Argomento: esperimento politico – geopolitica
Öcalan, Rojava: storia, attualità e futuro
Esistono popoli che la storia non ha mai smesso di ignorare, pur essendo reali, presenti, vivi. I Curdi sono uno di questi. Quaranta milioni di persone — forse più — distribuite tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, con una lingua propria, una cultura millenaria, una memoria collettiva forte, e tuttavia senza uno Stato che le rappresenti. Questa assenza non è fortuita: è il risultato di precise scelte geopolitiche compiute un secolo fa, e mai davvero rimesse in discussione dalle grandi potenze.
Eppure, proprio da questa condizione di esclusione, negli ultimi decenni è nata una delle esperienze politiche più originali del mondo contemporaneo: il tentativo — cominciato nelle montagne del Kurdistan e poi concretizzato nel nord della Siria — di costruire una forma di autogoverno che superasse non solo il nazionalismo, ma anche il vecchio socialismo centralizzato, il patriarcato, la distruzione ambientale. Un tentativo che ha un nome, il Rojava, e un teorico, Abdullah Öcalan, che lo ha elaborato dalla prigione.
Questa storia merita di essere raccontata con attenzione: da dove viene, come si è sviluppata, quali contraddizioni porta con sé, e cosa rimane oggi di quella esperienza.
Una ferita aperta: il dopo Prima guerra mondiale
Per capire la questione curda bisogna tornare al 1920, anno in cui le potenze vincitrici della Prima guerra mondiale firmarono il Trattato di Sèvres per smantellare l’Impero Ottomano. In quel documento compariva, per la prima volta, la possibilità di una qualche forma di autonomia o indipendenza per il popolo curdo. Sembrava l’inizio di un riconoscimento storico.
Durò pochissimo. Nel 1923, con il Trattato di Losanna — che sancì la nascita della nuova Repubblica turca guidata da Mustafa Kemal Atatürk — quella prospettiva fu cancellata. I Curdi furono distribuiti tra i nuovi confini di Turchia, Siria, Iraq e Iran, senza che la loro presenza venisse riconosciuta come soggettività politica autonoma. Da allora, e per un intero secolo, la questione curda è diventata una delle più complesse e irrisolte del Medio Oriente.
La frammentazione non è solo territoriale. Tra i Curdi di Turchia, quelli di Iraq, quelli di Siria e quelli di Iran esistono differenze linguistiche, religiose, tribali, politiche che non vanno minimizzate.
Le lingue curde — il kurmanji, parlato prevalentemente in Turchia e Siria; il sorani, dominante in Iraq; il zazaki e il gorani, diffusi in aree minori — sono tra loro imparentate, ma non sempre intelligibili. Un Curdo di Diyarbakır e uno di Erbil non si capirebbero facilmente senza una lingua ponte. Sul piano religioso, la maggioranza è musulmana sunnita, ma esistono comunità alevite in Turchia, yazide in Iraq e Siria — una delle minoranze più perseguitate dall’ISIS —, cristiane e sincretiche antiche. Le strutture tribali e clanali, ancora molto vive specialmente in Iraq e Siria, generano lealtà che precedono e spesso scavalcano qualsiasi identità “nazionale” comune.
Politicamente, le divisioni sono ancora più profonde. Il Kurdistan iracheno ha costruito negli anni un sistema semi-statale governato da due grandi famiglie-partito — i Barzani del KDP e i Talabani del PUK —, con un’economia fondata sul petrolio, relazioni strette con la Turchia e l’Occidente, e un modello che non ha nulla in comune con il federalismo libertario di Öcalan. Tra il PKK e il KDP iracheno c’è stata addirittura guerra aperta negli anni Novanta. Non si può parlare di un fronte curdo unito.
E allora perché continuiamo a chiamarli tutti “Curdi”? Perché la parola “popolo” non richiede uno Stato, ma richiede qualcosa. E quel qualcosa esiste: una famiglia linguistica riconoscibile, una memoria storica comune di deportazioni, massacri e negazione — da Halabja alla persecuzione degli Yazidi, dalle repressioni in Iran alle proibizioni linguistiche in Turchia —, un territorio geografico che la cartografia chiama “Kurdistan” anche senza confini ufficiali, e un senso di appartenenza etnica che, pur con tutte le sue varianti, si riconosce nel nome. Questo basta per parlare di un popolo nel senso etnolinguistico e culturale del termine, che è l’unico senso non-statale e non-burocratico della parola. Una ferita comune può tenere insieme persone che parlano dialetti diversi e pregano in modi diversi: è la condizione di chi vive dentro le strategie degli Stati degli altri.
Il PKK e Öcalan: dalla guerriglia alla teoria
Nel 1978, in Turchia, nasce il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, noto con l’acronimo PKK. È un’organizzazione marxista-leninista, nazionalista curda, armata. Il suo obiettivo iniziale è uno: un Kurdistan indipendente e socialista. La guerra con lo Stato turco inizia negli anni Ottanta e dura decenni, provocando oltre quarantamila morti tra militari, guerriglieri e civili.
Il fondatore e leader del PKK è Abdullah Öcalan. La sua figura è complessa e non va semplificata. Il primo PKK aveva aspetti duri e controversi: culto della leadership, disciplina rigida, uso della violenza, eliminazione di dissidenti interni. La repressione turca fu reale e durissima — con torture documentate da Amnesty International e Human Rights Watch — ma esistono anche documentazioni di atti violenti del PKK contro civili.
Poi, nel 1999, la svolta. Öcalan viene catturato grazie a un’operazione di intelligence internazionale e trasferito sull’isola turca di Imrali, dove viene rinchiuso in isolamento.
In quella cattura l’Italia porta una responsabilità che non va dimenticata. Il 12 novembre 1998 Öcalan era arrivato a Roma, dopo aver dovuto lasciare la Siria sotto pressione turca. Aveva diritto all’asilo politico: il Tribunale di Roma stava esaminando la sua richiesta, e l’avrebbe poi accolta — ma troppo tardi. Il governo italiano, guidato allora da Massimo D’Alema, cedette alle pressioni di Turchia e Stati Uniti e lo convinse ad andarsene, nonostante la procedura di asilo fosse ancora aperta. La formula scelta fu quella dell’«allontanamento volontario»: il giorno prima di partire Öcalan firmò una lettera in cui dichiarava di lasciare l’Italia di sua spontanea volontà. Nessuno credette davvero a quella lettera. Dopo sessantacinque giorni in Italia, il 16 gennaio 1999, partì per Nairobi. Il 15 febbraio i servizi segreti turchi, con il supporto della CIA, lo catturarono durante un trasferimento dall’ambasciata greca in Kenya all’aeroporto. Era la fine della sua libertà. Non lo sarebbe stata, come vedremo, della sua elaborazione politica.
Molti leader in carcere irrigidiscono le proprie idee. Öcalan fa il contrario: le rielabora profondamente.
Durante gli anni di prigionia studia, scrive, riflette. Entra in contatto con il pensiero di Murray Bookchin, teorico americano del municipalismo libertario — la proposta, cioè, di fondare la democrazia non sullo Stato centrale ma sulle comunità locali, i comuni, le assemblee di quartiere. Legge antropologia, ecologia politica, femminismo. E arriva a una conclusione che rovescia le sue premesse iniziali: non serve costruire un nuovo Stato curdo. Serve qualcosa di diverso.
Il confederalismo democratico: che cos’è davvero
La nuova proposta politica di Öcalan si chiama confederalismo democratico. Il nome può sembrare tecnico, ma l’idea è comprensibile.
Occorre però precisare subito il suo raggio reale: Öcalan si rivolge principalmente ai Curdi di Turchia e, in seguito, di Siria. Il suo progetto non nasce come proposta per tutto il mondo curdo. Il Kurdistan iracheno, ad esempio, non seguirà quella strada — sceglierà il modello opposto, quello dell’autonomia statale convenzionale. Il confederalismo democratico è una risposta alla situazione specifica di chi non ha mai avuto petrolio da vendere né confini da difendere: solo la propria presenza, ostinata e negata.
Il confederalismo democratico non vuole creare uno Stato curdo con confini, esercito, capitale e burocrazia. Vuole invece costruire una rete di autonomie locali: comuni di quartiere o di villaggio dove si discutono i problemi concreti — l’acqua, la scuola, la distribuzione delle risorse, la sicurezza — che mandano poi delegati a consigli più ampi, a loro volta federati in strutture regionali. Il potere, in questo modello, sale dal basso verso l’alto, non scende dall’alto verso il basso.
I pilastri di questa proposta sono chiari: democrazia dal basso; pluralismo etnico e religioso; parità radicale tra uomini e donne; ecologia sociale — cioè il riconoscimento che la crisi ambientale e la crisi sociale sono legate; economia comunitaria e cooperativa; convivenza tra popoli diversi senza assimilazione forzata.
Öcalan arriva anche a sostenere che il patriarcato — il dominio maschile strutturato nelle relazioni sociali e familiari — non è un problema secondario da affrontare dopo la rivoluzione economica. È una radice del dominio più antica del capitalismo stesso. La prima colonizzazione, sostiene, è stata quella delle donne. E una rivoluzione che lascia intatto il patriarcato non è vera rivoluzione: è solo un cambio di amministrazione del potere.
Queste idee trovano un punto di riferimento teorico anche nelle ricerche dell’antropologa Riane Eisler, che nel suo saggio fondamentale ha documentato come le società mediterranee preistoriche fossero organizzate su modelli cooperativi e matriarcali, prima delle invasioni di popoli guerrieri che trasformarono queste culture in società patriarcali e gerarchiche. Öcalan riprende questo filo per sostenere che la gerarchia non è destino biologico: è storia, e la storia può cambiare.
Il Rojava: un laboratorio nella guerra
Queste idee, sviluppate in anni di prigionia, trovano applicazione concreta in un luogo improbabile: il nord della Siria, in mezzo alla guerra civile.
Il Rojava — parola che in curdo significa semplicemente «occidente», riferendosi alla parte occidentale del Kurdistan geografico — nasce dal 2012 in poi, quando lo Stato siriano di Assad, travolto dalla guerra, si ritira da alcune aree curde del nord. Le forze politiche legate al PYD (Partito dell’Unione Democratica) e le sue milizie YPG e YPJ cominciano a costruire un sistema di autogoverno. Il nome ufficiale diventerà poi Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord e dell’Est.
Non si tratta di uno Stato curdo. Questo è un punto fondamentale. Il Rojava comprende arabi, siriaci, assiri, armeni, turcomanni, yazidi — una comunità yazida, minoranza religiosa duramente perseguitata dall’ISIS. Si presenta come esperimento plurale, fondato sulla convivenza tra popoli diversi, non sul nazionalismo etnico.
La struttura concreta prevede comuni locali e consigli di quartiere; co-presidenze uomo-donna — ogni carica viene ricoperta contemporaneamente da un uomo e una donna; assemblee femminili autonome con poteri propri; cooperative agricole e artigianali; scuole multilingue; un sistema di giustizia orientato alla conciliazione più che alla punizione.
Le YPJ, le milizie femminili curde, diventano celebri in tutto il mondo durante la guerra contro l’ISIS. Ma il loro significato, nel quadro del Rojava, non è solo militare: rappresentano la rottura concreta del patriarcato, la prova visibile che la liberazione femminile non è uno slogan.
La resistenza di Kobane, nel 2014-2015, trasforma il Rojava da esperimento locale a simbolo internazionale. Quella città, assediata per mesi dall’ISIS e infine liberata con enormi sacrifici, diventa per molti nel mondo la dimostrazione che un’altra politica è possibile.
Bisogna però essere onesti sulle contraddizioni. Il Rojava nasce in guerra, sotto embargo turco, con risorse scarsissime. La struttura militare non può non pesare sulla struttura politica: chi vuole essere orizzontale e partecipativo deve anche difendersi dagli eserciti. Ci furono accuse di egemonia politica del PYD, di difficoltà per le opposizioni interne, di arruolamenti forzati in alcuni periodi. L’economia restò più mista e di sopravvivenza che socialista nel senso pieno. Non era un paradiso, ma era qualcosa di raro: un tentativo reale.
La geopolitica: gli Stati e i Curdi
Nessun esperimento politico vive nel vuoto. Il Rojava è stato circondato da potenze molto concrete, con interessi molto concreti.
La Turchia è il paese che più teme il progetto curdo autonomo. Ankara considera il PKK un’organizzazione terrorista — come anche gli Stati Uniti e l’Unione Europea — e vede in ogni forma di autogoverno curdo una minaccia alla propria integrità territoriale. Erdogan teme soprattutto una cosa: che il Rojava siriano diventi un modello contagioso per i Curdi turchi, incoraggiando richieste di autonomia all’interno della Turchia stessa. Per questo ha attaccato militarmente le forze curde in Siria più volte.
Gli Stati Uniti hanno sostenuto militarmente le SDF (Forze Democratiche Siriane, l’alleanza guidata dalle forze curde) nella guerra contro l’ISIS. Senza quel sostegno, il Rojava probabilmente non avrebbe retto. Ma Washington non ha mai garantito un vero futuro politico autonomo ai Curdi: li ha usati come alleato militare efficace, bilanciando sempre questo rapporto con le esigenze della Turchia, alleata NATO. Questa è la maledizione storica dei popoli senza Stato: combatti, resisti, vinci battaglie decisive, e poi altri decidono il tuo futuro al tavolo negoziale.
La Russia ha sostenuto lo Stato siriano e ha guardato al Rojava con pragmatismo puro: nessun interesse a sostenere un’autonomia che indebolisse troppo Damasco. L’Iran teme il contagio autonomista sulla propria popolazione curda. Il Kurdistan iracheno, pur essendo l’unico esempio già consolidato di autonomia curda istituzionale, è un modello molto diverso dal Rojava: più legato a famiglie dominanti, petrolio, rapporti economici con la Turchia, assetti tribali. Tra i due esperimenti curdi non c’è sempre solidarietà.
Va aggiunto un elemento materiale decisivo: il territorio controllato dalle SDF conteneva giacimenti petroliferi, dighe e campi agricoli strategici — il nord-est siriano produceva oltre l’80% del petrolio dell’intero Paese. Chi controlla petrolio, acqua e grano controlla la possibilità stessa di uno Stato. Questo spiega perché Damasco non poteva accettare a lungo una Siria senza il suo nord-est.
Lo scioglimento del PKK e la situazione attuale
Nel febbraio 2025, da Imrali, Öcalan lancia un appello storico: il PKK deve deporre le armi e sciogliersi. La stagione della guerriglia deve finire. Tra il 5 e il 7 maggio 2025, il PKK tiene una conferenza e annuncia la dissoluzione e la fine della lotta armata, dopo oltre quarant’anni di conflitto con la Turchia. È un passaggio storico enorme.
Ma lo scioglimento del PKK non chiude automaticamente la questione curda. Rimangono aperti molti nodi: il destino dei combattenti, i meccanismi del disarmo, le garanzie politiche per la popolazione curda in Turchia, il riconoscimento delle istanze culturali e linguistiche.
In Siria, il quadro è altrettanto delicato. Dopo la caduta del regime Assad nel dicembre 2024 e l’ascesa del nuovo governo guidato da Ahmad al-Sharaa, Damasco ha cercato di reintegrare il nord-est siriano. Nel marzo 2025, governo siriano e SDF hanno firmato un accordo per integrare istituzioni civili e militari del Rojava nello Stato siriano, inclusi valichi, aeroporti e risorse energetiche. Nel gennaio 2026 nuovi accordi di cessate il fuoco e integrazione graduale hanno lasciato però aperte molte questioni: il grado di autonomia residua, il destino delle strutture femminili, le garanzie culturali e politiche, il ruolo dei comuni locali.
Alcuni analisti europei hanno parlato apertamente di «smantellamento del quasi-Stato curdo». Il Rojava come struttura autonoma separata sembra fortemente ridimensionato. Ma non è detto che sia cancellato come cultura politica. Potrebbe sopravvivere in forma più debole dentro una Siria ricentralizzata, oppure trasformarsi in rivendicazione federale, municipale, culturale e femminile. Le idee non si smantellano con gli accordi diplomatici.
Che cosa resta: l’eredità di un esperimento
È possibile parlare di socialismo, a proposito del Rojava? Sì, ma non nel senso novecentesco classico. Non stiamo parlando di partito unico, pianificazione centrale, nazionalizzazione totale. Stiamo parlando di qualcosa di diverso: un socialismo comunitario, libertario, femminista ed ecologico. Un socialismo che non chiede prima di tutto chi possiede i mezzi di produzione, ma come è distribuito il potere nella vita quotidiana.
Il Rojava ha mostrato che si può cercare di rispondere, nello stesso tempo, a cinque crisi storiche: la crisi dello Stato-nazione; la crisi del socialismo autoritario; la crisi della democrazia rappresentativa, sempre più ridotta al solo atto del voto; la crisi del patriarcato; la crisi ecologica. Nessun altro esperimento politico recente aveva posto queste cinque domande insieme, in modo così esplicito e strutturale.
Non ha risposto definitivamente a nessuna. Ma le ha rese visibili.
Nel materiale teorico elaborato dal movimento curdo c’è un’intuizione che merita attenzione: l’estetica del percorso — il come si fa la politica — determina l’etica del risultato — che tipo di società si costruisce. Non si può costruire una società orizzontale con metodi verticali. Non si può liberare costruendo nuove catene. Come ricordava Paulo Freire: «Quando l’educazione non è libertaria, il sogno dell’oppresso è diventare oppressore».
Questa intuizione non appartiene solo ai Curdi. È una delle domande fondamentali della politica del nostro tempo: è possibile una rivoluzione che non riproduca nuovi dominatori? Il Rojava non ha risolto questo problema, ma lo ha posto con una concretezza rara.
Il lettore può trovare un approfondimento opportuno di questo tema in un mio articolo pubblicato precedentemente: “La forma è già destino”
Gli scenari davanti a noi
Guardando avanti, si delineano percorsi diversi. Il primo, forse il più probabile nell’immediato, è quello dell’integrazione controllata: il nord-est siriano viene assorbito nello Stato siriano, con qualche garanzia culturale e linguistica, ma senza reale autonomia politica. Il secondo è quello dell’autonomia negoziata: i Curdi ottengono una forma limitata di autogoverno locale, con scuole, lingua, amministrazioni municipali e quote politiche, dentro una Siria federale o comunque decentrata. Il terzo, il più pessimistico, è la restaurazione centralista: Damasco riprende tutto, limita il pluralismo curdo e riduce il Rojava a memoria storica, con il rischio di riaprire conflitti. Il quarto è la nuova destabilizzazione: se gli accordi saltano per le pressioni di Turchia, milizie locali, rivalità arabe e curde, o interventi esterni, il nord-est può tornare teatro di guerra.
Quale scenario si realizzerà dipenderà in larga misura da fattori che sfuggono al controllo dei Curdi stessi: le priorità di Washington, le ambizioni di Ankara, la tenuta del nuovo governo siriano, le dinamiche tra Russia e potenze occidentali. Questa è la condizione strutturale dei popoli senza Stato: il proprio futuro viene negoziato altrove.
Eppure sarebbe sbagliato concludere cinicamente che allora tutto è inutile. La storia insegna che le idee sopravvivono alle sconfitte militari. La Comune di Parigi del 1871 durò 72 giorni ed è ancora oggi un riferimento per chi pensa a forme diverse di democrazia. I comuni zapatisti del Chiapas, assediati e ridotti, continuano a esistere. Le cooperative dei Sem Terra brasiliani, nate in condizioni impossibili, sono oggi i maggiori produttori di riso biologico del Paese.
Conclusione: la domanda che resta
La vera eredità del Rojava, al di là del suo esito immediato, è una domanda: è possibile costruire una politica fondata più sulla partecipazione che sulla delega?
Le democrazie moderne vivono una contraddizione crescente: molti votano, pochi decidono davvero, quasi nessuno partecipa continuamente. La distanza tra chi governa e chi è governato si allarga. La sfiducia cresce. Il populismo — la promessa di un capo che parla direttamente al popolo saltando le istituzioni — è la risposta demagogica a un problema reale.
Il Rojava ha tentato, almeno in parte, di ridurre questa distanza. Di costruire una politica che cominciasse dal villaggio, dal quartiere, dalla donna, dalla lingua, dall’acqua, dal pane, dalla scuola. Non dal palazzo del potere.
Non sappiamo se quella strada riuscirà a sopravvivere. Sappiamo però che ha riaperto il problema fondamentale del nostro tempo. E i problemi aperti, anche quando sembrano chiusi dalla forza, tornano. I Curdi lo sanno bene: sono un popolo che aspetta da un secolo. E che, nell’attesa, non ha smesso di inventare.

Elaborazione grafica frutto della mia immaginazione