Argomenti: la rotta – l’agenda setting –
I media determinano a che cosa dobbiamo prestare attenzione
La rotta di questo percorso
Questo è il primo di tre articoli pensati per essere letti in sequenza. Lo scopo è costruire, un concetto alla volta, il vocabolario tecnico che serve per capire come, concretamente, cambia nel tempo ciò che una società considera dicibile — un fenomeno spesso liquidato con l’etichetta “finestra di Overton”, che da sola descrive un effetto, non i meccanismi che lo producono. Attribuire ogni spostamento del dibattito pubblico a una generica “manipolazione” è comodo, ma lascia il lettore senza strumenti reali: non gli dice dove guardare, né che cosa cercare. I sei concetti di questo percorso — agenda setting, framing, priming, spirale del silenzio, panico morale e fabbricazione del consenso — nascono in decenni diversi e da tradizioni di studio diverse, ma messi in fila raccontano una storia coerente: da che cosa scelgono di parlare i media, a come ne parlano, fino a che cosa questo produce nel modo in cui una società, nel suo complesso, pensa sé stessa. Solo alla fine di questo percorso — in un quarto articolo — torneremo alla finestra di Overton, questa volta con gli strumenti per capire davvero come si muove.
Il primo gradino: l’agenda setting
Si comincia dal meccanismo più a monte, quello che agisce prima di ogni giudizio: la scelta di che cosa merita di essere raccontato. La teoria dell’agenda setting (letteralmente, “fissazione dell’agenda”, cioè dell’ordine del giorno del dibattito pubblico) nasce da uno studio ormai classico di due ricercatori statunitensi, Maxwell McCombs e Donald Shaw, condotto nel 1968 nella cittadina di Chapel Hill, in North Carolina, durante la campagna presidenziale americana.
I due confrontarono i temi a cui gli elettori indecisi attribuivano maggiore importanza con lo spazio che gli stessi temi occupavano sui giornali e nei telegiornali locali: la corrispondenza risultò altissima.
I media, secondo questa teoria, non dicono agli elettori che cosa pensare di un tema — non suggeriscono, cioè, un giudizio o una posizione. Dicono piuttosto a che cosa pensare: con la sola scelta di quali notizie dare, e con quale rilievo, decidono quali temi vengano percepiti come urgenti e rilevanti rispetto ad altri.
Il meccanismo è, in fondo, semplice quanto potente: la nostra attenzione è una risorsa scarsa, e nessuno può occuparsi consapevolmente di tutto ciò che accade nel mondo. Chi decide che cosa mettere in prima pagina, e con quale frequenza tornarci sopra, decide anche — senza bisogno di dire nulla di esplicitamente falso — quali problemi la società percepirà come prioritari. Un esempio ricorrente riguarda la criminalità: in molti paesi occidentali, compresa l’Italia, i tassi di criminalità sono complessivamente stabili o in calo da anni, eppure la percezione di insicurezza tra i cittadini resta alta o cresce, proprio nei periodi in cui la cronaca nera occupa più spazio sui media. Non è necessariamente un dato falso quello che viene raccontato: è la sua quantità, ripetuta nel tempo, a costruire una gerarchia di urgenza che può discostarsi sensibilmente dai fatti misurabili.
Gli studi successivi a McCombs e Shaw hanno raffinato il modello distinguendo un primo livello di agenda setting — quello appena descritto, relativo ai temi — da un secondo livello, che riguarda non più che cosa viene raccontato, ma quali aspetti di quel tema vengono messi in evidenza. Ed è esattamente qui che il nostro percorso si interrompe per oggi, perché quel secondo livello ha un nome proprio, e sarà il punto di partenza del prossimo articolo: il framing.
Un limite da tenere a mente
Vale la pena chiudere con una cautela, utile per l’intero percorso e non solo per questo primo concetto: l’agenda setting descrive un’influenza statistica forte, non un controllo assoluto e automatico sul pensiero delle persone. Il pubblico non è una superficie passiva: filtra, seleziona, talvolta ignora o contesta ciò che i media propongono, in base a esperienze dirette, convinzioni pregresse e reti di relazioni personali. Conoscere il meccanismo non significa considerarlo onnipotente: significa semplicemente sapere dove guardare per capire perché, in un dato momento, un tema occupa il centro della scena pubblica e un altro, non meno rilevante nei fatti, resta ai margini.
Giustizia e libertà sempre e per tutti

2 pensieri riguardo “Chi e come ci orientano. Prima parte”