La trappola di Tucidide

Argomento: guerre, potenze e illusioni del nostro tempo

Nota di attualità. Il 14 maggio 2026, durante il colloquio ufficiale con Donald Trump a Pechino, il presidente cinese Xi Jinping ha evocato esplicitamente la trappola di Tucidide, richiamando le grandi potenze alla responsabilità di non crearsela da sole con errori strategici. Non è la prima volta che Xi usa questo riferimento — lo aveva fatto già nel 2015 davanti a Obama — ma il momento scelto, con le tensioni commerciali e geopolitiche ai massimi degli ultimi decenni, conferisce al concetto una risonanza che va ben oltre il seminario universitario. È in questo contesto che si legge il presente articolo.


I. Una trappola nata duemila anni fa

C’è un’espressione che negli ultimi anni è diventata quasi inevitabile nei dibattiti di geopolitica, nei discorsi di capi di Stato, nei saggi degli strateghi: trappola di Tucidide. La usano presidenti e accademici, giornalisti e generali. Xi Jinping la evocò durante un incontro con Barack Obama nel 2015, avvertendo che le due superpotenze dovevano sforzarsi di non cadervi. Netanyahu la richiamò implicitamente quando si definì «Super-Sparta». Graham Allison, il professore di Harvard che ha reso celebre il concetto in tempi moderni, ne ha fatto il titolo del suo libro più influente del decennio.

Ma che cosa significa, esattamente, questa espressione? E perché, dopo due millenni e mezzo, il pensiero di uno storico ateniese continua a proiettare la sua ombra sulle crisi più pericolose del presente?

Tutto comincia con Tucidide — non il filosofo platonico, ma lo storico: un generale ateniese vissuto nel V secolo avanti Cristo, esiliato dalla propria città dopo una sconfitta militare, e per questo libero di osservare la guerra del Peloponneso da entrambi i lati. La sua Storia della guerra del Peloponneso — il conflitto che tra il 431 e il 404 a.C. dilaniò la Grecia classica opponendo Atene e Sparta — è considerata il primo capolavoro della storiografia scientifica. Non racconta solo battaglie: spiega perché accadono le guerre.

La sua diagnosi è lapidaria e insuperata nei secoli:

«Ciò che rese la guerra inevitabile fu la crescita della potenza ateniese e la paura che essa suscitò a Sparta.»

In questa frase — undici parole in greco antico — è racchiuso un intero schema del comportamento umano e politico. La causa della guerra non fu un’offesa specifica, non fu un errore diplomatico né la cattiveria di un singolo leader. Fu qualcosa di strutturale: la percezione di uno squilibrio di forze, e la paura che quella percezione genero nella potenza che si sentiva minacciata. Atene non voleva necessariamente la guerra. Sparta non la voleva necessariamente nemmeno lei. Eppure la guerra avvenne ugualmente — e fu una delle più devastanti che l’antichità ricordi.

II. Da Tucidide ad Allison: la trappola diventa concetto globale

Il merito di aver trasformato l’intuizione tucididea in uno strumento analitico contemporaneo spetta a Graham T. Allison, professore di governo alla Kennedy School di Harvard, che nel 2017 ha pubblicato Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? — un libro che è entrato rapidamente nelle librerie di pressoché tutti i grandi decisori strategici occidentali.

Allison ha condotto un’analisi storica sistematica: negli ultimi cinquecento anni, in sedici casi in cui una potenza emergente ha sfidato una potenza dominante, il risultato è stato un conflitto militare aperto in dodici casi su sedici. Un tasso di conflitto del 75 per cento. I quattro casi in cui si è riusciti a evitare la guerra — tra cui il confronto tra Gran Bretagna e Stati Uniti nell’Ottocento, e la Guerra Fredda tra USA e URSS — sono stati possibili solo grazie a «enormi e dolorosi aggiustamenti di atteggiamento e di azione» da parte di entrambe le potenze.

La «trappola» — termine chiave — non è un meccanismo automatico, una legge fisica dell’universo politico. È piuttosto una tendenza strutturale, una corrente che trascina verso il basso se non si nuota attivamente contro di essa. Si chiama «trappola» perché entrambe le parti vi cadono quasi senza volerlo: la potenza emergente non cerca necessariamente la guerra, ma la sua crescita genera paura; la potenza dominante non vuole cedere il passo, ma la sua resistenza genera spirali di escalation.

Come funziona la spirale

Il meccanismo ha una logica quasi ineluttabile, che vale la pena descrivere passo per passo, come se fosse un algoritmo:

La potenza emergente — chiamiamola A — cresce economicamente, tecnologicamente, militarmente. Non necessariamente perché voglia dominare il mondo: semplicemente perché è nelle sue capacità farlo.

La potenza dominante — chiamiamola B — percepisce questa crescita come una minaccia alla propria posizione. Ragiona: «Se A continua a crescere così, tra vent’anni sarà più forte di noi. È meglio agire adesso.»

B comincia a prendere contromisure: rafforza le alleanze, aumenta le spese militari, applica sanzioni economiche, dichiara l’altra potenza un rivale sistemico.

A interpreta queste mosse come conferma delle proprie paure: il rivale vuole contenerci, soffocarne l’ascesa. E risponde con altrettante contromisure.

La spirale si autoalimenta. Ogni mossa difensiva di un attore appare offensiva agli occhi dell’altro. Le crisi ordinarie — un incidente navale, una disputa territoriale, un’elezione che porta al potere un governo nazionalista — che in altri momenti sarebbero gestibili, diventano detonatori.

Come scrive Allison, rifacendosi alla Prima Guerra Mondiale: «Uno dei rischi associati alla trappola di Tucidide è che la normale routine — e non solo un evento straordinario — possa innescare conflitti su vasta scala. L’assassinio di un arciduca a Sarajevo nel 1914 non doveva portare alla carneficina di quattro anni. Ma in quel sistema di paure reciproche, divenne la scintilla che incendiò un continente.»

III. Cina e Stati Uniti: la trappola nel presente

Il caso di studio che ha reso famoso il concetto di Allison — e che preoccupa più di ogni altro i governi del mondo — è naturalmente quello tra Cina e Stati Uniti. La Cina rappresenta la potenza emergente più formidabile nella storia moderna: seconda economia del mondo, primo esportatore globale, prima potenza manifatturiera, detentrice del primato mondiale in numerose tecnologie critiche — dalle batterie ai pannelli solari, dai droni all’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti restano la prima potenza militare e finanziaria del pianeta, ma la loro posizione relativa si erode di decennio in decennio.

Nel 2015, durante la prima visita di Stato di Xi Jinping negli USA, il presidente cinese si incontrò con Obama e il nome di Tucidide entrò per la prima volta ufficialmente nel lessico diplomatico bilaterale. Xi disse esplicitamente: «Ci sono molti esempi di Tucidide in storia. Dobbiamo entrambi lavorare per evitare la trappola.» Era un riconoscimento implicito che la dinamica descriveva con precisione la loro relazione — e insieme un invito a non lasciarsene travolgere. Con un’aggiunta, tuttavia, che Xi avrebbe formulato con ancora maggiore precisione in altri contesti: «Non esiste una trappola di Tucidide nel mondo. Ma se le grandi potenze commettono errori strategici, potrebbero crearsela da sole.» Una distinzione sottile ma decisiva: la trappola non è un destino scritto, è una scelta che si compie — o si evita — ogni giorno.

Eppure le tensioni non si sono ridotte. Si sono intensificate. La guerra commerciale avviata da Trump nel 2018, le sanzioni sulle tecnologie, la questione di Taiwan, le dispute nel Mar Cinese Meridionale, la competizione sulle rotte commerciali globali: ogni dossier è un potenziale punto di innesco.

Taiwan: il punto più caldo

Nessun dossier concentra più rischio dell’isola di Taiwan. Come ha detto Xi Jinping in un recente vertice: «La questione di Taiwan è il tema più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti. Se sarà gestito correttamente, i rapporti tra i due paesi potranno mantenere una stabilità complessiva. Se non lo sarà, i due paesi potrebbero scontrarsi o persino entrare in conflitto.»

La Cina considera Taiwan una provincia separatista destinata alla riunificazione. Gli Stati Uniti, pur non riconoscendo formalmente l’indipendenza taiwanese, vendono armi a Taipei e hanno lasciato intendere — sempre più esplicitamente — che difenderebbero l’isola da un attacco militare. È la classica ambiguità che la trappola di Tucidide trasforma in miccia.

L’argomento cinese: una civiltà diversa

«C’è però un argomento — portato avanti da studiosi come Pino Arlacchi nel suo recente La Cina spiegata all’Occidente, e analizzato nel saggio di Paolo Bottazzini su Eraclito e Confucio — che merita di essere preso sul serio, anche se non lo si condivide integralmente. Bottazzini condivide la diagnosi di Arlacchi sulla specificità cinese, ma ne problematizza le implicazioni sul piano democratico, come il lettore potrà leggere nella nota finale.»

La tesi è questa: la trappola di Tucidide è uno schema di interpretazione occidentale, che proietta sulla realtà cinese una logica che appartiene alla tradizione greco-europea. Eraclito diceva che «il Conflitto è padre di tutte le cose». Von Clausewitz scrisse che la guerra è «la prosecuzione della politica con altri mezzi». Hobbes fondò la legittimità dello Stato sul monopolio della violenza. In questa tradizione, il conflitto è normale, quasi inevitabile, parte costitutiva della vita politica.

La tradizione cinese è radicalmente diversa. Confucio non glorificò mai il guerriero: il modello di vita eccellente era l’intellettuale, il saggio, il funzionario capace di governare bene. Sun Tzu nell’Arte della guerra scrisse: «Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità.» La vittoria senza spargimento di sangue — attraverso la diplomazia, il commercio, l’influenza culturale — è il vero obiettivo. Il Wen (sapere e moralità) precede sempre il Wu (forza militare).

Arlacchi aggiunge che la Cina ha costruito per duemila anni la stabilità del suo impero non sull’esercito, ma su una burocrazia meritocratica selezionata attraverso esami rigorosi, e su una cultura radicata nell’identità della civiltà Han. Le dinastie straniere che invasero la Cina — mongoli, mancì — finirono per essere assorbite dalla civiltà cinese, non il contrario.

Se questa lettura è corretta, la «guerra senza limiti» descritta dai generali cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui nel loro libro omonimo del 1999 non sarebbe una minaccia militare tradizionale, ma una strategia di competizione che si svolge sul terreno economico, tecnologico, informatico, mediatico — esattamente come insegna Sun Tzu: vincere senza sparare un colpo.

Questa tesi ha una sua coerenza. Ma ha anche i suoi limiti: la crescita militare cinese degli ultimi vent’anni — flotta navale, missili ipersonici, basi militari nell’Oceano Indiano, pressione su Taiwan — non è facilmente riducibile a una mera proiezione della mentalità occidentale. ***(vedi nota fondo articolo)

IV. Netanyahu, Sparta e l’uso politico di Tucidide

La trappola di Tucidide non è un concetto astratto da seminario universitario. È entrata nel linguaggio politico operativo. Un esempio particolarmente eloquente è offerto dalla recente dichiarazione del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha definito il futuro di Israele come «Atene e Super-Sparta».

Il richiamo a Sparta non è un vezzo retorico. Sparta, nella memoria storica dell’Occidente, non è solo la città dei trecento alle Termopili: è il modello della società militarizzata totale, dove lo Stato domina l’individuo, dove la disciplina collettiva annulla la libertà personale, dove una minoranza di guerrieri (gli Spartiati) governa con la violenza una maggioranza di popolazione sottomessa (gli Iloti — schiavi di Stato, periodicamente massacrati come «esercizio militare»). È significativo che il mito spartano sia stato recuperato nella propaganda del Terzo Reich come paradigma di purezza razziale e disciplina statale.

Lo storico Luciano Canfora — tra i più acuti lettori di Tucidide nel mondo accademico contemporaneo — ha ricordato una dinamica che la trappola di Tucidide tende a sottovalutare: nelle grandi guerre tra potenze, spesso vince un terzo attore. Sparta vinse la guerra del Peloponneso contro Atene. Ma chi ne trasse i maggiori benefici furono i Persiani — i veri vincitori geopolitici di un conflitto in cui non avevano combattuto direttamente. Allo stesso modo, nel 1914 la Gran Bretagna combatté per contenere la Germania: ma il vero vincitore a lungo termine fu un terzo attore, gli Stati Uniti, che uscirono dalla guerra come prima potenza mondiale.

Se Cina e USA cadessero nella trappola, chi trarrebbe vantaggio dal loro conflitto? La domanda non ha una risposta scontata — ma è la domanda giusta da fare.

V. I quattro casi in cui la trappola fu evitata

È importante non rassegnarsi al determinismo. Allison ha identificato quattro casi storici in cui la trappola fu evitata. Studiarli offre indicazioni preziose.

Il primo caso è il confronto tra Gran Bretagna e Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento. Gli USA crescevano a ritmi straordinari, avanzando chiaramente verso il primato mondiale. La Gran Bretagna era ancora la potenza dominante. Eppure non ci fu guerra: Londra fece dolorosi aggiustamenti, accettò la supremazia americana in America Latina (dottrina Monroe), e gradualmente cedette il passo su palcoscenici in cui l’interesse vitale non era in gioco. Allison paragonò Theodore Roosevelt — il presidente che affermò la primazia americana — a Xi Jinping come leader che ha dato al proprio Paese consapevolezza di sé come grande potenza mondiale.

Il secondo caso è la Guerra Fredda tra USA e URSS. Qui la trappola fu evitata — quasi per miracolo, come mostrò la Crisi dei Missili di Cuba del 1962 — grazie a una combinazione di deterrenza nucleare reciproca, linee di comunicazione dirette tra i leader (il famoso «telefono rosso»), e progressive istituzioni di controllo degli armamenti (SALT, START). Non fu un successo di buona volontà: fu il risultato di istituzioni costruite faticosamente nel corso di decenni.

Il terzo caso è quello tra Portogallo e Spagna nel Quattrocento-Cinquecento, risolto dal Trattato di Tordesillas (1494) con cui le due potenze si divisero il mondo — America e Africa — sotto mediazione papale. Un aggiustamento negoziato, doloroso per entrambe, ma che evitò la guerra.

Un quarto caso merita attenzione, forse il più istruttivo di tutti: il Congresso di Vienna del 1815. Dopo vent’anni di guerre napoleoniche — conflitti che avevano coinvolto l’intera Europa e ridisegnato le sue frontiere con la violenza — le potenze vincitrici scelsero di non umiliare la Francia sconfitta, di non escluderla dal nuovo ordine internazionale, ma di reintegrarla come membro a pieno titolo del sistema europeo. Il merito principale va riconosciuto al diplomatico austriaco Metternich e al francese Talleyrand, che riuscirono a trasformare un tavolo di pace in un’architettura di equilibrio. Il risultato fu quasi un secolo di pace relativa tra le grandi potenze europee — la cosiddetta «pace dei cento anni» che durò fino al 1914. La lezione è netta: quando la potenza emergente o sconfitta viene inclusa piuttosto che marginalizzata, quando il vincitore rinuncia alla tentazione della punizione totale, la trappola può non scattare. È una lezione che il Novecento avrebbe imparato, almeno in parte, con il Piano Marshall dopo il 1945 — e che il ventunesimo secolo sembra disposto a dimenticare.

La lezione comune è: la trappola può essere disinnescata, ma non da sola. Richiede diplomazia attiva, istituzioni di gestione del conflitto, canali di comunicazione aperti, e — soprattutto — la capacità di entrambe le parti di fare aggiustamenti che sentono come umilianti.

VI. Oltre la trappola: limiti del modello e voci critiche

Il modello di Allison non è privo di critiche. Vale la pena considerarle, perché arricchiscono la comprensione.

La prima critica è metodologica: i sedici casi selezionati da Allison non sono un campione statisticamente rappresentativo. La storia non è un laboratorio — non possiamo fare esperimenti controllati. La selezione di quali casi contano come «potenza emergente che sfida potenza dominante» richiede giudizi che altri storici farebbero diversamente.

La seconda critica è culturale: il modello presuppone che tutte le grandi potenze si comportino fondamentalmente allo stesso modo — come degli stati-nazione westfaliani in competizione razionale per il potere. Ma la Cina — come argomenta Arlacchi, e come sostengono anche analisti non simpatizzanti con Pechino — ha una tradizione di governance e di proiezione esterna radicalmente diversa. Applicare Tucidide alla Cina potrebbe essere come applicare le leggi della prospettiva rinascimentale a una miniatura giapponese: i risultati sono distorti.

La terza critica è sistemica: nel mondo contemporaneo esistono vincoli al conflitto che nel V secolo a.C. non esistevano. La deterrenza nucleare — la certezza che un conflitto diretto tra superpotenze porterebbe alla distruzione reciproca garantita (MAD: Mutual Assured Destruction — distruzione reciproca assicurata) — ha cambiato il calcolo strategico in modo radicale. Nessun generale razionale pianifica una guerra diretta tra USA e Cina sapendo che potrebbe finire con ordigni atomici. Questo non elimina il rischio di conflitti per procura o errori di calcolo, ma riduce il rischio di guerra intenzionale.

La quarta critica è economica: la interdipendenza economica tra Cina e Stati Uniti è di una profondità senza precedenti nella storia. Le due economie sono intrecciate a livelli che renderebbero una guerra economicamente catastrofica per entrambe. Questa non è una garanzia assoluta — nel 1914 anche Gran Bretagna e Germania erano grandi partner commerciali — ma è un vincolo reale.

VII. Riflessioni sul futuro: si può uscire dalla trappola?

Siamo dunque destinati alla guerra? La risposta più onesta è: non necessariamente. Ma la probabilità di conflitto — diretto o per procura, militare o economico, cinetico o cyber — è più alta di quanto fosse trent’anni fa. E la finestra per evitarlo si stringe.

Ci sono almeno tre scenari possibili per i prossimi due decenni:

Il primo scenario è la «Guerra fredda 2.0»: le due potenze competono duramente ma evitano il conflitto diretto attraverso linee rosse chiare, meccanismi di crisi, e una divisione del mondo in sfere di influenza. È lo scenario relativamente più gestibile, ma richiede una capacità diplomatica che entrambi i governi hanno mostrato finora in modo intermittente.

Il secondo scenario è la «Multipolarità gestita»: il declino relativo degli USA e la crescita cinese sono accompagnati dall’emergere di altre potenze — India, Unione Europea, Brasile, Turchia — che moltiplicano gli assi del conflitto ma anche le possibilità di mediazione. In questo scenario, nessuna potenza è abbastanza dominante da imporre la propria volontà, e la necessità di coalizioni induce compromessi.

Il terzo scenario è la «Trappola che si chiude»: una crisi — Taiwan, una disputa nel Mar Cinese Meridionale, un incidente informatico attribuito a uno dei due governi — innesca una spirale che nessuno riesce a fermare. Non necessariamente una guerra nucleare, ma un conflitto convenzionale devastante le cui conseguenze globali sarebbero imprevedibili.

Canfora ha ragione quando dice che «la guerra non è mai davvero inevitabile: lo diventa quando la paura, l’avidità e l’accecamento impediscono di riconoscere che il vero nemico non è la crescita altrui, ma la propria incapacità di costruire un ordine mondiale ragionevole». È un avvertimento che vale per Washington quanto per Pechino.

La trappola di Tucidide non è una profezia. È un campanello d’allarme. Il fatto che lo sentiamo suonare così forte, oggi, dovrebbe renderci vigili — non rassegnati.

VIII. Conclusione: Atene o Sparta?

C’è un’ultima ironia nella storia che stiamo raccontando. Sparta vinse la guerra del Peloponneso. Sconfisse Atene. Conquistò il primato nel mondo greco. Ma duecento anni dopo, quando il mondo occidentale cercò i propri valori fondativi — la filosofia, la democrazia, la tragedia, la scienza — non si voltò verso Sparta. Si voltò verso Atene.

Le potenze che scelgono la via della pura forza — il modello «Super-Sparta» — possono vincere battaglie. Ma rischiano di perdere la memoria del mondo. La storia ricorda Pericle e Socrate, non i comandanti spartani.

Questo non è un argomento contro la difesa, contro il realismo politico, contro la necessità di essere forti. È un argomento contro l’idea che la forza sia sufficiente — che la militarizzazione totale di una società possa essere anche la sua aspirazione più alta.

La vera domanda che la trappola di Tucidide ci pone non è «chi vincerà?» — ma «che tipo di mondo vogliamo abitare?». E a quella domanda non rispondono i generali. Rispondono i cittadini, gli intellettuali, i poeti, i giudici — tutte figure che una società militarizzata impara gradualmente a mettere a tacere.

Tucidide scrisse la sua storia perché i posteri capissero. Aveva visto la grande Atene umiliarsi e distruggersi da sola, trascinata da passioni che la ragione avrebbe potuto fermare. La sua speranza — e la nostra — è che la storia non si ripeta come tragedia, e nemmeno come farsa.

*** (Nota finale)

Eraclito contro Confucio: una trappola anche filosofica

Nel materiale di ricerca che accompagna questo articolo figura un saggio di Paolo Bottazzini intitolato Eraclito e Confucio, che merita uno spazio autonomo per chi voglia approfondire la dimensione filosofica del problema. Bottazzini affronta la trappola di Tucidide non solo come storico o politologo, ma come filosofo: si chiede se lo schema interpretativo che sottende il concetto non tradisca un pregiudizio culturale profondissimo, radicato nell’alba stessa del pensiero occidentale.

Il punto di partenza è il frammento 53 di Eraclito: «Il Conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni li ha fatti essere dèi, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri liberi.» La guerra, per i Greci, non è un evento eccezionale che irrompe nella vita ordinaria quando ogni negoziazione ha fallito: è l’arché — il principio ordinatore — dell’essere stesso. Von Clausewitz ne è l’erede moderno più esplicito: se la guerra può essere descritta come «la prosecuzione della politica con altri mezzi», è perché il senso comune occidentale ha già normalizzato la belligeranza come regola di vita e come metodo di gestione dei rapporti tra gli Stati. Hobbes compie il passo definitivo: la legittimità dello Stato stesso viene fondata sul monopolio della violenza.

Vale la pena notare, in questo contesto, che Xi Jinping afferma di aver letto Petrarca, Marx e Dante — il padre della lingua italiana, che scrisse in quel volgare illustre — il fiorentino elevato a lingua comune — la cui prima grande fioritura poetica era avvenuta alla corte dell’illuminato Federico II di Svevia, un secolo prima di lui. Non è un dettaglio ornamentale: è il segnale di una leadership che si pensa e si presenta come portatrice di una civiltà, non solo di uno Stato.

Il confronto con la figura «quasi stilizzata, quasi ascetica» di Xi rispetto agli stili più clamorosamente muscolari della politica occidentale dice qualcosa di reale sulla differenza di registro culturale tra i due mondi — senza che questo debba tradursi in ingenuità geopolitica.

La tradizione cinese, mostra Bottazzini seguendo Pino Arlacchi nel suo La Cina spiegata all’Occidente, è costruita su una logica radicalmente opposta. Il modello della vita nobile non è il guerriero ma l’intellettuale, il funzionario formato attraverso esami severissimi. Il Wen — sapere e moralità — governa il Wu — la forza — e può cedere il passo a quest’ultimo solo quando ogni altra risorsa è esaurita. Sun Tzu lo formula con una precisione che lascia poco spazio all’equivoco: «Ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità.» Siamo agli antipodi di Clausewitz. La vittoria senza spargimento di sangue — per via diplomatica, commerciale, culturale — è il vero obiettivo.

Ne consegue, secondo Bottazzini, che la trappola di Tucidide è prima di tutto uno schema occidentale proiettato sull’esterno: l’America — e con essa gran parte della comunità scientifica europea — è «intossicata da una visione hollywoodiana della storia e della geografia», per cui storici greci vengono trattati come colleghi di dipartimento e generali cinesi come funzionari dello stesso ministero. Applicare Tucidide alla Cina significa presumere che Pechino pensi il conflitto come Washington, il che è precisamente ciò che la tradizione cinese nega.

È proprio qui, però, che il ragionamento di Arlacchi mostra una tensione che Bottazzini non intende tacere. Se la superiorità del modello cinese — fondato sulla meritocrazia e non sul suffragio — diventa la conclusione dell’argomento, si finisce per svalutare la democrazia elettorale come strumento di governo. Ed è su questo punto che Bottazzini avanza la sua obiezione più originale e scomoda.

Bottazzini infatti non si ferma alla difesa della specificità cinese. Il suo saggio contiene anche una critica che merita di essere ascoltata con attenzione, perché non risparmia nemmeno Arlacchi. Lo scetticismo di quest’ultimo verso il meccanismo elettorale — la democrazia come ostacolo allo sviluppo reale della libertà individuale — finisce per avvicinarsi, per strade opposte, alle conclusioni del liberismo più radicale: Milton Friedman e il Cato Institute escludono esplicitamente il suffragio universale e le elezioni multipartitiche dai criteri di «libertà umana». Arlacchi e Friedman muovono da premesse filosofiche inconciliabili, eppure arrivano allo stesso punto: la democrazia elettorale è un intralcio. In entrambi i casi si approva la libertà di azione di un’élite le cui decisioni sono tanto più efficaci quanto meno vengono sottoposte allo scrutinio pubblico.

La conclusione di Bottazzini è secca e amara: «Pace, prosperità, libertà, democrazia non si sono mai trovate su piani tanto separati quanto oggi. E, spesso, in conflitto tra loro.»

È una frase che non offre consolazioni. Ma è forse il punto più onesto a cui può arrivare chi prenda sul serio sia la sfida cinese sia i limiti del modello occidentale: non l’apologia dell’uno o dell’altro, ma la constatazione che nessuno dei due sistemi ha ancora trovato il modo di tenere insieme, senza sacrificarne alcuno, i quattro beni che ogni civiltà degna di questo nome dovrebbe garantire.

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