1946: come nasce una Repubblica

Argomento: storia italiana – coscienza civile – cittadini consapevoli

Questo articolo nasce dopo varie ricerche e la lettura delle Cronache dal 1946 di Marco Travaglio, pubblicate sul Fatto Quotidiano. Quattro puntate, quattro affreschi di un anno straordinario — l’anno in cui l’Italia decise, quasi per la prima volta nella sua storia unitaria, che cosa voleva diventare. È un lavoro giornalistico di grande valore, che merita di essere letto integralmente e direttamente: i lettori lo potranno cercare sul quotidiano di Travaglio. Qui ci si limita a offrire — traendo spunto da quei materiali e integrandoli con le fonti storiche che ho consultato e disponibili — una riflessione più ampia, destinata soprattutto a chi del dopoguerra italiano vuole maggiore informazione, a chi è giovane, a chi desidera capire le radici del presente.

I. Un’Italia a pezzi

Nella primavera del 1946 la guerra è finita da un anno, ma in molte città la gente cammina ancora sulle macerie. Non è una metafora: il conflitto ha distrutto sei milioni di vani abitativi. Mancano le case, le strade, i servizi pubblici. Il Comitato Interministeriale per la Ricostruzione parla di un “abbassamento del tenore di vita a livelli tali da far temere fortemente per l’esistenza stessa del popolo italiano”.

Il valore della lira è sceso in un anno ai due terzi. L’inflazione supera il 168%. Circa trecento grammi di pane al giorno per abitante, tre chili di ingredienti per minestra, cinquanta lire per un chilo di cipolle — questi i numeri della sopravvivenza quotidiana. L’autunno del 1946, racconta Travaglio riprendendo Giorgio Bocca, è popolato di figure bizzarre quanto disperate: il cantastorie, il pescatore di rane, l’attacca-catene sulle strade innevate. La fame inventa mestieri.

Eppure — ed è questo il primo paradosso straordinario — da quella miseria nasce qualcosa di duraturo. La fame non distrugge la voglia di vivere: la eccita. Il campionato di calcio riprende. Nelle piazze si balla il boogie-woogie, ritmo importato dall’America che il fascismo aveva proibito. Nei cinema escono Paisà di Roberto Rossellini e Sciuscà di Vittorio De Sica. Il neorealismo — cioè l’arte che guarda la realtà negli occhi senza abbellirla — nasce proprio perché quella realtà è troppo potente per essere ignorata.

La grande arte italiana del Novecento non fugge la realtà: la guarda negli occhi. Ed è lì che trova la propria forza.

Questa lezione vale ancora. Le culture più vive non nascono dall’abbondanza: nascono dalla necessità. La letteratura resistenziale, Primo Levi, Pasolini, Sciascia — tutti sono figli di una ferita storica che non si lascia coprire.

II. La monarchia muore senza gloria

“Abdico alla corona d’Italia in favore di mio figlio Umberto di Savoia, principe di Piemonte”.

Con queste sedici parole, alle dodici del 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele III pone fine a quarantasei anni di regno. La cerimonia è rapida, quasi di nascosto, nella villa reale di Posillipo, dove il vecchio re si è ritirato da oltre un anno dopo aver nominato il figlio Umberto luogotenente del Regno. Niente scorte, una vecchia Fiat 1100. Quello stesso giorno alle 19.40 si imbarca sull’incrociatore Duca degli Abruzzi verso l’esilio in Egitto.

È un addio senza dignità — e non è casuale. La monarchia sabauda porta su di sé responsabilità storiche precise e gravissime: aveva consegnato il potere a Mussolini nel 1922, accettando di essere usata come sigillo di legittimità per la dittatura. Aveva firmato le leggi razziali del 1938, lasciando che migliaia di cittadini italiani venissero classificati come esseri di seconda categoria. L’otto settembre 1943, dopo l’armistizio, aveva abbandonato Roma e fuggito verso Brindisi nel caos più totale, lasciando l’esercito senza ordini, il Paese senza guida.

L’abdicazione tardiva di Vittorio Emanuele è una manovra politica, non un gesto nobile. Si tratta di separare la propria figura — ormai irrecuperabile — da quella del figlio Umberto II, sperando che il figlio abbia qualche chance di salvare la corona al referendum. Non funziona.

Il 2 giugno 1946 gli italiani — anche le donne, che votano per la prima volta nella storia d’Italia — scelgono la Repubblica con 12.718.019 voti contro 10.718.502. Il margine è più stretto di quanto si ricordi nella retorica successiva: poco più di due milioni di voti. Il Sud, rimasto più distante dalla guerra civile partigiana e più legato alle strutture tradizionali di potere, vota in maggioranza per la monarchia. Il Nord industriale e la Toscana scelgono la Repubblica. Ma la somma decide: l’Italia smette di essere un regno.

Le istituzioni sopravvivono solo se mantengono credibilità morale. Quando il potere perde dignità, la sua forma esteriore non basta più a salvarlo.

Umberto II, il cosiddetto “re di maggio” per il brevissimo regno, resiste. Non vuole andarsene. Chiede di attendere il verdetto della Cassazione, accusa irregolarità nello scrutinio. De Gasperi, presidente del Consiglio, lo informa “dolorosamente sorpreso” della sconfitta. Alla fine, il re parte per Lisbona. Dirà poi: “Le monarchie sono come i sogni. O si ricordano subito, o non si ricordano più”.

III. La Repubblica nasce da un compromesso tra nemici

Il 25 giugno 1946 è il grande giorno dell’inaugurazione dell’Assemblea Costituente. La presiede il socialista Giuseppe Saragat. Il 28 giugno si deve scegliere il capo provvisorio dello Stato: un meridionale per bilanciare il settentrionale Saragat ai vertici, e un profilo che potesse riconciliare le due Italie divise dal referendum. Quel meridionale è Enrico De Nicola, avvocato penalista napoletano di grande cultura giuridica, già Presidente della Camera dei Deputati dal 1920 al 1924 — l’uomo che aveva presieduto la tumultuosa seduta del 16 novembre 1922 in cui Mussolini minacciò di trasformare l’aula in un “bivacco di manipoli” — e che poi, alle prime elezioni del ’24, si era ritirato dalla vita politica per dedicarsi esclusivamente alla professione forense. Un liberale che aveva scelto il silenzio dignitoso anzié la compromissione. Accetta la carica a malincuore.

Il nuovo governo nasce il 13 luglio: 8 democristiani, 4 socialisti, 4 comunisti, 2 repubblicani, 1 indipendente. Ministro della Giustizia è Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano — lo stesso partito che in altri Paesi europei stava alimentando o subendo rivoluzioni. Ministro degli Esteri è Pietro Nenni, socialista. Presidente del Consiglio è Alcide De Gasperi, cattolico trentino formatosi nell’impero asburgico, già segretario del Partito Popolare di Don Sturzo.

Tre uomini, tre storie, tre visioni del mondo profondamente diverse. Eppure, tutti e tre capiscono — forse proprio perché hanno visto la guerra civile, la dittatura, la miseria — che nessuno può distruggere l’altro senza distruggere anche il Paese. E che la priorità non è vincere la battaglia politica immediata: è costruire le istituzioni entro cui le battaglie si possano combattere senza fucili.

È importante capire bene questo punto perché oggi la parola “compromesso” è quasi sempre usata in senso negativo, come sinonimo di tradimento o opportunismo. Nel 1946 invece il compromesso fu civiltà politica. Significò letteralmente: evitare che l’Italia diventasse una Grecia in guerra civile, una Spagna lacerata, una Jugoslavia pronta alla rivoluzione. Significò che nemici politici accettarono regole comuni. E da quelle regole comuni uscì la Costituzione.

La democrazia non nasce quando tutti sono d’accordo. Nasce quando nemici politici accettano regole comuni pur restando nemici.

La Costituzione italiana che entra in vigore il 1° gennaio 1948 è figlia di questo incontro improbabile. Vi confluiscono la cultura cattolica del personalismo — la corrente filosofica che pone la persona umana, nella sua integralità, come valore superiore a qualsiasi Stato o struttura collettiva — il socialismo con la sua attenzione ai diritti del lavoro e alla funzione sociale della proprietà, il liberalismo democratico con le sue garanzie di libertà individuali. È un documento equilibrato proprio perché nessuno riuscì a imporlo intero: ciascuno cede qualcosa, ciascuno ottiene qualcosa. Il risultato resiste ancora oggi.

IV. La politica nasce dalla fame, non dalle ideologie

C’è una tentazione ricorrente nella narrazione del dopoguerra: descriverlo come una stagione romantica di ideali, di bandiere, di parole alte. È una tentazione a cui bisogna resistere. La realtà del 1946 è molto più materiale e molto più dura.

Il 3 ottobre 1946, con due morti e 150 feriti, si chiude con un accordo importantissimo il grande sciopero nazionale: sei mesi di blocco dei salari minimi, 12 giorni di ferie pagate, festività infrasettimanali. Il risultato viene dall’incontro tra Confindustria e Cgil — la confederazione sindacale che in sé riunisce le tre grandi anime del sindacato: la comunista di Giuseppe Di Vittorio, la cattolica di Achille Grandi, la socialista di Oreste Lizzadri.

La forza di quella stagione sindacale non nasceva dall’ideologia astratta. Nasceva dal fatto che la gente aveva fame, freddo, niente. Sindacati, PCI, DC — le forze organizzate che si imponevano sulla scena — lo sapevano benissimo: parlavano a bisogni concreti. Il pane, il lavoro, il riscaldamento, la casa, la sopravvivenza. Le ideologie vengono dopo — come linguaggio di comprensione e di mobilitazione — ma la base è sempre materiale.

Questa è una lezione di antropologia politica che vale sempre: i grandi movimenti di massa, le rivoluzioni, i cambiamenti di regime non nascono quasi mai da libri di filosofia. Nascono dalla frustrazione, dall’impoverimento, dall’umiliazione, dal senso di esclusione. Chi dimentica questo — e guarda alla politica come a un confronto tra idee — non capisce perché certi fenomeni esplodono e altri no.

V. Trieste: gli ideali si scontrano con le nazioni

Il primo banco di prova del governo di unità nazionale è amarissimo: la questione di Trieste. La Venezia Giulia — il territorio intorno a Trieste, Gorizia, Pola, Fiume, Zara — è al centro di un conflitto irrisolto. Il maresciallo Tito, leader della Jugoslavia comunista, la occupa parzialmente sin dal maggio 1945, in barba agli accordi con gli angloamericani.

Il 10 agosto 1946 a Parigi, De Gasperi parla davanti ai rappresentanti di 21 nazioni che decidono la pace. Il suo tono è grave e dignitoso: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex-nemico, che mi fa considerare imputato, e l’esser citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni…”. Critica la proposta francese che assegna Trieste alla Jugoslavia e chiede il rispetto dell’identità italiana delle popolazioni.

Togliatti si trova in una posizione straziante. Da un lato la solidarietà internazionale comunista impone sostegno alla Jugoslavia di Tito, alleato fraterno nel blocco sovietico. Dall’altro Trieste è italiana: le popolazioni parlano italiano, si sentono italiane, non vogliono essere cedute. Il 7 novembre 1946, di ritorno da Belgrado, Togliatti si autointerroga in un’intervista: “Il maresciallo Tito mi ha dichiarato di esser disposto ad acconsentire che Trieste appartenga all’Italia, qualora l’Italia consenta a lasciare alla Jugoslavia Gorizia”. La proposta viene respinta.

Il risultato finale del Trattato di pace — firmato a Parigi il 10 febbraio 1947 — prevede la cessione di Briga e Tenda alla Francia, la rinuncia a tutte le colonie d’oltremare, l’autonomia dell’Alto Adige (rivendicato dall’Austria ma rimasto all’Italia), una zona franca internazionale per Trieste che rimane in sospeso fino al 1954. Per molti italiani è una pace umiliante. La ferita di Trieste si cicatrizza lentamente.

Nessuna ideologia riesce mai a cancellare del tutto: patria, confini, lingua, memoria storica. L’internazionalismo si scontra sempre, prima o poi, con le identità nazionali.

VI. La Guerra Fredda condiziona tutto

Nel 1946 siamo già dentro l’inizio della Guerra Fredda — cioè la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, quello guidato dagli Stati Uniti e quello guidato dall’Unione Sovietica, che non si combattono mai direttamente ma si affrontano ovunque attraverso proxy — cioè soggetti interposti: alleati locali, movimenti politici finanziati, governi sostenuti dall’esterno — influenze, propaganda.

L’Italia è un caso strategicamente cruciale. È un Paese uscito sconfitto dalla guerra, devastato, con il più grande partito comunista d’Europa occidentale — il PCI di Togliatti conta un milione e mezzo di iscritti nel 1946 — e con elezioni decisive alle porte. Gli Stati Uniti capiscono subito che l’Italia non può essere “persa” all’orbita sovietica. De Gasperi lo capisce altrettanto bene: il futuro geopolitico italiano sarà occidentale e atlantico.

Togliatti invece persegue la sua strategia del “doppio binario”: al governo a Roma, nell’opposizione nelle piazze. Il PCI deve dimostrare di essere una forza nazionale, democratica, non rivoluzionaria — per non essere messa fuori legge e per conservare uno spazio politico legittimo. È una scelta che gli costerà l’accusa di tradimento sia dalla sinistra più radicale sia da chi non capisce il gioco.

Questa tensione — Italia dentro la democrazia occidentale ma con una forte componente comunista domestica — attraverserà tutta la Repubblica. Non sarà mai del tutto risolta. E comprenderla è indispensabile per capire perché certi eventi successivi — la strategia della tensione degli anni Settanta, i misteri dei servizi deviati, le trame occulte — abbiano radici così profonde nella storia istituzionale italiana.

VII. La Chiesa: la sola istituzione sopravvissuta intatta

Nei quattro articoli di Travaglio, la Chiesa cattolica non occupa il centro della scena. Eppure, è una delle grandi forze strutturali dell’Italia del 1946 — e la sua assenza relativa dal primo piano è già, di per sé, un dato storico significativo.

Dopo il crollo del fascismo, la Chiesa cattolica è la sola grande istituzione italiana sopravvissuta intatta. La monarchia è screditata. Lo Stato è distrutto. I partiti devono riorganizzarsi. Le università, i giornali, la magistratura — tutti compromessi in varia misura con il regime. La Chiesa invece possiede strutture capillari: i parroci sono ovunque, le parrocchie funzionano come centri di assistenza, mutuo aiuto, socialità. In moltissimi comuni dell’Italia rurale, la chiesa è più presente dello Stato.

Ma la Chiesa porta con sé anche un’ambiguità storica pesante. Aveva convissuto con il fascismo, firmato i Patti Lateranensi nel 1929, mantenuto nella maggior parte dei casi un prudente silenzio di fronte alle leggi razziali, scelto la via della sopravvivenza istituzionale piuttosto che la denuncia morale aperta. Ci furono sacerdoti antifascisti, resistenti cattolici, martiri — ma istituzionalmente la Chiesa aveva negoziato la propria autonomia in cambio di non-opposizione al regime.

De Gasperi capisce che questo passato va metabolizzato, non esibito. La Democrazia Cristiana deve presentarsi come cattolicesimo democratico e non clericale — integrazione dei cattolici nella modernità, non restaurazione dello Stato confessionale. È una scommessa difficile, e non sarà sempre vinta. Ma nel 1946 è l’unica strada praticabile.

Dal punto di vista più profondo, il cattolicesimo nel dopoguerra svolge anche una funzione psicologica che oggi viene sottovalutata. Milioni di persone hanno perso figli, case, marito, moglie, fratelli. I rituali religiosi — i funerali, le messe, le processioni, le feste patronali — offrono struttura emotiva, senso, continuità, comunità. In un mondo distrutto, la fede funziona anche come infrastruttura della sopravvivenza collettiva.

VIII. L’amnistia e i conti mai fatti con il fascismo

Qui entriamo nel terreno più scomodo, controverso e decisivo. Perché il 1945-46 non è soltanto liberazione, democrazia, Costituzione. È anche rimozione, continuità, compromesso, amnistia.

Il problema fondamentale era: cosa fare di un Paese che era stato fascista? Il fascismo non era stato soltanto Mussolini e i gerarchi. Era stato lo Stato intero: la magistratura, la polizia, i prefetti, l’esercito, l’università, la scuola, il giornalismo, l’imprenditoria, la burocrazia. Milioni di italiani avevano avuto rapporti col regime — per opportunismo, per paura, per convenienza, o per sincera adesione. Se si fosse davvero epurato tutto, lo Stato si sarebbe paralizzato.

La famosa “amnistia Togliatti” del giugno 1946 è l’atto più discusso di questa stagione. Togliatti, ministro della Giustizia, sceglie un’amnistia ampia: riduzione delle epurazioni, reintegrazione di moltissimi fascisti nelle strutture dello Stato, chiusura relativamente rapida della stagione punitiva. La logica è politica, non sentimentale: il PCI vuole entrare stabilmente nella democrazia italiana, deve apparire forza nazionale e non partito vendicativo.

Le conseguenze di questa scelta sono però pesanti e durature. Magistrati fascisti restano in magistratura — e molti di loro applicheranno per decenni culture giuridiche formate sotto il regime. Funzionari di polizia restano al loro posto. Prefetti sono confermati. Apparati statali rimangono largamente intatti. Cambia il regime politico; non cambia lo “Stato profondo”.

L’Italia non ha un equivalente di Norimberga — il processo con cui la Germania ha fatto i conti collettivi con il nazismo. Non c’è una vera rifondazione morale pubblica. E questo vuoto riemergerà decenni dopo: nella strategia della tensione degli anni Settanta, nelle ambiguità di settori dei servizi segreti, nella sopravvivenza culturale di mentalità autoritarie, nella difficoltà della memoria storica italiana di fare i conti davvero con il ventennio.

Nessuna società rifonda completamente sé stessa. Nemmeno dopo una dittatura. La storia reale non procede per tabula rasa: procede per compromessi, sopravvivenze, adattamenti, continuità nascoste, trasformazioni lente.

Ma attenzione alle semplificazioni. Togliatti non fa l’amnistia perché ama i fascisti o perché è cinico. La fa perché teme la dissoluzione dello Stato, il bagno di sangue, la guerra civile permanente. De Gasperi conserva gli apparati non solo per opportunismo: teme il caos amministrativo, la paralisi del Paese, il collasso economico. Sono scelte tragiche, non semplicemente morali o immorali. E ogni volta che nella storia una dittatura finisce, qualcuno deve affrontare questa domanda: quanto può spingersi la giustizia senza distruggere la possibilità della pace civile?

IX. L’Uomo Qualunque: il populismo non è una novità

C’è un personaggio del 1946 che i libri di scuola tendono a trattare come una curiosità folkloristica e che invece merita tutta l’attenzione possibile: Guglielmo Giannini, commediografo napoletano che nel 1944 ha fondato L’Uomo Qualunque, un settimanale che diventa partito e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno ottiene 1,2 milioni di voti, eleggendo 30 deputati.

Il programma qualunquista è modernissimo nel senso peggiore del termine: antipolitica, rabbia contro i partiti, sfiducia verso le élite, insofferenza fiscale, slogan semplici, disprezzo per i “professionisti della politica”. Giannini bersaglia Togliatti, Nenni, Parri — lo soprannomina “Fessuccio Parmi” — e costruisce la sua fortuna sull’esasperazione di tanti italiani per la partitocrazia, le lottizzazioni dei Cln, la retorica resistenziale. Si battezza il 10 giugno con un rito scenografico: chiesa romana, comunione, cresima e matrimonio religioso nella stessa mattina, per marcare il suo distacco dalla politica laica.

Molti credono che il populismo sia una malattia recente, introdotta dalla televisione o dai social. Non è vero. Nel 1946 esistono già tutti gli ingredienti: la distanza percepita tra popolo e istituzioni, la frustrazione per la gestione post-bellica, il senso di esclusione delle classi popolari dal potere reale, la stanchezza per un linguaggio politico troppo ideologico e troppo distante dalla vita quotidiana. Il qualunquismo si esaurisce rapidamente — il declino arriva già con le elezioni del 1948 — ma la pulsione che lo ha generato non sparisce: si incarna di volta in volta in altri soggetti.

Il populismo cresce sempre quando il popolo percepisce una distanza insopportabile tra sé e le istituzioni. Non nasce dal nulla: nasce da frustrazione, impoverimento, umiliazione, senso di esclusione.

X. Diventare cittadini: la lezione più difficile

C’è una dimensione del 1946 che rischia di passare inosservata ma che è forse la più profonda di tutte: quello è l’anno in cui gli italiani devono imparare a fare qualcosa che non hanno mai davvero fatto prima, o che hanno fatto solo brevemente e male — essere cittadini.

Per secoli gli italiani erano stati sudditi di regni e principati, poi sudditi del regno unitario, poi sudditi di una dittatura. La categoria politica di riferimento era quasi sempre quella del cliente, del fedele, del tifoso, del suddito. Non del cittadino. Il cittadino è qualcuno che vota, discute, accetta il pluralismo, convive con l’avversario, rispetta regole comuni anche quando non gli conviene.

Il 2 giugno 1946 è la prima volta nella storia d’Italia in cui le donne votano. È una rivoluzione silenziosa ma immensa. Milioni di donne che per la prima volta nella vita entrano in un seggio elettorale, ricevono una scheda, la compilano, la depositano nell’urna. I giornali consigliano loro di rinunciare al rossetto, di non macchiare la scheda. Piccola nota di costume, grande momento storico.

Ma la democrazia non nasce automaticamente dalle elezioni. È una disciplina civile — cioè qualcosa che si impara, che si pratica, che si può perdere. Gli italiani del 1946 imparano in mezzo a tensioni enormi: le lotte sindacali, la questione di Trieste, la questione morale del fascismo, la guerra civile fredda tra cattolici e comunisti. Non lo imparano facilmente o serenamente. Lo imparano litigando, sbagliando, compiendo compromessi dolorosi.

Ed è forse questa la lezione più importante per chi legge oggi. La democrazia non è una conquista definitiva che si celebra. È un esercizio continuo. Si consolida quando si pratica: quando si vota, quando si discute, quando si rispettano le istituzioni anche dissentendo da chi le governa, quando si rifiuta la tentazione di delegare tutto a un uomo solo al comando.

XI. I popoli non sono mai definitivamente perduti

Nel 1946 l’Italia sembra distrutta economicamente, moralmente, politicamente. Eppure, da quelle rovine nasceranno nei decenni successivi la Costituzione repubblicana — ancora in vigore, ancora solida nel suo impianto di fondo —, il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta, la scuola di massa, il sistema sanitario nazionale, una grande stagione culturale che ha dato all’Europa alcuni dei romanzi, dei film, delle opere architettoniche e dei contributi filosofici più significativi del Novecento. Questo non significa idealizzare il dopoguerra, né dimenticare le sue ombre — i fascisti rimasti nei ministeri, le stragi impunite, i misteri che hanno insanguinato decenni successivi. Significa capire una verità storica fondamentale: i popoli non sono mai definitivamente perduti. Possono decadere, corrompersi, sbagliare, cadere. Ma possono anche ricostruirsi.

A una condizione però: devono guardare la realtà senza miti consolatori. Senza raccontarsi storie troppo belle su sé stessi, senza costruire eroi perfetti dove c’erano uomini contraddittori, senza nascondere le colpe collettive sotto la retorica dell’orgoglio nazionale.

Ho cercato di interpretare il senso più profondo suggerito dalle mie fonti e dal lavoro di Travaglio nelle sue Cronache dal 1946: togliere la patina retorica e restituire la densità umana della storia. Non eroi senza macchia. Non demoni assoluti. Ma uomini e donne dentro un tempo tragico, che cercano di fare del loro meglio con quello che hanno — e a volte ci riescono, e a volte sbagliano, e a volte fanno scelte di cui portano la colpa per sempre.

Ed è lì — in quella zona grigia di umanità e complessità — che la storia diventa davvero utile. Non come catalogo di esempi da imitare o da evitare. Ma come allenamento della mente e della coscienza civile.

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Giustizia e libertà sempre e per tutti

Invito il lettore a segnalarmi errori di qualsiasi tipo, imprecisioni, o problematiche suscitate dalla lettura di questo testo. Ho cercato il rispetto, l’obiettività, la fedeltà storica.

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