I Persiani di Eschilo

Argomenti: Tragedia greca – filosofia e morale – religione – cultura

C’è un momento nella storia dell’umanità in cui la parola smette di essere soltanto racconto e diventa presenza. Qualcuno sale su un palco, indossa una maschera, e dice cose che nessuno osa dire nella piazza. Nasce il teatro. E con il teatro, nasce qualcosa di ancora più profondo: la capacità di una civiltà di guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo.

Quel momento ha un nome preciso: I Persiani di Eschilo, rappresentata ad Atene nel 472 a.C. È la più antica tragedia greca giunta a noi integra — non frammenti, non supposizioni: il testo intero, vivo, respirante. Prima di essa esistevano canti rituali, processioni dionisiache, danze corali. Ma I Persiani è la prima opera in cui la forma drammatica — dialogo, coro, conflitto, catarsi — si presenta compiuta, adulta, consapevole di sé stessa.

Che cos’è la tragedia?

La parola viene dal greco tragōidía — letteralmente “canto del capro”, probabilmente dalla capra sacrificata nelle feste in onore di Dioniso, dio del vino e dell’estasi. Ma il nome conta meno del fatto: la tragedia è un rito trasformato in arte, una cerimonia pubblica che pone davanti agli occhi di tutta la città le domande che nessuno osa fare da solo.

Aristotele, qualche decennio dopo Eschilo, la definì nella sua Poetica come «imitazione di una azione seria e compiuta, che attraverso pietà e terrore opera la purificazione — la catarsi, scarico emotivo, come svuotarsi di un peso che non sapevi di portare — di tali passioni». Si entra al teatro carichi di ansia, paura, rabbia. Si esce più leggeri, perché il dolore si è consumato sulla scena al posto nostro.

Ma questa è solo la meccanica. L’anima della tragedia è più profonda: è la collisione tra la libertà umana e la necessità, tra ciò che l’uomo vuole e ciò che il destino stabilisce. Il protagonista tragico non è semplicemente sfortunato: è un essere che sceglie, e che nella scelta porta in sé il seme della propria rovina.

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Lasciamo parlare Dante.

«Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.»

— Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVI

Ulisse, nell’Inferno dantesco, pronuncia queste parole prima di spingersi oltre le colonne d’Ercole — il limite che gli dèi avevano posto agli uomini. È un gesto di hybris pura, di tracotanza che sfida l’ordine del cosmo. E l’esito è la rovina. «Dante riprende, in chiave cristiana e con tutt’altra condanna morale, la stessa radice tematica: il limite che l’uomo supera a proprio rischio.»

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Come nasce il teatro: la cavea, le maschere, il coro

Il teatro greco nasce nel temenos di Dioniso — lo spazio sacro, recintato, dedicato al dio dell’estasi e della dissoluzione del sé. Il teatro fisico era il theatron, letteralmente “luogo per vedere”: una cavea semicircolare scavata nel fianco di una collina. Il Teatro di Dioniso ad Atene poteva contenere quindicimila spettatori. Quindicimila persone sedute insieme, sotto il cielo aperto, a guardare la stessa storia.

Al centro stava l’orchestra — lo spazio circolare per il coro — e poi la skené, la costruzione che faceva da fondale e da retroscena: da lì viene la nostra parola “scena”. Gli attori — al tempo di Eschilo erano solo due o tre, lui stesso introdusse il secondo come innovazione rivoluzionaria — portavano maschere. Il prosopon, letteralmente “ciò che si mette di fronte al volto”, amplificava la voce e fissava l’espressione. La maschera non nasconde: rivela. È l’iperrealismo del simbolo.

Il coro è il cuore pulsante della tragedia antica. Non è un ornamento: è la voce della collettività, il cittadino medio che commenta, piange, si spaventa. In I Persiani il coro è composto dai dignitari anziani di Susa, la capitale persiana. Quando cantano, non parlano a nome loro: parlano a nome di tutti coloro che hanno perso qualcosa alla guerra. La musica — affidata all’aulos, uno strumento a fiato simile a un oboe doppio — era onnipresente, ma non ci è pervenuta. Una delle grandi perdite della storia culturale.

La tragedia era più vicina all’opera lirica che al teatro di prosa. Qualcosa che Richard Wagner comprese benissimo, costruendo il suo Gesamtkunstwerk — opera d’arte totale, sintesi di musica, parola e scena — proprio sul modello greco.

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Un’aria per il cuore.

«Vo’ solcando un mar crudele

senza vele e senza sarte;

freme l’onda, il ciel s’imbruna,

cresce il vento, e manca l’arte.

E la dubbia mia barchetta

già s’appressa al naufragio vicin.»

— Pietro Metastasio, Artaserse (1730)

Pietro Metastasio, il grande librettista settecentesco i cui versi risuonarono in tutta Europa messi in musica da Vivaldi, Handel, Mozart, scriveva del mare come metafora dell’anima in tempesta. Senza saperlo — o forse sapendolo benissimo, da uomo di vastissima cultura classica — riprendeva l’immagine di I Persiani: il mare come il luogo dove la tracotanza trova il suo limite, il confine che non si oltrepassa impunemente.

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I Persiani: una storia di hybris

Entriamo nel vivo dell’opera. Siamo a Susa, la splendida capitale dell’impero persiano. La regina madre Atossa attende notizie del figlio Serse, che ha guidato un esercito immenso — centinaia di migliaia di uomini — contro la piccola Grecia. Arriva un messaggero. Le parole che pronuncia sono tra le più alte della letteratura mondiale.

La flotta persiana è stata distrutta a Salamina. La battaglia navale del 480 a.C. — un evento che Eschilo aveva vissuto in prima persona, come soldato — diventa in scena un racconto di dolore, di corpi nel mare, di un impero che crolla. Non la vediamo: la ascoltiamo. E questo è il miracolo del teatro greco: la parola dipinge ciò che l’occhio non può vedere.

Il fantasma del vecchio re Dario — padre di Serse, saggio e misurato — emerge dagli Inferi per spiegare la catastrofe. La sua diagnosi è netta: Serse ha peccato di hybris — tracotanza, eccesso di orgoglio che sfida l’ordine cosmico, come chi costruisce una torre troppo alta senza vedere che il cielo ha i suoi limiti. Ha osato incatenare il mare: fece costruire un ponte di barche sullo stretto dell’Ellesponto per far passare l’esercito. Ha voluto piegare la natura alla volontà umana. Il cosmo si è vendicato.

L’hybris è il peccato originale della politica. Non è la malvagità, non è la stupidità: è il potere che perde la coscienza dei propri limiti. Serse non è cattivo — è smisurato. E nella dismisura porta la propria rovina. La lezione attraversa tutta la storia del pensiero politico occidentale, da Tucidide a Shakespeare a Hegel, fino ai nostri giorni.

Perché è un archetipo — forma originaria da cui tutto discende

Un archetipo — forma originaria, modello primo da cui derivano tutte le varianti successive, come lo scheletro di cui le carni sono le epoche diverse — è qualcosa che non si supera: si continua ad abitare. I Persiani è archetipica per ragioni straordinarie.

È la prima tragedia politica della storia. Eschilo mette in scena una guerra appena conclusa — ancora viva nella memoria degli spettatori — ma lo fa dalla parte del nemico. Non celebra la vittoria ateniese: la racconta attraverso il lutto persiano. Un gesto di una modernità sconcertante: raccontare la guerra dal punto di vista dei vinti. È anche la prima opera in cui la Storia entra nella scena: prima di Eschilo, il teatro narrava miti e dèi del passato remoto. Qui il palcoscenico diventa strumento di elaborazione del presente.

E introduce la struttura che reggerà il teatro per millenni. Dialogo, coro, messaggero, lamento funebre rituale, apparizione del fantasma: tutti gli elementi che ritroveremo in Sofocle, Euripide, Seneca, Shakespeare, Racine, Brecht, sono già qui, nel 472 a.C.

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Ancora Metastasio, sul potere e la sua caducità.

«Se tutti i mali miei

da te sol provengono,

tu sei la causa; e il giusto

sdegno è ragion di più.»

— Pietro Metastasio, La Clemenza di Tito (1734)

La clemenza contro lo sdegno. La misura contro l’eccesso. Il principe che perdona come atto di forza, non di debolezza. Metastasio mette in musica, con la grazia del Settecento, la stessa lezione morale che Eschilo aveva inciso nella pietra ventidue secoli prima. Alcuni insegnamenti non hanno età.

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A chi parla? Quale funzione ha?

La tragedia greca nasce come rito civico — non intrattenimento privato ma cerimonia pubblica dello Stato. Le rappresentazioni avvenivano durante le Grandi Dionisie, una festa religiosa di primavera, a cui partecipava l’intera città: liberi e schiavi, uomini e forse donne, giovani e vecchi. Era un momento di sospensione dell’ordinario, un tempo sacro in cui la polis — la città-comunità, la forma originaria dello Stato democratico — si riuniva per pensare insieme.

La sua funzione era almeno triplice. Funzione politica: educare il cittadino alla democrazia. La tragedia abitua a vedere le cose dal punto di vista dell’altro — anche del nemico, come in I Persiani. È una scuola di empatia politica. Funzione terapeutica: la catarsi aristotelica — lo spettatore che piange per Atossa che cerca notizie del figlio piange anche per le proprie perdite, le proprie paure. Il teatro è la prima psicoterapia collettiva della storia. Funzione teologica: interrogare gli dèi. Non adorarli: interrogarli. La tragedia greca chiede perché il giusto soffre, perché il potente cade, dove sta la giustizia nel cosmo. Domande senza risposta — e questa assenza di risposta è la grandezza.

Perché è eterna? Perché è attuale?

L’arte di Eschilo sta nella capacità di rendere universale il particolare. I Persiani è una storia precisa — una battaglia, una regina, un popolo sconfitto nel V secolo a.C. — eppure chiunque l’abbia letta ha riconosciuto qualcosa di proprio. Perché ogni civiltà ha avuto il suo Serse. Ogni madre ha aspettato notizie da una guerra. Ogni potere ha peccato di hybris.

In un’epoca di hybris tecnologica — intelligenze artificiali che pretendono di superare la mente umana, miliardari che vogliono colonizzare Marte mentre la Terra brucia — di potenze che costruiscono ponti sugli stretti tra civiltà diverse, di guerre che tornano a consumarsi ai margini dell’Europa, I Persiani parla con una voce che taglia.

Parla della necessità del lutto pubblico, che le nostre democrazie — chiuse nei social network e nei talk show — hanno quasi dimenticato. Parla del fatto che il nemico è umano: le madri persiane e le madri ucraine e le madri di Gaza piangono con le stesse lacrime. Parla del fatto che la tracotanza del potere è il peccato originale della politica.

Venticinque secoli fa, in una cavea di pietra sul fianco dell’Acropoli, quindicimila ateniesi sedettero insieme a guardare il lutto dei loro nemici. E capirono qualcosa. Noi faremmo bene a tornare a sederci.

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