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Un principio che insegna a pensare
Ci sono strumenti concettuali che tutti citano e che quasi nessuno conosce davvero. Il rasoio di Occam è probabilmente il caso più clamoroso: lo si invoca nei dibattiti televisivi, nelle discussioni sui social, nelle aule di tribunale immaginarie dei complottisti e dei loro critici, quasi sempre per chiudere una discussione più che per aprirla. Eppure, a differenza di altri modelli interpretativi diventati di moda — penso alla finestra di Overton, utile ma facilmente piegabile a uso ideologico, perché descrive una dinamica sociale e non una regola logica — il rasoio di Occam non è un modello del mondo. È un principio metodologico, cioè una regola che riguarda il modo in cui costruiamo le spiegazioni, non il contenuto delle spiegazioni stesse. Attraversa la filosofia, la scienza e la ricerca storica da oltre sette secoli, e per questo merita di essere capito bene, nella sua origine, nei suoi limiti e nel suo vero significato.
Un frate scomodo, non uno scienziato
Il principio prende il nome da Guglielmo di Ockham (Occam, nel Surrey inglese, per questo talvolta scritto “Occam”), frate francescano, filosofo e teologo scolastico vissuto tra il 1287 circa e il 1347. Non fu un uomo tranquillo: aderì all’ala più rigorosa del francescanesimo, quella che sosteneva la povertà assoluta di Cristo e degli apostoli come modello vincolante per la Chiesa, e per questo entrò in rotta di collisione con papa Giovanni XXII, che lo fece chiamare ad Avignone per rispondere di eresia. Ockham fuggì e trovò rifugio presso l’imperatore Ludovico il Bavaro a Monaco, diventando uno dei più aspri oppositori teorici del potere temporale del papato: sosteneva, in sostanza, che la Chiesa dovesse occuparsi della salvezza delle anime e non del governo dei regni. Morì probabilmente di peste, forse proprio nel 1347, l’anno che apre l’epidemia che avrebbe devastato l’Europa.
Sul piano filosofico Ockham è considerato il maggiore esponente del nominalismo medievale — la posizione secondo cui esistono solo le cose singole e concrete, mentre i concetti generali (“uomo”, “bianchezza”, “giustizia”) non sono realtà autonome fluttuanti in un mondo ideale, ma solo nomi, strumenti del linguaggio e del pensiero per raggruppare le cose simili. È in questo contesto, non in un laboratorio scientifico, che nasce il principio che oggi conosciamo: Ockham lo usava soprattutto per tagliare via le entità metafisiche superflue che la filosofia scolastica del suo tempo tendeva ad accumulare, in particolare gli “universali” pensati come realtà a sé stanti.
La frase che (probabilmente) non scrisse mai
La formulazione più citata del principio è la frase latina Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem (“Le entità non vanno moltiplicate oltre il necessario”). È la versione che compare in ogni manuale, eppure gli storici della filosofia non l’hanno mai trovata, con queste esatte parole, in nessuno scritto autentico di Ockham. La sua comparsa più antica risale al 1639, in un commento a Duns Scoto del teologo francescano irlandese John Ponce of Cork, che la cita come una massima scolastica già corrente; una formulazione molto simile si trova poi nel filosofo Johannes Clauberg, nel 1654. È dunque una sintesi elaborata da altri, generazioni dopo la morte di Ockham, per riassumere un modo di ragionare che nei suoi testi è effettivamente rintracciabile, ma con parole diverse. La formula che Ockham scrisse davvero, e che è ben documentata nelle sue opere, è un’altra: Frustra fit per plura quod potest fieri per pauciora, cioè “è inutile fare con più ciò che si può fare con meno”. È una differenza che vale la pena notare, perché ci ricorda quanto spesso la storia delle idee proceda per successive riformulazioni più che per citazioni fedeli.
Perché “rasoio”? Una metafora nata secoli dopo
Ockham non parlò mai di un “rasoio”, e questo è forse il dato più sorprendente per chi si avvicina per la prima volta alla storia del principio. Il termine è un’aggiunta successiva, e la sua origine è più incerta e più interessante di quanto si creda. Una prima comparsa dell’immagine, nella forma latina novacula occami (“il rasoio di Occam”), si trova già nel 1649, quando il gesuita Libert Froidmont la usa in un’opera sull’anima per descrivere criticamente il modo in cui un avversario di Ockham, il teologo Gregorio da Rimini, applicava il principio. Ma è nel 1852 che l’espressione “Occam’s razor” si fissa nella forma che conosciamo oggi, grazie agli scritti del filosofo scozzese Sir William Hamilton, che attribuì retroattivamente a Ockham la paternità del principio e ne consolidò, forse un po’ sbrigativamente, l’associazione con il suo nome. Da lì il termine si diffonde nella filosofia ottocentesca, anche attraverso il dibattito sulla logica induttiva di John Stuart Mill, fino a diventare di uso corrente.
L’immagine, comunque sia nata, è efficace, ed è per questo che è sopravvissuta: come una lama elimina ciò che è superfluo lasciando emergere la forma essenziale, così il principio “taglia via” le ipotesi non necessarie per spiegare un fenomeno. Non aggiunge spiegazioni: le sottrae, fino a lasciare la più semplice tra quelle compatibili con i fatti noti.
Che cosa dice, davvero, il principio — e che cosa non dice
È qui che nasce il fraintendimento più comune, quello che riduce il rasoio di Occam a uno slogan da bar. Il principio non afferma che la spiegazione più semplice sia sempre quella vera, non afferma che la realtà sia semplice, e non afferma che le cospirazioni o gli scenari complessi non esistano mai. Dice soltanto questo: non introdurre ipotesi aggiuntive se non sono necessarie a spiegare i fatti che hai davanti. È un principio di economia del ragionamento, non un verdetto sulla realtà.
Un esempio aiuta a fissare l’idea. Se di notte senti dei rumori sul tetto, l’ipotesi “c’è un gatto” richiede molte meno assunzioni non dimostrate dell’ipotesi “ci sono extraterrestri invisibili che stanno studiando la mia casa”: entrambe sono logicamente possibili, ma finché non emergono prove che la prima non regge, è quella da preferire. Lo stesso meccanismo guida lo storico davanti a un documento antico — meglio pensare a un originale trascritto con qualche errore di copiatura, piuttosto che a un falso sostenuto per generazioni da decine di persone che mantengono tutte lo stesso segreto senza una sola defezione — e il medico davanti a un paziente con la febbre, che ragionevolmente ipotizza prima un’infezione comune e solo dopo, se i sintomi non tornano, una patologia rara. È uno strumento per orientare il punto di partenza del ragionamento, non una sentenza definitiva: se compaiono elementi nuovi, l’ipotesi si aggiorna.
Un’idea più antica di Ockham
Va detto con chiarezza, perché è un altro luogo comune da correggere: Ockham non inventò questo principio, e nemmeno lo rivendicò come proprio. Tracce dello stesso modo di ragionare si trovano già in Aristotele, per il quale “ciò che è più limitato, se sufficiente, è sempre preferibile”, e nell’astronomo Tolomeo, secondo cui è buona norma spiegare i fenomeni con l’ipotesi più semplice possibile. Anche filosofi scolastici vicini a Ockham, come lo stesso Duns Scoto, avevano formulato principi di parsimonia analoghi. La fama del principio si legò al nome di Ockham non perché lo abbia scoperto, ma per la frequenza e la determinazione quasi ossessiva con cui lo applicò, in particolare contro l’abitudine, diffusa nella scolastica del suo tempo, di moltiplicare enti metafisici per spiegare ogni distinzione concettuale. Non a caso un contemporaneo e confratello francescano, Walter Chatton, elaborò un vero e proprio “anti-rasoio”: se tre elementi non bastano a verificare un’affermazione, se ne aggiunga un quarto, e così via finché non basta. Il dibattito, insomma, era aperto già allora.
Dopo Ockham: da Newton alla scienza moderna
Il principio di parsimonia attraversa i secoli successivi e trova nuove formulazioni in autori che a Ockham devono poco o nulla direttamente. Isaac Newton lo pone tra le sue regole del filosofare, all’inizio dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica: “non bisogna ammettere cause dei fenomeni naturali più numerose di quelle che sono al tempo stesso vere e sufficienti a spiegarne le manifestazioni”. È lo stesso principio, applicato ora alla fisica sperimentale: non si moltiplicano le cause, si cercano quelle minime che spiegano ciò che si osserva. Galileo Galilei, nel suo metodo, si muove in una direzione simile, così come — in un ambito filosofico diverso — Gottfried Wilhelm Leibniz con il suo principio di ragion sufficiente, secondo cui nulla accade senza una ragione che lo spieghi, ragione che va cercata senza eccedere in ipotesi non necessarie.
Il Novecento: dalla filosofia della scienza alla teoria dell’informazione
Nel Novecento il rasoio di Occam entra a pieno titolo nell’epistemologia contemporanea, cioè nella riflessione filosofica su come si costruisce e si valida la conoscenza scientifica. Karl Popper, il filosofo che ha fondato il criterio della falsificabilità — l’idea che una teoria sia scientifica solo se è in linea di principio smentibile da un esperimento — considerava la semplicità di una teoria connessa proprio al suo grado di controllabilità: una teoria più semplice, con meno parametri liberi, è anche più facile da mettere alla prova e da smentire, dunque più “scientifica” in senso forte. Nella seconda metà del secolo il principio trova poi una formalizzazione matematica sorprendente nella teoria dell’informazione e nell’informatica teorica, con concetti come la complessità di Kolmogorov (la lunghezza del programma più breve capace di generare un dato insieme di informazioni) e criteri statistici come l’Akaike Information Criterion, usati per scegliere tra modelli statistici concorrenti penalizzando quelli inutilmente complessi. È la dimostrazione più netta che il principio di Ockham non è un’intuizione vaga, ma qualcosa che si può, in molti contesti, tradurre in un calcolo preciso. Una frase spesso attribuita ad Albert Einstein — “tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, ma non più semplice di così” — probabilmente non è una sua citazione letterale, quanto una parafrasi successiva del suo pensiero; resta comunque la sintesi più limpida del vero spirito del rasoio: la semplicità è un valore, ma non a scapito della capacità di spiegare davvero i fatti.
Nella vita di tutti i giorni: storia, medicina, informazione
Fuori dai laboratori e dai trattati, il rasoio resta uno strumento prezioso proprio perché è alla portata di chiunque. Nel giornalismo, davanti a un titolo allarmante — “il governo vuole controllare ogni cittadino” — invita a chiedersi se bastino l’incompetenza amministrativa o un errore di comunicazione a spiegare ciò che è accaduto, prima di ipotizzare una regia occulta che richiederebbe decine di complicità silenziose. Nella ricerca storica orienta la ricostruzione degli eventi verso la spiegazione che richiede meno congetture indimostrate. In medicina guida la formulazione delle prime ipotesi diagnostiche, che partono dal probabile per arrivare, solo se necessario, al raro. In tutti questi campi il principio non toglie nulla alla complessità reale del mondo: le impone solo di giustificarsi con i fatti, invece che con la sola suggestione.
Il rasoio si fa romanzo: Umberto Eco e Guglielmo da Baskerville
C’è un ultimo capitolo di questa storia che merita di essere raccontato, perché mostra come il principio sia arrivato fino alla narrativa contemporanea. Nel 1980 Umberto Eco — semiologo prima ancora che romanziere, e medievista di formazione — pubblica Il nome della rosa, e sceglie di chiamare il suo protagonista, un frate francescano inglese del Trecento dotato di straordinarie capacità inferenziali, Guglielmo da Baskerville. La scelta del nome non è un dettaglio: Eco ha dichiarato apertamente di essersi ispirato a Guglielmo di Ockham, di cui il suo Guglielmo condivide l’appartenenza francescana, la nazionalità inglese, lo scontro con l’autorità ecclesiastica del tempo di Giovanni XXII e persino, nell’epilogo del romanzo, la morte per peste. All’interno del libro, inoltre, il personaggio cita più volte il filosofo reale come proprio riferimento intellettuale.
Il cognome “Baskerville” aggiunge un secondo strato di omaggio, questa volta letterario: richiama Il mastino dei Baskerville di Arthur Conan Doyle, e sovrappone al metodo nominalista di Ockham quello induttivo di Sherlock Holmes. È una fusione perfettamente coerente, perché entrambi i metodi — quello del filosofo medievale e quello dell’investigatore vittoriano — si fondano sullo stesso principio: davanti a una serie di indizi, si preferisce la spiegazione che richiede il minor numero di ipotesi non necessarie, e la si abbandona non appena un fatto nuovo la contraddice. Guglielmo da Baskerville applica esattamente questo metodo per indagare i delitti che insanguinano l’abbazia benedettina in cui è ambientato il romanzo, scartando via via le congetture più elaborate a favore di quella meglio sorretta dai fatti.
Ma Eco, da semiologo attento alle trappole del linguaggio e della conoscenza, non si accontenta di celebrare il principio: lo mette anche alla prova. Verso la fine del romanzo lo stesso Guglielmo riconosce di essere arrivato alla soluzione seguendo un ordine che aveva creduto di scorgere nella realtà — una sequenza di delitti costruita sul modello dell’Apocalisse — e che quell’ordine, per quanto lo avesse condotto al colpevole, non corrispondeva del tutto a un disegno reale, ma in parte a un disegno che lui stesso aveva proiettato sui fatti. È un finale che aggiunge una sfumatura preziosa al principio di parsimonia: anche la spiegazione più elegante e più semplice va sempre verificata fino in fondo, perché la mente umana, cercando ordine, rischia talvolta di costruirlo dove non c’è.
I limiti del rasoio
Proprio perché è uno strumento tanto efficace, il rasoio di Occam può essere usato male, e la storia offre esempi istruttivi in entrambe le direzioni. Lo scandalo Watergate, quando cominciò a emergere, sembrava a molti un’ipotesi troppo elaborata per essere vera — eppure lo era. Diverse operazioni dei servizi segreti del Novecento, documentate solo decenni più tardi, sarebbero apparse “troppo complicate” a chi le avesse ipotizzate mentre accadevano. Il rasoio, in altre parole, non dice “le cospirazioni non esistono”: dice “non ipotizzarle senza prove sufficienti”, e la differenza tra le due affermazioni è enorme. Usarlo per liquidare a priori ogni scenario complesso, anziché per pretendere che ogni scenario — semplice o complesso — sia sorretto da prove adeguate, è un tradimento del principio, non un’applicazione.
Un’immagine per chiudere
Immagina uno scultore davanti a un blocco di marmo grezzo. Non aggiunge nulla: toglie, con lo scalpello, tutto ciò che non serve a far emergere la figura che già intuisce in quella massa di pietra. Il rasoio di Occam lavora sul pensiero nello stesso modo: non produce spiegazioni nuove, elimina quelle superflue, finché non resta la più semplice tra le ipotesi compatibili con tutti i fatti noti. È in questo equilibrio — tra il rifiuto della complicazione inutile e il rispetto per i fatti che non si lasciano semplificare — che sta il valore duraturo di un principio nato in una disputa teologica medievale e arrivato, intatto nella sostanza, fino alla statistica computazionale del nostro tempo.
Giustizia e libertà sempre e per tutti

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