L’identità (italiana)

Argomento: chi siamo – progetto da continuare – politica

I. La parola e il suo abuso

La parola «identità» viene pronunciata continuamente. Nei discorsi politici, nelle campagne elettorali permanenti, nei bar, sui social, nei proclami sulla patria, sui confini, sul popolo, sulle radici, sulle tradizioni da difendere e sui nemici che le minacciano. È una parola che circola a grande velocità, spesso senza passare dal pensiero.

Gli slogan più abusati non si contano. Difendere l’identità. Perdita di identità. Radici identitarie. Popolo e identità. Frasi pronunciate con sicurezza da chi raramente si ferma e si chiede: che cosa significa davvero questa parola? Esiste un’identità italiana unica, stabile, vera, immobile nel tempo? Oppure ciò che chiamiamo «identità» è il risultato di una lunghissima storia di incontri, processi di amalgama, fusioni, conflitti, migrazioni e trasformazioni?

Raramente le parole più usate sono anche quelle più pensate. Anzi: spesso accade il contrario. Quanto più una parola circola, tanto più si svuota, si logora, diventa guscio sonoro al servizio di chi la adopera. E «identità» è oggi forse la parola più abusata del dibattito pubblico italiano.

Questo breve saggio non è un manifesto. Non è un pamphlet. È un tentativo di prendere quella parola sul serio: di scomporla, studiarla, ricostruirla storicamente e antropologicamente. Di rispondere, con la serietà che il tema richiede, a una domanda fondamentale: che cos’è l’identità italiana? Esiste? Da quando? Da dove viene? Come si è formata? E soprattutto: è davvero ciò che tanti oggi proclamano?

II. Che cosa significa «identità»

La parola deriva dal latino tardo identitas, costruito a partire da idem: «lo stesso», «il medesimo». L’idea originaria è quella della continuità, della permanenza, di qualcosa che resta riconoscibile nel tempo nonostante i mutamenti esterni.

Il Vocabolario della Crusca e il dizionario Treccani concordano nel definire l’identità come ciò che rende un individuo o un gruppo uguale a sé stesso, distinguibile dagli altri, riconoscibile attraverso caratteri costanti. Ma appena si passa dalla grammatica alla storia, tutto si complica.

Perché nessun essere umano resta identico a sé stesso per tutta la vita. E nessun popolo attraversa i secoli senza mutare. La filosofia lo sa bene: già Eraclito insegnava che non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume. Lo sa la sociologia, che distingue tra identità personale — il senso individuale di continuità — e identità collettiva, che è sempre una costruzione sociale, negoziata tra memoria, mito e potere.

Lo sa la psicologia: Erik Erikson ha mostrato come l’identità individuale non sia data alla nascita ma si costruisca per stadi, attraverso crisi, rotture e ricomposizioni. E lo sa l’antropologia, per la quale l’identità di un gruppo è sempre relazionale: si definisce rispetto all’altro, al diverso, allo straniero.

L’identità, dunque, non è una pietra immobile. Somiglia piuttosto a un fiume: mantiene un nome, una continuità, un riconoscimento, ma l’acqua che lo compone cambia continuamente. Chi la descrive come una purezza originaria da conservare intatta tradisce, forse inconsapevolmente, una fondamentale ignoranza storica. O, peggio, consciamente o inconsciamente, ne fa strumento deliberato di manipolazione.

III. La geografia come destino

Prima ancora di parlare di popoli, lingue o culture, occorre guardare la forma della terra che abitiamo. La penisola italiana è una lingua di roccia e collina protesa nel cuore del Mediterraneo: uno stivale circondato per tre lati dal mare, che la sua stessa geografia ha reso, da sempre, strutturalmente aperta.

Il Mediterraneo non è mai stato una barriera. È stato, per millenni, un’autostrada. Fenici, Greci, Cartaginesi, Egizi, Arabi navigavano quelle acque con la stessa naturalezza con cui oggi si percorrono le autostrade europee. La penisola stava nel mezzo: punto di arrivo e di partenza, crocevia tra l’Africa del Nord, l’Oriente, la Grecia e l’Europa continentale.

Al Nord, le Alpi potevano sembrare uno sbarramento. Ma non lo erano: ogni valico è stato attraversato. Celti, Unni, Longobardi, Franchi, Tedeschi, Austriaci e Napoleone sono passati di là. Persino con gli elefanti. Al Sud, il breve tratto di mare che separa la Sicilia dall’Africa ha visto secoli di traffici, conquiste e convivenze.

Una penisola come questa quasi impedisce l’isolamento. E questo ha significato, per migliaia di anni, un incessante flusso di persone, merci, lingue, idee, religioni e geni. E ricchezza. Chi parla di «identità italiana» come di qualcosa di chiuso e puro dimentica — o finge di dimenticare — che questa terra è stata, per vocazione geografica, uno dei luoghi più permeabili e plurali del mondo conosciuto. E lo ripeto: la nostra ricchezza. Ricordate la Repubblica veneta o Marco Polo?

IV. Chi c’era prima: le popolazioni originarie

Quando si parla di «originari» bisogna procedere con grande cautela, perché la stessa nozione di autoctonia è scientificamente problematica. Nessuna popolazione è caduta dal cielo sul territorio che occupa. Ogni gruppo umano è il risultato di migrazioni precedenti.

Quando parliamo di nativi, diamo nomi a gruppi che riteniamo siano stati i primi su un lembo di terra, ma siamo certi, con prove, che abbiano visto la luce in quel posto e non che vi sono arrivati?

Detto questo, la protostoria italiana presenta già un mosaico straordinariamente complesso. Nella penisola vivevano, tra gli altri: i Liguri a nordovest; i Celti nella pianura padana — che i Romani chiamarono Gallia Cisalpina, «la Gallia di qua dalle Alpi» —; i Veneti a nordest; gli Etruschi in Toscana e Lazio settentrionale, un popolo dalla lingua non del tutto decifrata e di probabile origine anatolica; i Latini nel Lazio centrale; i Sanniti, Umbri e Sabini nell’Appennino; i Messapi e i Dauni in Puglia; i Bretti e i Lucani nel Sud profondo; i Siculi, i Sicani e gli Elimi in Sicilia.

Già questa lista — incompleta — mostra quanto fosse articolata la penisola prima dell’espansione romana e delle colonizzazioni greca e fenicia. Lingue diverse, organizzazioni sociali diverse, credenze diverse. Alcuni di questi popoli, come gli Etruschi, avevano raggiunto livelli di civiltà straordinari. La loro arte, la loro architettura, le loro pratiche religiose hanno lasciato tracce profonde nella cultura romana che poi li avrebbe assorbiti.

V. Le grandi contaminazioni del Sud

A partire dall’VIII secolo avanti Cristo, il Sud della penisola e la Sicilia divennero teatro di una delle più straordinarie esperienze di contaminazione, o se vogliamo di stratificazione culturale dell’antichità.

I Fenici, navigatori e mercanti provenienti dall’attuale Libano, fondarono scali commerciali lungo le coste siciliane e sarde. Cartagine estese la propria influenza sulla Sicilia occidentale per secoli, fino allo scontro definitivo con Roma nelle Guerre Puniche. I Greci colonizzarono massicciamente il Sud della penisola e la Sicilia orientale, tanto che i Romani chiamarono quei territori Magna Graecia. Siracusa, Taranto, Crotone, Agrigento, Reggio, Napoli — allora Neapolis, «città nuova» — erano città greche fiorenti. In esse nacquero o lavorarono Archimede, Pitagora, Empedocle, Gorgia.

Secoli dopo, con l’espansione islamica, la Sicilia visse un’esperienza ancora più straordinaria. Tra il IX e l’XI secolo, sotto il dominio arabo, l’isola divenne uno dei centri culturali più avanzati del Mediterraneo: introduzione degli agrumi, del cotone e dello zucchero di canna; nuove tecniche di irrigazione; fioritura della scienza, della poesia e della filosofia. Poi arrivarono i Normanni — guerrieri vichinghi ormai romanizzati — che conquistarono la Sicilia senza cancellarla. Il loro regno nel XII secolo fu forse il più cosmopolita d’Europa, dove latino, greco, arabo ed ebraico convivevano nella stessa corte, senza dimenticare l’arabo siciliano popolare, parlato nelle campagne, e il greco bizantino locale, sopravvissuto nelle comunità cristiane orientali.

Tutta questa stratificazione è ancora leggibile: nell’architettura arabo-normanna di Palermo, nei cognomi di origine greca o araba diffusi nel Meridione, nella cucina siciliana che porta i segni di ogni civiltà che ha attraversato l’isola. Chi parla di «purezza meridionale» ignora — o rimuove — questa storia.

VI. Le grandi contaminazioni del Nord

Se il Sud è stato attraversato prevalentemente da popoli mediterranei e orientali, il Nord ha conosciuto ondate successive di popoli provenienti dall’Europa continentale e dal mondo germanico.

I Celti occuparono la pianura padana a partire dal V secolo avanti Cristo. Il loro insediamento fu profondo: lasciarono toponimi (Milano viene da Mediolanum, nome celtico), tecniche metallurgiche, pratiche religiose. I Romani li integrarono gradualmente.

Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente nel 476 d.C., i Longobardi invasero la penisola nel 568 e vi si stabilirono durevolmente, lasciando tracce nel diritto, nella lingua — molte parole italiane hanno radice longobarda: guerra, guardia, banca — e nella toponomastica. I Franchi di Carlo Magno, nell’VIII-IX secolo, riconfigurarono i rapporti di potere e crearono le premesse per la futura divisione tra Stato pontificio e territori imperiali.

Nei secoli successivi, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci: ogni dominazione ha lasciato tracce nelle istituzioni, nel diritto, nell’arte, nell’architettura, nella lingua. Il cosiddetto «barbaro» era spesso portatore di una cultura propria, a volte più vitale di quella degli «assaliti». Il mito del barbaro distruttore è quasi sempre una semplificazione ideologica.

VII. Roma: la prima grande sintesi

In questo scenario di frammentazione e pluralismo, Roma rappresenta la prima e più potente macchina di sintesi che la penisola abbia mai conosciuto.

L’espansione romana non fu semplicemente una conquista militare. Fu un processo di integrazione progressiva: i popoli sconfitti venivano via via incorporati, le loro élite romanizzate, le loro lingue soppiantate dal latino, le loro divinità assorbite nel pantheon romano. La cittadinanza romana — estesa a tutti gli abitanti liberi dell’Impero con l’Editto di Caracalla del 212 d.C. — fu uno strumento politico di coesione senza precedenti nella storia antica.

Il diritto romano, la lingua latina, le infrastrutture (strade, acquedotti, fori), l’esercito come vettore di mobilità sociale: questi furono i pilastri di un’identità imperiale che, per la prima volta, tentò di omogenizzare un territorio vastissimo. Ma anche Roma era già il risultato di stratificazioni: il latino aveva assorbito elementi oschi, umbri, greci. La religione romana aveva incorporato culti orientali, egizi, persiani.

Con la caduta dell’Impero, quella sintesi si frantumò. Ma la memoria di Roma rimase. Per secoli la penisola avrebbe guardato a quella grandezza come a un modello perduto. Il diritto romano, attraverso la Chiesa e le università medievali, sarebbe sopravvissuto fino a diventare il fondamento dei sistemi giuridici europei moderni.

VIII. Perché gli uomini si uniscono e si dividono

Scorrendo questa storia millenaria, una domanda si impone: perché i popoli a volte si fondono e a volte si combattono? Perché l’integrazione è possibile in certi momenti e impossibile in altri?

Le forze che spingono gli esseri umani a unirsi sono molteplici: la lingua comune, che permette la comunicazione e la trasmissione della cultura; la religione condivisa, che crea un orizzonte simbolico collettivo; gli interessi economici, che legano mercanti, artigiani e contadini in reti di scambio; la paura di un nemico comune, forse la più potente di tutte; le istituzioni, che codificano la convivenza in leggi e procedure; i miti fondativi, le narrazioni che danno senso alla storia collettiva.

Ma esistono anche forze contrarie, altrettanto potenti: la diseguaglianza economica, che divide chi ha da chi non ha; il localismo, che chiude le comunità in sé stesse; le ambizioni delle élite, che usano le divisioni per mantenere il potere; le differenze culturali e religiose, quando vengono trasformate da ricchezze in minacce; le ideologie, quando diventano strumenti di esclusione.

L’Italia ha conosciuto entrambe queste forze nella loro massima intensità. È stata unificata dall’Impero romano ed è stata lacerata per secoli dalla frammentazione in decine di stati, principati, signorie. Ha prodotto il Rinascimento — uno dei momenti più alti della civiltà umana — in un contesto di guerre fratricide tra città-stato. Ha conosciuto l’unità nazionale nel 1861, quando la grande maggioranza degli italiani non parlava italiano ma dialetto, e non aveva alcun senso di appartenenza nazionale.

IX. La molteplicità delle forme di governo

Un aspetto che colpisce chi studia la storia della penisola è la straordinaria varietà di forme politiche che si sono succedute nel corso dei secoli. Quasi ogni esperimento immaginabile di organizzazione del potere ha trovato qui una realizzazione.

Monarchie, tirannie, oligarchie, democrazie dirette nelle poleis greche della Magna Grecia, res publica romana con i suoi consoli e il Senato, Impero, Papato come potere temporale, comuni medievali, signorie, principati, ducati, regni, dominazioni straniere, dittatura novecentesca, repubblica democratica.

Ognuna di queste forme ha costruito una diversa idea di appartenenza collettiva. Nella Repubblica romana, l’identità era quella del civis romanus — il cittadino romano —, definita da diritti e doveri. Nell’età dei Comuni medievali (XII-XIV secolo), l’identità era quella del membro della comunità urbana, fiera della propria autonomia. Nelle signorie e nei principati, si era sudditi di un signore, identificati dalla sua casata più che da un territorio o una lingua.

Per secoli — quasi fino alla metà del Novecento — la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola non sono stati cittadini ma sudditi: privi di diritti politici, esclusi dalle decisioni, soggetti a poteri che non avevano scelto. L’idea stessa di «cittadino», nel senso moderno, è recentissima nella storia italiana.

X. Le religioni e le identità

Nessun elemento ha plasmato le identità collettive quanto la religione. E la storia religiosa della penisola italiana è tutto fuorché monolitica.

Prima del Cristianesimo, la penisola era attraversata da un pluralismo religioso straordinario. Il paganesimo romano era già di per sé sincretico — nel senso tecnico di fusione di elementi provenienti da tradizioni diverse — e aveva assorbito divinità greche, orientali, egizie. I culti misterici — Iside, Mitra, Cibele — erano diffusissimi nell’Italia imperiale. Le comunità ebraiche erano presenti a Roma e in molte città della penisola da prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C.

Il Cristianesimo si affermò progressivamente, diventando religione ufficiale dell’Impero con Teodosio nel 380 d.C. Ma non senza lotte interne: le eresie — dall’arianesimo al catarismo, dal donatismo al valdismo — hanno attraversato la storia cristiana come tensioni irrisolte tra versioni diverse dello stesso messaggio.

Con la conquista araba della Sicilia (IX secolo d.C.), l’Islam divenne religione di governo su parte del territorio italiano. Con i Normanni e Federico II di Svevia, la Sicilia divenne uno spazio di convivenza tra cristiani, musulmani ed ebrei, unico nel Medioevo europeo.

La Chiesa cattolica ha certamente esercitato un primato culturale e politico immenso sulla penisola. Ma non ha mai cancellato del tutto la diversità. Ha dovuto adattarsi ai poteri politici che si succedevano, negoziare, scendere a compromessi, incorporare elementi pagani nelle feste e nei santi locali. La religiosità popolare italiana è ancora oggi un impasto di devozione cattolica, superstizioni antichissime e riti di origine pagana.

XI. Il corpo porta la storia — DNA e identità

Ogni identità collettiva attraversa non soltanto la cultura, ma anche i corpi delle persone che la compongono. Millenni di migrazioni, invasioni, commerci e mescolanze hanno lasciato tracce biologiche negli abitanti della penisola, accanto alle tracce linguistiche, religiose e artistiche.

La genetica delle popolazioni — la disciplina scientifica che studia la distribuzione e le variazioni del patrimonio genetico tra gruppi umani — ha rivoluzionato la nostra comprensione della preistoria. Il grande scienziato italiano Luigi Luca Cavalli-Sforza, con la sua opera monumentale Storia e geografia dei geni umani (1994, con Paolo Menozzi e Alberto Piazza), ha mostrato che le popolazioni europee sono il risultato di stratificazioni migratorie antichissime: dai cacciatori-raccoglitori del Paleolitico ai primi agricoltori neolitici provenienti dall’Anatolia, dalle ondate di popoli delle steppe indoeuropee alle migrazioni storiche documentate.

Per la penisola italiana i dati sono eloquenti. La popolazione italiana appare, negli studi genetici, come una delle più eterogenee d’Europa. Vi sono differenze significative tra Nord e Sud, tra Sicilia e Sardegna. Il DNA degli italiani porta apporti mediterranei, centroeuropei, balcanici, mediorientali e nordafricani, in proporzioni variabili da regione a regione.

Questo non significa che esistano «razze pure». Anzi: la genetica moderna ha definitivamente demolito l’idea biologica rigida di razza. Le variazioni genetiche all’interno di un gruppo cosiddetto «razziale» sono sempre maggiori delle variazioni tra gruppi diversi. La categoria biologica di razza non esiste: esiste la variazione genetica continua tra le popolazioni, senza confini netti.

La scienza è molto cauta nel collegare direttamente patrimonio genetico e carattere morale, cultura politica o valore umano. Come ha mostrato il neuroscienziato Antonio Damasio, il comportamento umano nasce sempre da un’interazione complessa tra biologia, educazione, ambiente, relazioni sociali, storia vissuta. L’epigenetica — la branca della biologia molecolare che studia come l’ambiente modifica l’espressione dei geni senza alterarne la sequenza — ha mostrato che perfino i traumi collettivi possono lasciare tracce biologiche trasmissibili. Ma questo non è determinismo: è complessità.

Il corpo porta la storia. Ma nessun DNA contiene da solo una civiltà.

XII. Il Risorgimento e l’unità: un’identità costruita

Nel 1861, dopo secoli di frammentazione, la penisola si unì in uno Stato nazionale. Fu un evento straordinario, frutto di guerre, diplomazia, cospirazioni e idealismo risorgimentale. Ma fu anche una costruzione in larga parte artificiale. La frase attribuita a Massimo d’Azeglio — «Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani» — sintetizza lucidamente il problema.

Al momento dell’unità, secondo stime storiche largamente condivise, meno del 3% della popolazione parlava l’italiano standard. Il resto parlava dialetti, spesso reciprocamente incomprensibili. Un contadino piemontese e un pescatore calabrese non condividevano né la lingua, né le tradizioni, né i riferimenti culturali, né il sistema economico.

Il nazionalismo italiano del Risorgimento — elaborato da intellettuali come Mazzini, Gioberti, Cattaneo — era un’invenzione nobile e necessaria, ma era appunto un’invenzione, nel senso che lo storico Eric Hobsbawm ha dato a questo termine: una tradizione inventata, costruita selezionando e a volte fabbricando elementi del passato per creare un senso di continuità e appartenenza. Roma, il Rinascimento, Dante: patrimoni reali, ma selezionati e riplasmati per servire un progetto politico presente.

Questo non è un giudizio negativo: ogni identità nazionale ha questa struttura. Ma è importante saperlo – e non dimenticarlo -, per non confondere una costruzione storica con una realtà naturale e immutabile.

XIII. Il fascismo e la mistificazione identitaria

Tra tutte le strumentalizzazioni dell’identità nella storia italiana, quella fascista è la più grave, la più sistematica e la più devastante nelle conseguenze. Ed è anche la più necessaria da capire, perché i suoi echi risuonano ancora oggi, spesso in forme meno vistose ma non meno pericolose.

Il fascismo mussoliniano costruì la sua ideologia attorno a un’idea di identità nazionale radicalmente falsificata. La romanità divenne un’ossessione retorica: l’Italia fascista si presentava come erede diretta dell’Impero romano, in una continuità biologica e spirituale che non aveva alcun fondamento storico serio. I littori, le aquile, i saluti romani, le parate, il culto del Duce come nuovo Cesare: tutto questo era spettacolo al servizio di una menzogna identitaria.

Con le Leggi razziali del 1938, il regime fece un passo ulteriore e tragico: trasformò la mistificazione identitaria in persecuzione. Gli ebrei italiani — presenti nella penisola da oltre duemila anni, perfettamente integrati, molti dei quali patrioti risorgimentali e combattenti nella Grande Guerra — vennero dichiarati «stranieri» alla nazione, espulsi dalle scuole, dalle professioni, dalla vita pubblica, infine deportati e uccisi.

Lo storico Emilio Gentile, notevole studioso del fascismo come fenomeno di religione politica — espressione con cui si intende la trasformazione della nazione in un oggetto di culto, con i propri riti, i propri martiri, i propri dogmi — ha mostrato come il regime costruisse un’identità collettiva fondata sull’esclusione e sulla menzogna. Hannah Arendt ha spiegato come il totalitarismo distrugga la pluralità umana — quella condizione per cui ogni essere umano è unico e irripetibile — riducendo la moltitudine a massa, le persone a funzioni, le identità complesse a identità semplici e violente.

L’idea fascista di identità non era soltanto sbagliata storicamente. Era moralmente criminale. E non è finita con la fine del fascismo. I suoi schemi mentali — la purezza originaria, lo straniero come minaccia, il passato mitico come modello, la complessità come tradimento — continuano a circolare, vengono alimentati in forme diverse, nel discorso pubblico contemporaneo. E sui social. Chi non conosce questa storia rischia di ripeterla, inconsapevolmente o no.

XIV. Il 1946 e la nascita del cittadino

Il 2 giugno 1946 gli italiani votarono a suffragio universale — le donne esercitavano il diritto di voto per la prima volta nella storia della penisola — per scegliere tra monarchia e repubblica e per eleggere l’Assemblea Costituente. Fu un momento fondativo, e non è esagerato chiamarlo tale.

Con la Repubblica e la Costituzione del 1948 nasce la figura del cittadino nel senso pieno: un individuo titolare di diritti inviolabili, uguale agli altri davanti alla legge, partecipe della sovranità politica, protetto dallo Stato nei suoi diritti fondamentali — lavoro, salute, istruzione, libertà di pensiero e di espressione.

Questo è un cambiamento radicale. Per duemila anni gli abitanti di questo territorio erano stati, nella grande maggioranza, sudditi: di imperatori, re, papi, signori, conquistatori stranieri. Dal 1946 sono cittadini.

La Costituzione italiana è uno dei testi più belli e avanzati che il Novecento abbia prodotto. Non è casuale: fu scritta da persone che avevano vissuto la dittatura, la guerra, la persecuzione, la Resistenza. Sapevano cosa significa perdere la libertà. E vollero costruire un testo che la garantisse strutturalmente, con i contrappesi istituzionali, i diritti fondamentali, i principi di eguaglianza e solidarietà.

Con la Costituzione, l’identità italiana acquista una nuova dimensione: non più soltanto sangue, territorio o tradizione, ma principi condivisi, valori scelti e codificati, un progetto civile comune. Un’identità aperta, non chiusa. Un’identità che si può acquisire, non soltanto ereditare.

XV. Identità italiana o identità plurali?

Siamo arrivati alla fine di questo lungo viaggio. È il momento di rispondere alla domanda con cui siamo partiti: esiste un’identità italiana?

Sì, esiste. Ma non nel modo in cui chi la agita politicamente ci vuole far credere.

L’identità italiana non è una purezza originaria. Non è un blocco immobile tramandato intatto da qualche antenato mitico. Non è una sostanza biologica che scorre nel sangue e definisce il valore di una persona. Non è un confine da difendere contro chi arriva da fuori — perché, come abbiamo visto, «chi arriva da fuori» ha sempre costruito questo Paese tanto quanto chi c’era prima.

L’identità italiana è una stratificazione. È il risultato di millenni di incontri, fusioni, conflitti, adattamenti, creazioni. È greca e latina, etrusca e longobarda, normanna e araba, spagnola e austriaca. È cattolica e pagana, laica e devota, rivoluzionaria e conservatrice. È plurale per costituzione, non per errore.

Ci sono, naturalmente, elementi che attraversano questa complessità e la tengono insieme: la lingua italiana; una memoria storica condivisa, fatta di luci e ombre; un patrimonio artistico e culturale di valore mondiale; una tradizione giuridica che risale al diritto romano; e, dal 1948, una Costituzione che definisce chi siamo come comunità politica. Ma questi elementi non escludono, non chiudono, non purificano. Sono fondamenta su cui costruire, non muri da erigere.

Il problema contemporaneo. Oggi la parola «identità» è diventata uno dei principali strumenti della politica più rozza e demagogica. Viene agitata per suscitare paura, per creare nemici, per raccogliere voti. «La nostra identità è minacciata.» Da chi? Dagli immigrati, di solito. Dagli stranieri. Da chi è diverso per lingua, religione, colore della pelle.

Ma se si è letto quanto precede, si capisce immediatamente il grado di falsificazione storica che questa retorica comporta. La penisola italiana ha sempre accolto — ed è stata costruita da — popolazioni diverse. Greci e Fenici, Arabi e Normanni, Longobardi e Svevi erano tutti, a loro tempo, «stranieri» che «minacciavano l’identità» dei residenti precedenti. E sono diventati italiani. Hanno fatto l’Italia.

Chi usa oggi il concetto di identità per escludere, per discriminare, per costruire muri — fisici o simbolici — non sta difendendo la storia italiana. La sta tradendo. Sta operando esattamente come operava la propaganda fascista: selezionando dal passato ciò che è comodo, ignorando ciò che non lo è, costruendo un’immagine falsa della nazione al servizio di interessi di potere immediati e di campagne elettorali permanenti.

La pochezza intellettuale di tanta politica contemporanea sull’identità non è un fatto secondario. È un pericolo. Perché le menzogne storiche, quando vengono credute, producono conseguenze reali: esclusione, discriminazione, violenza. Lo abbiamo già visto nel Novecento. Non possiamo fingere di non saperlo.

Il rigore scientifico e storico non è un lusso per accademici. È una necessità civile. Non si può partecipare responsabilmente alla vita democratica senza conoscere, almeno nei tratti essenziali, la storia e la complessità del Paese in cui si vive. Chi parla di identità senza questa conoscenza parla a vanvera. E chi lo fa consapevolmente, per fini elettorali, mente deliberatamente ai propri concittadini.

L’identità italiana è una storia lunga migliaia di anni. Merita rispetto. Merita studio. Non merita di essere ridotta a slogan.

XVI. L’identità come cantiere: in divenire, non in difesa

C’è però un ultimo pensiero che vale la pena aggiungere, perché tocca qualcosa di più profondo della sola denuncia politica. Finora abbiamo detto ciò che l’identità non è: non è purezza, non è sangue, non è mito immobile. Ma che cosa è, in positivo?

È un cantiere. È un processo. È qualcosa che si costruisce continuamente, non qualcosa che si eredita già finito e si conserva sotto vetro.

Il filosofo francese Paul Ricœur — uno dei pensatori che più profondamente ha riflettuto sull’identità nel Novecento — distingueva tra due modi di essere «gli stessi»: l’idem, ciò che rimane materialmente identico nel tempo, come una statua che non cambia; e l’ipse, ciò che mantiene una promessa attraverso il tempo, restando fedele a sé stesso cambiando. Un essere umano invecchia, si trasforma, perde e acquisisce: eppure è la stessa persona. Non perché sia immobile, ma perché porta con sé una continuità di senso, una fedeltà a qualcosa di essenziale. Le identità collettive funzionano allo stesso modo.

Un’identità viva assomiglia a un organismo, non a un monolite. Un organismo cresce, si adatta, si rinnova, incorpora ciò che lo nutre e lascia andare ciò che lo soffoca. Un monolite, invece, non fa nulla di tutto questo: è duro, chiuso, impermeabile. E, alla fine, si sgretola.

L’identità italiana — quella vera, quella costruita nei secoli attraverso incontri e conflitti, invenzioni e sintesi — è sempre stata un organismo, non un monolite. È sopravvissuta alle invasioni non nonostante la contaminazione, ma grazie a essa. Si è rinnovata ogni volta che ha saputo incorporare qualcosa di nuovo senza perdere il filo della propria continuità. Lo ha fatto con il latino che assorbiva il greco, con il Rinascimento che reinterpretava l’antico, con la lingua nazionale che si costruiva sui dialetti, con la Costituzione che rifondava la convivenza dopo il disastro fascista.

Questo significa anche che l’identità non è qualcosa che si difende, come se fosse una fortezza assediata. Si difende soltanto ciò che non è più capace di crescere. Ciò che cresce non ha bisogno di essere difeso: si rinnova da sé, incorporando, trasformando, rispondendo.

E qui si apre una questione che il presente rende urgente: quella dei nuovi italiani. I figli e le figlie di immigrati nati in Italia, cresciuti nelle scuole italiane, formati dalla lingua, dalla cultura, dalla storia di questo Paese. Le seconde generazioni che conoscono Dante e la Costituzione, che tifano per la Nazionale, che sentono propria questa terra pur portando nel cognome o nel volto i segni di un’altra provenienza. Anche loro sono parte del cantiere. Anche la loro presenza — le loro domande, le loro ibridazioni, i loro contributi — appartiene alla lunga storia di stratificazioni che abbiamo raccontato in queste pagine.

Escluderli dall’identità italiana non è conservare qualcosa. È interrompere il processo che ha sempre fatto grande questo Paese. È scegliere il monolite contro l’organismo.

L’identità, dunque, non è un’eredità da custodire gelosamente, ma un progetto da continuare. Non è una risposta già data, ma una domanda sempre aperta. Non è un’arma da brandire contro qualcuno, ma un lavoro comune da fare insieme — con chi c’era prima, con chi è arrivato dopo, con chi arriverà ancora.

Questa è, alla fine, la sola idea di identità che regge alla prova della storia: non il mito della purezza, ma la fedeltà al cambiamento. Non la chiusura, ma la capacità di restare sé stessi aprendosi al mondo.

Stratificazioni di linguaggi pensando a Klee

Tempora bona venient

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