla natura che ha già rivelato. La natura, appunto, non mente. Siamo noi che scegliamo di non crederle.
La rana aveva tutte le informazioni necessarie. Le mancava solo la volontà di usarle.

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