Ernst Bloch: filosofo della speranza

Argomento: idee, filosofia, politica, Marx

Un pensatore che ha insegnato a una generazione intera che il futuro abita già nel presente


C’è un pensiero indomabile, che rifiuta di scegliere tra il rigore della teoria e la forza del desiderio, tra il materialismo politico e la visione poetica del mondo. È il pensiero di Ernst Bloch, filosofo tedesco vissuto tra il 1885 e il 1977, la cui opera — immensa, inclassificabile, a tratti scomoda — continua a interrogarci con una pertinenza che il tempo non ha scalfito.

Che cos’è l’ontologia, e perché cambia tutto

Prima di entrare nel cuore del suo pensiero, vale la pena chiarire una parola che torna spesso a proposito di Bloch: ontologia. Dal greco ón (essere) e lógos (discorso, studio), l’ontologia è la branca della filosofia che si occupa dell’essere in quanto tale — non di questo o quell’ente particolare, una pietra, un uomo, uno Stato, ma della struttura profonda di ciò che esiste. Che cosa significa davvero essere? Che cosa c’è al fondo della realtà?

La risposta a questa domanda non è astratta: determina come si concepisce la libertà, la storia, la possibilità stessa che il mondo cambi. L’ontologia classica — da Aristotele a Tommaso d’Aquino — tende a pensare l’essere come qualcosa di stabile, compiuto, dato. Il reale è ciò che è, nella sua pienezza attuale. Il possibile — ciò che potrebbe essere ma non è ancora — occupa un gradino inferiore, quasi un’imperfezione. Questa ontologia ha storicamente giustificato l’ordine costituito: se il reale è il compiuto, allora ogni cambiamento radicale è una deviazione.

Bloch compie un gesto filosofico di straordinaria audacia: rovescia questa gerarchia e fa del possibile una categoria ontologica primaria. Il suo nome tecnico per questo orizzonte è Noch-nicht-Sein, il Non-ancora-essere — una dimensione reale, non immaginaria, che abita ogni cosa esistente come il suo futuro incompiuto. La realtà non è mai chiusa su sé stessa; ogni momento storico contiene latenze, energie sopite, possibilità non ancora germinate che attendono condizioni favorevoli per manifestarsi.

Una vita tra esilio e speranza

Ernst Bloch nasce nel 1885 a Ludwigshafen, cittadina industriale renana, in una famiglia ebraica della piccola borghesia. L’ambiente è grigio, operaio, privo di ornamenti — e forse proprio per contrasto nutre in lui un’immaginazione potente, quasi visionaria. Studia filosofia a Monaco e Würzburg, si avvicina presto agli ambienti dell’espressionismo tedesco, stringe amicizie che segneranno la sua vita: Georg Lukács, con cui il rapporto sarà di profonda affinità e poi di dolorosa rottura; Walter Benjamin, con cui condivide anni parigini di ricerca e ristrettezze; Siegfried Kracauer, compagno di una generazione che sente il vecchio mondo borghese crollare e cerca un pensiero all’altezza della catastrofe.

Fugge dalla Germania nazista nel 1933, vaga per la Svizzera, la Francia, la Cecoslovacchia, approda negli Stati Uniti dove vive anni di grande difficoltà materiale — eppure è proprio in quegli anni americani, tra il 1938 e il 1947, che scrive la sua opera più grande, Il principio speranza. Tre volumi, un’impresa titanica, portata a termine in condizioni di precarietà quasi assoluta.

Dopo la guerra torna nella Germania Est, convinto che la Repubblica Democratica possa incarnare qualcosa del suo progetto. Ma nel 1961, mentre si trova a Ovest per un convegno, il Muro di Berlino viene costruito nel giro di poche ore. Bloch decide di non tornare. Si stabilisce a Tubinga, dove insegna fino alla morte e dove diventa un punto di riferimento affettuoso e vivace per i movimenti studenteschi del Sessantotto — un padre spirituale inatteso, generoso, che accoglie i giovani con entusiasmo e curiosità sincera.

Ha conosciuto la perdita, l’umiliazione dell’esilio, la delusione politica. Ha amato: la sua terza moglie, Karola Piotrkowska — conosciuta negli anni Trenta, sposata nel 1934 — è rimasta al suo fianco per tutta la vita, curandone l’opera e la memoria con dedizione straordinaria. Bloch ha avuto il dono delle amicizie profonde e della stima di pensatori tra i più grandi del suo tempo. Gli hanno voluto bene, e lui ha restituito quell’affetto con la generosità di chi sa che il pensiero non vive nell’isolamento.

La speranza non è un sentimento: è la struttura del reale

Il cuore del pensiero blochiano è la nozione di speranza — ma attenzione: non la speranza come stato d’animo soggettivo, come attesa priva di fondamento, come conforto dei deboli. Bloch parla di una dotta speranza, un’espressione volutamente paradossale: la speranza non si oppone alla conoscenza, ne è la forma più alta. È un dinamismo del nostro stesso vivere, qualcosa che non lascia l’essere umano mai in quiete.

La speranza, per Bloch, è orientata all’avanti — non al lassù. Questa distinzione è cruciale. Il lassù è un altrove assoluto, irraggiungibile, separato dalla storia: è l’utopia astratta, che sogna mondi perfetti senza fare i conti con le condizioni reali in cui viviamo. L’avanti invece conserva un rapporto stretto col punto di partenza, con ciò che esiste, con le contraddizioni vive del presente. Sognare in avanti significa leggere nel presente le tracce di un futuro che è già, in qualche modo, all’opera — non come destino inevitabile, ma come possibilità reale.

Il filosofo usa una distinzione illuminante tra due corsi del marxismo che ha chiamato corrente fredda e corrente calda. La corrente fredda è l’analisi materialistica della storia: il lavoro paziente, rigoroso, spesso ingrato di comprendere i rapporti sociali, le strutture economiche, le leggi dello sviluppo storico. La corrente calda è la spinta utopica, il desiderio di un mondo a misura umana, l’entusiasmo che dà forza all’analisi e la porta con sé nel mondo. Bloch non sceglie tra le due: insiste che soltanto la loro unione produce pensiero all’altezza della realtà. L’analisi senza entusiasmo è sterile; l’entusiasmo senza analisi è cieco.

Attendere o conseguire: la speranza come azione

C’è una sfumatura nel pensiero di Bloch che i suoi commentatori più acuti hanno voluto precisare — e che arricchisce la comprensione della sua filosofia in modo decisivo. La speranza rischia, se mal intesa, di diventare una forma di attesa passiva: si aspetta che il futuro venga, che le condizioni maturino, che la storia faccia il suo corso. Ma questa non è la speranza blochiana.

I Greci avevano due verbi per dire due cose profondamente diverse. Hupomèno — attendere, ma anche sopportare, subire — descrive chi sta nel mondo come chi aspetta che qualcosa accada. Lambàno — conseguire, impadronirsi, accogliere attivamente — descrive chi sta nel mondo come soggetto che agisce, che prende in carico il reale, che costruisce. L’essere umano, nella prospettiva aperta da Bloch e dai suoi interpreti più fecondi, non è un essente-per-attendere, ma un essente-per-conseguire.

Questo significa che il futuro non viene incontro all’uomo dall’esterno: è l’uomo stesso che, agendo, lo porta nel presente. La speranza non è contemplazione: è la forma più alta dell’agire. E l’agire umano, a differenza del semplice comportamento biologico, è sempre anche autoriflessivo — cioè, mentre trasforma il mondo, trasforma anche sé stesso. Dietro l’oggetto che si desidera, c’è sempre il desiderio di diventare qualcosa di diverso da ciò che si è. Il fare è sempre, in qualche misura, un costruirsi.

Di qui una delle intuizioni più originali e politicamente fertili del pensiero blochiano: cambiare le strutture sociali ed economiche è necessario, ma non sufficiente. Accanto alla rivoluzione delle istituzioni, occorre ciò che Bloch chiama una rivoluzione antropologica — trasformazione dell’essere umano stesso, dei suoi desideri, dei suoi modi di pensare e di stare al mondo. Il marxismo ortodosso credeva che la seconda seguisse automaticamente dalla prima: togli lo sfruttamento, e l’uomo nuovo verrà da sé. Bloch rovescia questa certezza: la trasformazione dell’umano non è una conseguenza meccanica del cambiamento economico, è un compito separato, che deve essere pensato, voluto, praticato. E, in un senso profondo, è la condizione perché il cambiamento delle strutture non si avviti su sé stesso.

Il cammino verso Marx: i filosofi arabi come passaggio decisivo

Per capire come Bloch arrivi a Marx attraverso i filosofi arabi medievali, bisogna capire il problema che lo ossessiona: come pensare una materia che non sia inerte, meccanica, morta — la materia dei materialisti volgari — ma viva, dinamica, gravida di possibilità?

Aristotele aveva distinto tra materia e forma: la materia è potenza (dynamis), la forma è atto (enérgeia). Ma nella tradizione scolastica cristiana questa distinzione viene irrigidita: la materia diventa puro ricettacolo passivo, la forma principio attivo che viene dall’alto. Il corpo obbedisce all’anima, la natura obbedisce alla ragione divina. Il dualismo metafisico diventa gerarchia sociale.

È qui che entrano Avicenna (Ibn Sīnā, 980–1037) e Averroè (Ibn Rushd, 1126–1198). Bloch li legge con passione nel suo Avicenna e la sinistra aristotelica — un piccolo capolavoro che è anche, come ogni sua opera, una confessione filosofica. Avicenna rilegge Aristotele insistendo sulla materia come fonte e non solo come ricettacolo: la materia porta in sé le forme come disposizioni latenti, come energie in attesa. La parola latina mater — grembo, matrice — non è per Bloch casuale: la materia è generatrice, non passiva. Averroè spinge ancora oltre: l’intelletto potenziale, quella parte della mente intrecciata col corpo e con l’immaginazione, non è proprietà individuale ma è comune all’intera specie umana. Pensare non è un atto privato: è una facoltà condivisa, collettiva, materialmente radicata.

Da questa tradizione araba — passando per Giordano Bruno e la sua natura naturans, per Spinoza e la sostanza unica come sorgente di tutto ciò che esiste — si giunge a Marx. Nei Grundrisse, il lavoro vivo (die Quelle, la fonte) si contrappone al lavoro morto cristallizzato nel capitale: la materia dinamica dei filosofi arabi è diventata, attraverso secoli di pensiero, la forza-lavoro che il capitalismo tenta di ridurre a merce.

Il diritto naturale come motore rivoluzionario

C’è un aspetto del pensiero di Bloch che sorprende anche chi lo conosce bene: la sua rivalutazione del diritto naturale — cioè di quell’insieme di diritti che spettano all’essere umano in quanto tale, indipendentemente da qualsiasi legge scritta o potere costituito — come forza rivoluzionaria più potente delle stesse utopie sociali.

L’obiettivo delle utopie sociali, dice Bloch, è la felicità: costruire istituzioni che garantiscano il benessere, ridurre la sofferenza, distribuire equamente le risorse. Tutto ciò è necessario. Ma il diritto naturale punta a qualcosa di diverso e più radicale: la dignità. Il camminare eretti. Il fatto che nessuna schiena si curvi dinanzi a nessun trono. Questa esigenza — che gli esseri umani non siano piegati, umiliati, ridotti a strumenti — è per Bloch il nucleo incandescente di ogni rivoluzione autentica.

La distinzione che Bloch riprende dal giurista settecentesco Christian Thomasius è illuminante: tra norma agendi — la norma imposta dall’alto, il diritto sanzionato dall’autorità — e facultas agendi, la capacità di agire propria del soggetto, il diritto vissuto come potenza e non come concessione. Una rivoluzione che sostituisca alla logica del divieto la logica dell’intervento diretto, dell’autoorganizzazione, della democrazia concreta — questa è, per Bloch, la posta politica del giusnaturalismo recuperato criticamente.

Bloch e il Sessantotto: le basi di una generazione

La generazione del 1968 trovò in Bloch qualcosa che il marxismo ortodosso non sapeva dare: il diritto al desiderio. L’ortodossia comunista — tanto quella sovietica quanto quella della sinistra tradizionale nei suoi aspetti più austeri — chiedeva disciplina, sacrificio, adesione alla linea. Il futuro era garantito dalle leggi della storia, scientificamente determinate: bisognava aspettare, organizzarsi, obbedire alla necessità storica. La speranza era al massimo una virtù strumentale.

Bloch rovescia questa impostazione con radicalità. La speranza non è un sentimento soggettivo che il militante deve controllare: è la struttura stessa della realtà storica. I sogni a occhi aperti — le utopie, le fiabe, le visioni millenarie dei contadini ribelli, le eresie medievali, le avanguardie artistiche — non sono distrazioni dalla lotta reale: sono anticipazioni concrete di ciò che potrebbe essere. Thomas Müntzer, il teologo della guerra dei contadini tedeschi del Cinquecento, è per Bloch non meno importante di Lenin: entrambi leggono nel presente le tracce di un futuro possibile.

Per i giovani del 1968, questa filosofia offriva una legittimazione teorica all’immaginazione come atto politico. Soyez réalistes, demandez l’impossible: il celebre slogan parigino è blochiano nell’anima, anche se i suoi autori non lo sapevano. Bloch dava al desiderio dignità ontologica, lo sottraeva all’accusa di ingenuità. E offriva qualcosa di più sottile: il recupero delle tradizioni ereticali e religiose come serbatoi di energia utopica, aprendo un dialogo fecondo con la teologia della liberazione, con il cattolicesimo progressista, con tutto ciò che il Concilio Vaticano II aveva messo in movimento.

Dove fu unico e inarrivabile

Nessun altro pensatore del Novecento ha tentato una sintesi di questa ampiezza: materialismo e mistica, Marx e la Cabbala ebraica, Aristotele e Müntzer, ontologia e politica, filosofia e letteratura. Questa ampiezza è al tempo stesso il suo limite — le imprecisioni filologiche sono reali, le forzature talvolta eccessive — e la sua grandezza irriducibile. Bloch non costruisce un sistema chiuso: costruisce un orizzonte, e gli orizzonti non si falsificano, si abitano o si abbandonano.

La sua prosa stessa è un atto filosofico: densa, visionaria, ricca di immagini, deliberatamente resistente alla riduzione in formule. Leggere Bloch assomiglia più all’ascolto di una sinfonia che alla lettura di un trattato. E questa non è debolezza: è la conseguenza coerente di una filosofia che rifiuta di separare il pensiero dall’esperienza vissuta, il concetto dall’emozione, la teoria dalla speranza.

Cosa leggere: i testi indispensabili

Il punto di accesso più immediato è Il principio speranza: tre volumi imponenti che possono intimidire, ma che si prestano anche a letture parziali e non lineari — si può cominciare dal secondo volume, dedicato alle utopie sociali e politiche, o dal terzo, che affronta la speranza religiosa. Per chi vuole incontrarlo in modo più agile, Lo spirito dell’utopia — il suo primo libro, del 1918, scritto con prosa quasi espressionista — conserva intatta tutta la sua forza visionaria. Avicenna e la sinistra aristotelica è il testo più denso filosoficamente, ma anche il più affascinante per chi voglia capire il suo rapporto con la tradizione. Thomas Müntzer, teologo della rivoluzione è invece il libro in cui politica e teologia si fondono nel modo più appassionante. Per chi voglia approfondire il tema del diritto naturale, Diritto naturale e dignità umana offre la chiave politica più diretta del suo pensiero.

Come ricordarlo e omaggiarlo

Il modo migliore per avvicinare Bloch è leggerlo, anzitutto. Ma anche praticandolo: coltivando quella capacità di leggere nel presente le tracce di un futuro possibile che è il gesto fondamentale del suo pensiero. In un’epoca come la nostra, in cui la critica è spesso afasica — sa dire no ma non sa immaginare un altrove — il pensiero blochiano conserva una vitalità che pochi suoi contemporanei possono vantare.

Lo si onora anche recuperando la sua fiducia nell’immaginazione collettiva come forza politica reale. Non come evasione, non come consolazione, ma come dotta speranza: conoscenza che non rinuncia al calore, analisi che non dimentica il desiderio, pensiero che non si stacca dal fare.

E ricordando che quest’uomo, che aveva perso quasi tutto — la patria, la lingua, gli amici, le illusioni politiche — non ha mai smesso di sperare, non come gesto sentimentale ma come atto di fedeltà al reale. Perché il reale, per Bloch, è sempre più grande di ciò che appare. Contiene in sé, latente, ciò che non è ancora — ma che può diventare. Il non-essere-ancora degli uomini costituisce il punto di forza dell’intera realtà, perché coincide con quella fame d’essere che spinge l’uomo verso l’avanti del tempo: non come chi attende che qualcosa accada, ma come chi sa che il futuro lo costruisce lui stesso, passo dopo passo, con le mani e con la mente.

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