Natalino Irti

Argomenti: diritto civile – economia – democrazia – politica

I. Un abruzzese alla Sapienza: la vita e la formazione

Natalino Irti nasce ad Avezzano nel 1936, in quel cuore montano d’Abruzzo che ha dato all’Italia intellettuali tenaci e rigorosi. Si forma a Roma, alla Sapienza, e la città lo segna in modo definitivo — non solo come luogo di studio, ma come ambiente culturale e civile. Da giovane frequenta i convegni de Il Mondo, la rivista liberal-democratica di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, e quel clima lo accompagnerà per tutta la vita. Ricorderà più tardi: “Un ambiente severo e distaccato. Pannunzio e Rossi davano poca confidenza. Quella cifra mi ha segnato: nel liberal-socialismo come terza via politica e culturale, e nell’impegno pubblico”.

A 28 anni — nel 1964 — ottiene la libera docenza in Diritto civile. Insegna a Sassari, Parma, Perugia, Torino — dove incontra Norberto Bobbio, filosofo del diritto e della democrazia, con cui nasce un sodalizio intellettuale. Nel 1977 torna alla Sapienza, dove insegna Istituzioni di diritto privato, Diritto civile e Teoria del diritto. La cattedra non è mai per lui un rifugio: esercita anche la professione di avvocato, siede nei consigli di grandi enti pubblici ed economici (presidente del Credito Italiano, vicepresidente dell’Enel, consigliere dell’IRI), e nel 1985 entra in politica come consigliere comunale a Roma per il Partito Liberale Italiano. Sarà poi accademico dei Lincei — la più alta istituzione scientifica italiana — e presidente dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce. Muore a Roma nel giugno 2026, a novant’anni, lasciando sul tavolo l’ultima prefazione, scritta fino alla fine con la lucidezza di sempre.

“Noi leggiavamo un giorno per diletto…”

(Dante Alighieri, Inferno, V)

II. Le opere: una vita di libri e di idee

La biblioteca di Irti è vasta e coerente. Ogni libro nasce da una domanda concreta sul mondo in trasformazione, e ogni risposta diventa contributo duraturo al pensiero giuridico italiano. Tra le opere fondamentali:

L’età della decodificazione (1979): il primo grande segnale d’allarme. Irti analizza come il Codice civile — la grande cattedrale del diritto privato moderno — si stia sgretolando sotto la pressione di leggi speciali, statuti di gruppo, interessi particolari. La coerenza del sistema cede al “policentrismo legislativo”, cioè alla produzione caotica e disordinata di norme.

L’ordine giuridico del mercato (1998): il libro che ha rivoluzionato il modo italiano di pensare il rapporto tra diritto ed economia. Il mercato non è un fatto naturale: è una costruzione giuridica, e non può esistere senza un ordinamento che lo istituisca, lo regoli, lo sorregga.

Norma e luoghi. Problemi di geodiritto (2001): nasce qui il concetto di “geodiritto” — il diritto ha sempre bisogno di uno spazio, di un luogo, di un territorio. Non esiste norma senza confine.

Il diritto incalcolabile (2016): l’analisi della crisi della certezza giuridica. Quando le norme diventano vaghe, elastiche, interpretabili in mille modi, il diritto perde la sua funzione più preziosa: quella di consentire ai cittadini e alle imprese di prevedere le conseguenze dei propri atti.

La tenaglia (2021): la modernità stretta tra mercato e tecnica. La politica arretra, la decisione si svuota, il diritto rischia di diventare mera amministrazione dell’esistente.

A questi si aggiungono i dialoghi filosofici con Emanuele Severino — pensatore che vedeva nella tecnica il destino del nostro tempo — e con Massimo Cacciari, raccolti nel volume Elogio del diritto (2019), dove i due intellettuali tornano alle radici del pensiero occidentale: nomos, giustizia, legge, città, conflitto.

III. Le cinque idee che bisogna conoscere

1. Il mercato è un prodotto del diritto, non della natura

Questa è forse l’idea più dirompente di Irti, e la più necessaria da capire oggi. Per decenni ci è stato detto che il mercato è una realtà naturale, una forza spontanea che nasce dagli scambi tra individui liberi. Irti ribalta questa visione: il mercato è una costruzione giuridica. Ha bisogno di proprietà riconosciuta dallo Stato, di contratti vincolanti e tutelati da tribunali, di credito garantito da norme, di responsabilità definite da leggi. Senza diritto non c’è mercato: c’è solo forza. Questo vale anche — e soprattutto — per il mercato globale: le imprese multinazionali possono correre da un continente all’altro, ma quando sorge un conflitto tornano davanti a un giudice, a un’autorità, a una norma. Il mercato usa lo Stato, anche quando finge di odiarlo.

2. Il geodiritto: non esiste norma senza luogo

Il concetto di “geodiritto” — diritto + geografia, come il diritto si radica nello spazio fisico e politico — è una delle invenzioni più originali di Irti. La globalizzazione ha promesso un’economia senza confini, un mercato liberato dalla geografia. Irti risponde: ogni norma ha bisogno di un territorio, di una giurisdizione, di una forza capace di renderla effettiva. I dati stanno in centri di calcolo fisici. Le piattaforme hanno sedi fiscali reali. Le imprese tecnologiche firmano contratti, possiedono beni, rispondono a giurisdizioni. La rete sembra senza territorio, ma la sua potenza si appoggia su infrastrutture materiali: energia, cavi, server, autorizzazioni statali. Oggi il geodiritto diventa anche geodiritto digitale: chi controlla lo spazio giuridico della tecnica? Chi decide sulle piattaforme? Chi può sanzionare un gigante tecnologico? Sono domande di potere, non di ingegneria.

3. Il diritto incalcolabile: quando la certezza scompare

La modernità giuridica aveva costruito la sua forza sulla calcolabilità: se accade questo fatto, segue quella conseguenza. Il cittadino sa cosa è lecito. L’impresa può programmare. Il giudice applica la norma senza inventare: trova già scritto ciò che deve fare. Irti vede invece crescere un diritto sempre più elastico e incerto, fatto di clausole generali — formule vaghe che lasciano ampio spazio all’interprete, come “buona fede” o “interesse pubblico” — di principi indeterminati, di bilanciamenti continui tra valori in conflitto. Questo può sembrare più umano e flessibile. Ma produce un effetto paradossale: quando il diritto diventa incalcolabile, aumenta il potere di chi può permettersi avvocati, lobbisti, reti di influenza. L’incertezza giuridica non colpisce tutti allo stesso modo: per i forti è uno spazio di manovra, per i deboli è una condanna. In questo senso la questione è profondamente politica, e tocca il cuore della Repubblica.

4. La dialettica tra tecnica e politica: chi decide?

Nel dialogo con Emanuele Severino, Irti si misura con la sfida più profonda del nostro tempo: la tecnica — l’insieme dei sistemi, degli algoritmi, delle macchine, delle piattaforme — ha una propria logica di crescita illimitata che tende a subordinare ogni altro fine. La dialettica tra tecnica e politica è oggi il nodo cruciale della civiltà contemporanea. Quando le decisioni non vengono più prese da governi e parlamenti ma da architetture digitali, sistemi automatici e infrastrutture private, il diritto fatica a inseguire questa velocità. Irti non è un antimodernista: non propone di fermare la tecnica. Propone di non abdicare alla politica. Ogni norma è una scelta: include qualcuno, esclude qualcun altro, protegge un valore, sacrifica un interesse. Dietro ogni diritto c’è sempre la stessa domanda fondamentale: chi decide? E quella domanda non può essere delegata a un algoritmo.

5. Conformità e conformismo: l’ultimo testamento civile

L’ultimo scritto di Irti — la prefazione a Il pensiero conforme di Ginevra Cerrina Feroni, pubblicata sul Sole 24 Ore pochi giorni prima della sua morte — è un piccolo capolavoro di densità civile. Irti distingue con precisione due concetti spesso confusi: la “conformità”, che è l’atto individuale e consapevole di adeguarsi a un modello, e il “conformismo”, che è la pratica collettiva e gregaria che dissolve il soggetto nella massa. Il “politicamente corretto” è un tipo di conformismo: non costringe con la forza della legge, ma con la pressione sociale — discredito, isolamento, perdita economica. Irti richiama la servitù volontaria descritta da Étienne de La Boétie nel Cinquecento, pensatore politico che per primo mostrò come gli uomini si incatenino da soli al potere non per forza, ma per abitudine, paura e pigrizia mentale. L’antidoto, scrive Irti nel suo ultimo testo, è il “coraggio della verità” e la libertà creativa dell’individuo — che il diritto deve proteggere e ordinare.

IV. Le idee politiche e l’impegno civile

Irti non è mai stato un giurista asetticamente neutrale. La sua formazione lo colloca nella tradizione del liberal-socialismo — quella corrente di pensiero che cerca una terza via tra il capitalismo selvaggio e il socialismo autoritario, ponendo al centro la persona, la libertà e la giustizia sociale. La sua breve esperienza politica diretta — consigliere comunale a Roma per il Partito Liberale Italiano nel 1985 — non tradisce questa impostazione: il liberalismo di Irti non è quello dei mercati senza regole, ma quello delle istituzioni forti, del diritto come argine al potere, della Repubblica come forma politica da difendere.

Il suo attaccamento alle istituzioni è profondo e coerente. Nel novembre 2021, in piena pandemia, pubblica un articolo memorabile — e rimasto inascoltato — in cui avverte sul “rischio storico” che il governo si assumerebbe prorogando lo stato d’emergenza oltre i limiti fissati dal legislatore, paventando una vera e propria “crisi di sistema”. Non è un appello ideologico: è un richiamo alla forma, alla norma, al confine tra governo ordinario e potere eccezionale. Il riformismo, per Irti, non è mai rottura delle forme istituzionali: è trasformazione dentro le regole, con le regole, attraverso le regole.

In La tenaglia, Irti difende l’ideologia politica — non come fanatismo, ma come capacità di indicare fini. Senza ideologia, resta solo amministrazione: si governa l’esistente senza chiedersi dove andare, si risponde all’emergenza senza costruire un ordine. Il nichilismo amministrativo — la politica ridotta a pura gestione tecnica del presente — è per Irti una delle malattie più pericolose della democrazia contemporanea.

V. Perché Irti è indispensabile oggi

Viviamo in un’epoca di confusione: gli Stati sembrano deboli davanti ai mercati globali, le piattaforme digitali sembrano poter fare quello che vogliono, la tecnica corre più veloce della politica, la certezza del diritto sembra un lusso del passato. In questo scenario, il pensiero di Irti non è nostalgia: è diagnosi. Aveva capito tutto questo prima degli altri, con strumenti concettuali precisi e linguaggio rigoroso.

La sua lezione più attuale si può riassumere così: ogni crisi riporta lo Stato al centro. Quando crollano le banche, tornano gli Stati. Quando scoppia una pandemia, tornano i confini. Quando esplode una guerra, tornano gli eserciti. Quando le piattaforme diventano troppo potenti, torna la domanda sulla legge. Il mercato può correre, la tecnica può accelerare, la finanza può spostarsi. Ma quando bisogna decidere, garantire, punire, proteggere, si torna sempre alla stessa soglia: quella del diritto, della sovranità e della forza pubblica.

Irti è una figura esemplare perché non ha mai ceduto alle mode. Non ha inseguito il pensiero debole quando era di moda, non ha abbracciato il neoliberismo quando sembrava ineluttabile, non ha ceduto al tecnocratismo quando si presentava come razionalità superiore. Ha continuato a fare il suo mestiere: studiare il diritto come forma della convivenza umana, come strumento — imperfetto, sempre migliorabile — attraverso cui una società decide chi è e come vuole vivere. Come scriveva Metastasio: “Sol chi sa, sa governare”. Irti sapeva. E ci ha insegnato a sapere.

Il suo ultimo scritto — sul coraggio della verità e sulla libertà dell’individuo contro il conformismo di massa — è anche un testamento civile: un invito a non cedere alla pressione del gruppo, alla tirannia del senso comune, all’abdicazione del pensiero critico. Visti i tempi che corriamo, è forse il messaggio più prezioso che ci lascia.

Conclusione

Natalino Irti non è stato il nostalgico di un ordine perduto. È stato il diagnostico di un disordine nascente. Ha vissuto e scritto nella convinzione che la civiltà giuridica non consista nel cancellare il conflitto, ma nel dargli una forma. E quando quella forma si dissolve, non nasce la libertà assoluta: nasce il potere nudo.

In un’epoca che confonde la velocità con il progresso, la flessibilità con la saggezza, la connessione con la comunità, il suo pensiero è un’ancora. Non perché guardi al passato, ma perché è rigorosamente presente: ci ricorda che nessun ordine umano vive senza diritto, nessun diritto vive senza luogo, nessun luogo vive senza decisione politica. E quando il mondo crede di essere ormai oltre lo Stato, scopre che lo Stato era ancora lì: ferito, indebolito, contestato, talvolta impotente, ma ancora necessario.

Grazie, professore.

Ritratto frutto di immaginazione

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