Gli Ignavi

«Non ti curar di lor, ma guarda e passa.» — Dante Alighieri, Inferno, Canto III

I. Il nome del nulla: chi è l’ignavo

C’è un peccato che non fa rumore. Non lascia macerie, non sparge sangue, non produce eroi né martiri. Eppure, è corrosivo, svuota l’uomo dall’interno senza che nessuno se ne accorga — e spesso senza che l’uomo stesso se ne accorga. Questo peccato si chiama ignavia.

La parola viene dal latino ignavus, composto da in- privativo e gnavus, ossia operoso, attivo, solerte. Dunque, ignavus è il «non operoso»: l’inerte, il vile, il privo di energia morale. Da qui ignavia: inerzia, viltà, mancanza di coraggio davanti al dovere. Non è la cattiveria. Non è la stupidità. È qualcosa di molto più insidioso: è il rifiuto di essere pienamente sé stessi quando la situazione lo richiede.

L’ignavo non è chi sbaglia scegliendo il male: quello almeno ha il coraggio della propria corruzione. L’ignavo è chi evita di scegliere. Chi si sottrae. Chi, davanti al bene, al male, alla responsabilità, al pericolo, alla scelta morale, si fa piccolo, si defila, si nasconde dietro la tenda dell’indifferenza.

Non lo troverete a rubare. Non lo troverete a mentire apertamente. Lo troverete a fare spallucce. A dire «non mi riguarda». A controllare l’orologio mentre qualcuno ha bisogno di aiuto. A cambiare discorso quando si tocca un argomento scomodo. A votare scheda bianca nella vita, non solo alle elezioni.

E qui sta il paradosso crudele dell’ignavia: chi non sceglie, sceglie comunque. Chi tace davanti all’ingiustizia diventa complice di chi la commette.

Chi non si muove quando potrebbe/dovrebbe muoversi lascia che il male faccia il suo corso indisturbato. Jean-Paul Sartre lo disse con la sua consueta brutalità filosofica: «Non scegliere è già una scelta.» E di solito la peggiore.

II. L’assenza nell’epica: l’ignavo non entra nel poema

I Greci avevano una parola per la virtù del guerriero: areté, eccellenza, valore, slancio verso l’alto. L’eroe greco, anche quando sbaglia — anche quando è sopraffatto dalla tracotanza (hybris) — agisce. Achille nella sua ira è terribile, ma è vivo. Ettore muore, ma muore da uomo. Ulisse è un ingannatore, ma inventa, decide, osa. Enea porta sulle spalle il peso della storia e cammina.

L’ignavo, invece, non è nell’epica. Non perché non esista, ma perché non lascia traccia sufficiente a diventare personaggio. L’assenza è la sua firma. Il mito lo ignora come lui ignora il mondo: per reciproca indifferenza.

Eppure, una figura si avvicina: Paride. Non il Paride dell’amor de’ sensi, ma il Paride che, nella notte fatale di Troia, potrebbe scegliere di combattere e invece si rifugia tra le coperte di Elena. La guerra la fanno gli altri. Lui è bello, è amato, è al sicuro. Mentre Ettore muore sotto le mura, lui si pettina. Non è il cattivo della storia: è peggio. È l’irresponsabile. È l’ignavo in forma di bellezza.

Nella Bibbia il tema è ancora più acuminato. La parabola dei talenti è una sentenza senza appello: il servo che seppellisce il denaro ricevuto — per paura, per inerzia, per eccesso di prudenza — viene condannato non perché abbia perso qualcosa, ma perché non ha fatto fruttare ciò che aveva. E Dio, in questa storia, è spietato con chi non rischia.

«Prendi dunque il talento e dallo a chi ne ha dieci. Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.» — Matteo 25, 28-29

E poi c’è il tiepido dell’Apocalisse, che è forse la più feroce condanna biblica dell’ignavia: «Così, poiché sei tiepido, e non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.» (Apocalisse 3,16). Il tiepido non è il peccatore. Non è il blasfemo. È semplicemente chi non prende posizione. Chi sta nel mezzo per convenienza. Chi non brucia né per il bene né per il male. E Dio lo rigetta con un gesto fisico di disgusto. È difficile immaginare un giudizio più severo.

III. Dante e il vestibolo: la punizione del nulla

Ma è Dante Alighieri a compiere il capolavoro assoluto. Nel Canto III dell’Inferno, ancor prima di entrare nell’Inferno vero e proprio, il poeta incontra una folla enorme che corre senza meta nel vestibolo, in quello spazio di soglia tra il mondo e la dannazione. Non sono i grandi peccatori: sono coloro che vissero sanza ‘nfamia e sanza lodo. Gli ignavi, appunto.

«Questi non hanno speranza di morte, e la lor cieca vita è tanto bassa, che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa; Misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniam di lor, ma guarda e passa.» — Inferno, III, 46-51

La pena è geniale perché speculare al peccato: in vita non seguirono niente, ora corrono dietro una bandiera vuota che gira su sé stessa senza andare da nessuna parte. Erano indifferenti a tutto? Ora sono punti dagli insetti. Non avevano né caldo né freddo? Ora sono frustati da mosconi e vespe che fanno scorrere sangue e lacrime lungo il viso, mescolate insieme: sangue del corpo, lacrime dell’anima. Raccapricciante simmetria poetica.

Ma la cosa più tremenda non è la pena. È l’esclusione. Gli ignavi non sono nell’Inferno. L’Inferno è pieno di gente interessante: Francesca da Rimini, Ulisse, Farinata degli Uberti, il conte Ugolino. Sono dannati, sì, ma hanno vissuto. Hanno amato, combattuto, tradito, desiderato con intensità. Hanno avuto il coraggio delle loro passioni, anche quando erano passioni sbagliate.

Gli ignavi no. Non stanno nell’Inferno perché neanche l’Inferno li vuole. Non stanno nel Purgatorio e tantomeno in Paradiso. Stanno in uno spazio che non è niente — né qua né là — come loro stessi non furono mai né qua né là.

Dante compie un’operazione morale di straordinaria profondità: dice che esiste una forma di dannazione peggiore del peccato. È la non-vita. È vivere e non lasciare traccia. È attraversare il mondo come un soffio senza peso. Ed è una condanna così grave che perfino i diavoli non si preoccupano di loro: «non ragioniam di lor». Non vale la pena nemmeno parlarne. L’oblio è la loro pena definitiva.

C’è un aneddoto su cui meditare. Si racconta — e la leggenda vuole che Dante lo avesse in mente — che in questo vestibolo ci sia una grande ombra anonima: quella di papa Celestino V, Pier da Morrone, il monaco che fu eletto papa nel 1294 e dopo pochi mesi abdicò, aprendo la strada a Bonifacio VIII. Dante non lo nomina — Celestino V fu poi canonizzato e sarebbe stato inopportuno — ma molti esegeti concordano: il grande rifiuto (gran rifiuto) di cui parla il poeta al verso 60 è proprio la rinuncia al papato. Un uomo che aveva il potere di cambiare la Chiesa e preferì la cella del monaco alla cattedra di Pietro. Forse per umiltà autentica. Forse per ignavia.

Il dibattito è aperto da settecento anni e non si chiude. Ma questo ci dice già qualcosa: la linea tra prudenza e ignavia, tra umiltà e viltà, è sottilissima e non sempre visibile dall’esterno.

IV. Il filosofo e il codardo: l’ignavia nella storia del pensiero

Aristotele: la virtù come abitudine

Per Aristotele la virtù (areté) non è un dono o un’illuminazione: è il frutto dell’abitudine. Si diventa giusti compiendo atti giusti. Si diventa coraggiosi affrontando le paure. L’ignavo aristotelico è colui che, non avendo mai coltivato l’abitudine all’azione giusta, si trova disarmato nel momento della prova. Non è cattivo: è ineducato alla virtù. Ma questo non lo assolve: avrebbe potuto educarsi.

Gli Stoici: il saggio che non cede

Marco Aurelio, Epitteto, Seneca: gli stoici costruiscono un ideale di uomo che non si fa travolgere dalle circostanze, che mantiene la propria razionalità e dignità anche sotto pressione. L’ignavo è l’opposto esatto del saggio stoico: è chi si lascia dominare dalla paura, dalla comodità, dall’indolenza. Non è una malattia del corpo ma dell’anima, e l’anima — dicevano gli stoici — è sempre libera di scegliere come rispondere agli eventi.

Spinoza: la servitù delle passioni

Per Benedetto Spinoza la libertà non è assenza di causa, ma coincidenza tra la causa dell’azione e la nostra natura più profonda. L’uomo dominato dalla paura, dall’inerzia, dall’istinto di conservazione a tutti i costi è servo, anche se nessuno lo incatena. L’ignavo spinoziano è l’uomo che non è padrone di sé: le sue passioni passive — la paura, la pigrizia, la vanagloria della neutralità — lo muovono come un burattino senza che lui se ne renda conto.

Approfondiamo. Il problema della libertà secondo Spinoza

Spinoza dice che tutto ciò che esiste — compreso l’uomo — agisce sempre per una causa. Non esiste azione senza causa: è una legge della natura. Quindi la libertà non può essere «agire senza causa» — quella è solo un’illusione, o peggio, il caos. Allora cos’è la libertà vera? È agire secondo la propria natura più profonda, senza essere deviati da cause esterne. Un esempio concreto: una pietra che cade lo fa per gravità — causa esterna. Un albero che cresce verso la luce lo fa per la sua natura interna. L’albero, in senso spinoziano, è «più libero» della pietra.

L’uomo ha una natura più profonda che Spinoza chiama conatus — l’impulso a perseverare nell’essere, a crescere, a capire, a ragionare. Quando l’uomo agisce secondo questo impulso — quando pensa, quando sceglie con la ragione, quando segue la propria essenza — la causa della sua azione coincide con ciò che è davvero.

Quando invece è dominato dalla paura, dall’inerzia, dall’istinto cieco di conservarsi a qualunque costo, la causa della sua azione è esterna — viene dalle circostanze, dagli altri, dalle passioni subite. È un burattino mosso da fili che non vede.

L’ignavo spinoziano non è incatenato da nessuno, eppure è servo: le sue passioni passive — la paura del rischio, la pigrizia, il desiderio di neutralità — decidono per lui. Non è lui che agisce: è agito. E la cosa più amara è che spesso lo scambia per saggezza.

Kant: l’uscita dalla minorità

La frase più celebre dell’Illuminismo kantiano è il motto dell’uscita dalla Unmündigkeit, dalla minorità: «Sapere aude! Abbi il coraggio di usare il tuo intelletto!» La minorità è la condizione di chi non si serve del proprio intelletto senza la guida di un altro. Non per incapacità, ma per inerzia e viltà. Kant non potrebbe essere più esplicito: quella inerzia e quella viltà sono colpevoli. Sono una scelta — sbagliata — di restare bambini in un mondo che richiede adulti.

Sartre: la malafede come ignavia

Jean-Paul Sartre costruisce la sua etica intorno alla nozione di mauvaise foi, cattiva fede o malafede. La malafede è il tentativo dell’uomo di sfuggire alla propria libertà: fingersi determinato dalla natura, dal carattere, dalle circostanze, per non dover assumere la responsabilità delle proprie scelte. Il cameriere che recita la parte del cameriere per non dover essere qualcos’altro. Il borghese che dice «sono fatto così» per non doversi cambiare. L’ignavo sartriano è chi si convince di non avere scelta quando in realtà la scelta ce l’ha sempre.

Sartre fu esplicito dopo la Seconda Guerra mondiale: i francesi che collaborarono con i nazisti non furono costretti. Scelsero. Quelli che tacquero scelsero. Anche il silenzio era una scelta, e chi sosteneva di non aver potuto fare altro mentiva a sé stesso. La malafede, disse, è un lusso che la storia non perdona.

C’è un antecedente politico a questa condanna filosofica dell’indifferenza, ed è di segno ancora più tagliente. Nel 1917 un giovane Antonio Gramsci scrisse una delle pagine più dure mai dedicate al tema: «Odio gli indifferenti […] Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita.» Dove Sartre analizza la malafede come meccanismo psicologico individuale, Gramsci ne fa un’accusa politica diretta: l’indifferente non è neutrale, è complice per omissione. I due pensatori, distanti per formazione e linguaggio, convergono sullo stesso punto: la scelta di non scegliere non sospende la responsabilità, la aggrava.

Sartre, del resto, non si fermò alla diagnosi della malafede: costruì anche il concetto positivo che le fa da contraltare, quello di engagement (impegno). Nel saggio Che cos’è la letteratura? sostenne che la parola stessa è azione — chi scrive rivela il mondo, e nel rivelarlo lo costringe a cambiare, o quantomeno lo mette sotto accusa. Le parole, scriveva, sono «rivoltelle cariche»: chi parla, spara. È il rovescio esatto dell’ignavia: non l’uomo che si nasconde dietro le circostanze, ma quello che usa la propria voce sapendo che avrà un costo.

V. L’accidia: quando l’ignavia diventa malattia dell’anima

Il gemello teologico dell’ignavia è l’accidia — o acedia nella forma medievale. Spesso tradotta come pigrizia, è in realtà molto di più: è la tristitia, la tristezza spirituale, la paralisi dell’anima davanti al bene. Non è la depressione nel senso clinico moderno (anche se le somiglianze ci sono), ma una forma specifica di torpore morale-spirituale.

I Padri del deserto, già nel IV secolo, elencavano l’accidia tra i peccati più pericolosi per il monaco, e poi Giovanni Cassiano la portò in Occidente. Evagrio Pontico la descrisse come il demone di mezzogiorno: proprio quando il sole è al culmine — quando si è nel pieno della vita e si hanno tutti i mezzi per agire — l’accidioso si trova incapace di fare niente. Guarda fuori dalla finestra, si lamenta, rimanda, si distrae, nega. Tutto sembra inutile nel momento esatto in cui sarebbe possibile. Il peccato dell’accidia è una forma di ingratitudine cosmica: Dio ha dato all’uomo la vita, il tempo, i talenti, e l’uomo li lascia marcire per inerzia.

Tommaso d’Aquino inserì l’accidia tra i sette peccati capitali, collocandola nella zona della mancanza d’amore: non è pigrizia del corpo, ma pigrizia verso il bene. La definì tristezza del bene divino in noi — un fastidio esistenziale verso ciò che dovremmo essere e non vogliamo impegnarci a diventare.

La differenza tra ignavia e accidia è sottile ma reale. L’ignavo non sceglie davanti alla responsabilità concreta: non denuncia, non interviene, non prende posizione. L’accidioso non vuole nemmeno arrivare alla responsabilità: è paralizzato prima, in uno stato di apatia che svuota anche il desiderio. L’ignavia è una scelta mancata; l’accidia è la morte del desiderio di scegliere.

Nella modernità, l’accidia ha cambiato volto. Non è più il monaco che non riesce a pregare: è il quarantenne che scorre il feed dei social per ore mentre sa benissimo cosa dovrebbe fare. È lo studente che guarda le serie televisive la notte prima dell’esame. È il cittadino che non vota perché «tanto sono tutti uguali» — formula magica con cui si converte la propria ignavia in saggezza cinica. Il contenuto è cambiato, la struttura no.

VI. L’Oriente e il torpore: il tamas e l’ignoranza

Nelle tradizioni dell’induismo e del buddhismo il concetto di ignavia trova corrispondenze profonde, anche se con un vocabolario diverso. Nella cosmologia vedanta ci sono tre qualità fondamentali della materia e della coscienza, le guṇa: sattva (purezza, luce, elevazione), rajas (passione, attività, movimento), e tamas (inerzia, oscurità, pesantezza). Il tamas è il polo dell’ignoranza cosmica: è il principio che mantiene l’uomo nell’addormentamento spirituale, nell’attaccamento, nel rifiuto di svegliarsi.

La Bhagavad Gita — uno dei testi sacri più universali mai scritti — ruota proprio intorno al problema dell’ignavia. Arjuna, il guerriero, si blocca davanti alla battaglia. Non per codardia nel senso volgare, ma per una forma di paralisi morale: non vuole combattere, non vuole scegliere, non vuole uccidere anche chi lo merita. Krishna gli risponde con una delle più grandi lezioni sulla responsabilità dell’azione che la letteratura mondiale abbia prodotto: agire è il tuo dovere. Non il risultato dell’azione — quello non ti appartiene. Ma il rifiuto dell’azione è tradimento di te stesso e dell’ordine del mondo.

Nel buddhismo, il torpore mentale — thīna-middha — è uno dei cinque ostacoli alla meditazione e alla liberazione. Non è stanchezza fisica: è quella nebbia interiore che impedisce la chiarezza della mente, che fa scivolare via il momento presente, che mantiene l’uomo nel sonno esistenziale invece di svegliarlo alla realtà. Il Buddha insegnava che la sofferenza nasce dall’ignoranza — ma questa ignoranza non è mancanza di informazioni: è cecità morale, è il rifiuto di vedere le cose come sono.

VII. Il grande teatro degli ignavi: letteratura e romanzo

Don Abbondio: l’ignavo italiano per eccellenza

Se la letteratura italiana dovesse eleggere un monumento all’ignavia, la scelta cadrebbe inevitabilmente su Don Abbondio dei Promessi sposi. Alessandro Manzoni lo costruisce con una lucidità quasi scientifica: non è cattivo. Non è un Rodrigo. Non è un Azzone Visconti. È semplicemente un uomo che «era entrato in quella professione senza vocazione», che aveva scelto la tonaca come scudo contro il mondo, che aveva costruito la sua vita intorno a un unico principio: evitare i guai.

«Don Abbondio non era nato con un cuor di leone […] il coraggio, uno non se lo può dare.»

Manzoni lo giudica con quella pietà severa che è il marchio del grande scrittore: capisce Don Abbondio, ne vede le ragioni storiche e psicologiche (un prete povero nel Seicento lombardo non aveva molti strumenti per resistere ai bravi), ma non lo assolve. Il punto è che Don Abbondio potrebbe dire qualcosa. Potrebbe almeno tacere con dignità, invece di collaborare attivamente alla sua stessa viltà. Invece inventa scuse, costruisce alibi, sacrifica Renzo e Lucia sull’altare della sua tranquillità.

E lui lo sa. È questo il dettaglio che Manzoni non perdona: Don Abbondio non è ingenuo. Sa benissimo cosa sta facendo. E lo fa lo stesso. Non è un idiota: è un ignavo consapevole, che è la forma più grave della specie.

Oblomov: l’ignavia come sistema di vita

Nel romanzo russo di Ivan Goncharov, Oblomov (1859), l’ignavia diventa l’architrave di un intero universo. Ilja Ilič Oblomov è un nobile russo che non riesce ad alzarsi dal divano. Non perché sia malato. Non perché sia povero. Ma perché ha costruito attorno a sé un sistema così perfetto di giustificazioni, rimandi, sogni e intenzioni mai realizzate che la vita vera gli è diventata impossibile.

Il suo amico Stolz prova a scuoterlo. Olga lo ama e lo stimola. Il mondo gli offre opportunità. Ma Oblomov rimanda sempre. Domani. Presto. Appena mi sento meglio. Il termine «oblomovismo» è entrato nella lingua russa come sinonimo di inerzia esistenziale. Lenin lo usò per criticare la burocrazia zarista. Ma Oblomov non è solo russo: è un tipo umano universale. Chiunque abbia mai sentito un progetto morire per mancanza di slancio conosce un pezzo di Oblomov dentro di sé.

Victor Hugo e l’ignavia del potere

Ne I miserabili di Victor Hugo l’ignavia non è nel protagonista — Jean Valjean è il contrario assoluto dell’ignavo — ma nei personaggi che lo circondano. Il vescovo Myriel è il contrario dell’ignavo: agisce, perdona, rischia. Ma tutto intorno a lui c’è un mondo di borghesi, funzionari, magistrati che sanno e non agiscono. Che vedono la miseria e si voltano dall’altra parte.

Il personaggio di Thénardier è un imbroglione attivo — e quindi, paradossalmente, meno ignavo di certi suoi contemporanei. È il giudice che condanna Valjean sapendo che probabilmente è innocente ma non vuole disturbare l’ordine del mondo. È l’ispettore Javert, che in fondo è un ignavo di un tipo particolare: uno che ha delegato la propria coscienza alla Legge, per non doversi più assumere il peso di decidere cosa è giusto. La Legge al posto della coscienza: forma raffinata di ignavia morale.

Madame Bovary e l’ignavia del marito

In Madame Bovary di Flaubert l’ignavo per eccellenza non è Emma — lei è anzi una romantica che agisce, sbaglia, soffre, vive. L’ignavo è Charles Bovary, il marito. Non cattivo, non stupido, semplicemente insufficiente. Vede Emma morire dentro, la vede infelice, annoiata, consumata da un mondo troppo stretto per lei. E non fa niente. Non perché non ami: perché non ha il coraggio — o la fantasia, o la volontà — di cambiare qualcosa. Charles sopravvive a Emma, e continua a non capire. La sua ignavia non è crudeltà: è l’assenza di tutto.

Dostoevskij: la coscienza paralizzata

Nei romanzi di Dostoevskij l’ignavia prende una forma ancora più tormentata. Il protagonista delle Memorie dal sottosuolo è un intellettuale che analizza sé stesso all’infinito, che conosce perfettamente i propri difetti e quelli del mondo, ma è incapace di agire. L’eccesso di coscienza lo paralizza: pensa troppo per agire, e usa il pensiero come alibi per non agire. «Gli uomini d’azione sono gente di limitata intelligenza», si dice. E nel frattempo non combina niente.

C’è qualcosa di modernissimo in questo ritratto. Questa figura — l’iper-consapevole che capisce tutto e fa niente — ha il suo antenato letterario nel sotterraneo dostoevskiano.

La coscienza senza azione è un lusso, e alla fine è anche un’altra forma di ignavia: la più sofisticata, la più rispettabile in apparenza, la più inutile.

Le voci che non tacquero

Alla galleria dei personaggi letterari ignavi vale la pena affiancare — per contrasto — qualche episodio reale di rifiuto del silenzio da parte di artisti. Nel 1968, mentre il mondo era attraversato dalla rivolta e dalla guerra del Vietnam, alcuni tra i più importanti registi della Nouvelle Vague — Jean-Luc Godard, François Truffaut, Claude Lelouch — occuparono la sala grande del Festival di Cannes aggrappandosi ai tendaggi per bloccare una proiezione, sostenendo che non si potesse discutere di tecnica cinematografica mentre fuori la storia bruciava. Il Festival chiuse in anticipo, senza assegnare premi; diversi giurati, tra cui Louis Malle, si dimisero per solidarietà.

Qualche anno prima, nel 1971, Joan Baez aveva prestato la voce a una ballata scritta per il film di Giuliano Montaldo sulla vicenda di Sacco e Vanzetti, su musica di Ennio Morricone: un testo che affermava, in sostanza, come sia proprio il silenzio, e non la parola, a costituire la vera onta morale. Sono episodi minori nella grande storia, ma paradigmatici: mostrano che l’alternativa all’ignavia non è necessariamente l’eroismo, ma un gesto preciso, situato, spesso scomodo — occupare una sala, prestare una voce, firmare una canzone — che rifiuta la comodità della neutralità.

Il Gattopardo: l’ignavia aristocratica

In Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il Principe Fabrizio di Salina guarda il mondo cambiare e lascia che cambi senza muovere un dito. La celebre battuta («Bisogna che tutto cambi perché tutto resti com’è») è spesso citata come saggezza aristocratica. Ma è anche una forma di ignavia razionalizzata: l’uomo intelligente che usa la propria intelligenza per giustificare la propria inazione. Vede, capisce, e non sceglie. Delega al nipote Tancredi il lavoro di sopravvivere alla storia. Il Principe è un ignavo di lusso: lucido, brillante, affascinante. Ma ignavo.

VIII. Gli ignavi di oggi: un catalogo (senza nomi)

Sarebbe comodo pensare che l’ignavia sia una categoria del passato, un peccato medievale o una tipologia letteraria. Purtroppo, no. Gli ignavi sono tra noi, e a volte siamo noi.

Qualche profilo, senza nomi propri, per il gusto del riconoscimento.

C’è una forma di ignavia più sofisticata di quelle finora descritte, ed è quella che non si nasconde più: si dichiara apertamente, e si presenta come virtù. Nell’estate del 2026 un caso di cronaca culturale l’ha resa visibile con chiarezza esemplare: un cantautore rivendica il diritto degli artisti a non prendere posizione di fronte agli orrori del proprio tempo, e subito una fila di editorialisti lo trasforma in eroe del dissenso, mentre chi denuncia quel silenzio viene accusato — con un rovesciamento semantico quasi vertiginoso — di «intolleranza» e di «pensiero totalitario». Il meccanismo retorico è sempre lo stesso: si ridefinisce la Libertà come assenza di Vincolo, si pone la Responsabilità come sua antitesi anziché come suo compimento, e chiunque richiami qualcuno al dovere di giudicare viene bollato come nemico del pluralismo. È l’ignavia che non chiede più scusa: chiede applausi.

Un’eco più antica di questo atteggiamento ha un nome preciso nella storia religiosa: nicodemismo, la pratica — diffusa tra certi riformatori del Cinquecento perseguitati — di coltivare in privato convinzioni che in pubblico si tacevano per prudenza. Il termine, dal Nicodemo evangelico che visitava Gesù di notte per non farsi vedere di giorno, descrive bene una costante antropologica: la critica sussurrata nel salotto, il silenzio tenuto sul palco.

Il politico di complemento

Siede in Parlamento da vent’anni. Non ha mai presentato una legge degna di questo nome. Non ha mai votato contro la corrente del suo partito, neanche quando il partito si sbagliava in modo clamoroso e lui lo sapeva benissimo. Fa bei discorsi nelle commissioni e poi si defila al momento del voto. Ha un’opinione su tutto nelle conversazioni private e nessuna opinione pubblica su niente. Il suo motto è: «La politica è l’arte del possibile.» Traduzione: l’arte di non fare niente che possa costarmi qualcosa.

Non è corrotto nel senso giudiziario. È qualcosa di più sottile: è uno che occupa un posto che potrebbe appartenere a qualcuno che ha qualcosa da dire.

Il dirigente neutrale

Sa perfettamente che nel suo ufficio c’è chi viene trattato ingiustamente. Lo vede. Forse ci soffre anche, di notte, nella quiete del suo bravo appartamento. Ma tra il disagio privato e l’azione pubblica c’è un abisso che non attraverserà mai. Perché attraversarlo costerebbe. Potrebbe creare conflitti. Potrebbe danneggiare la sua carriera. Potrebbe — orrore degli orrori — renderlo impopolare.

Il suo strumento preferito è la delega ascendente: rimanda ogni decisione difficile al livello superiore, sapendo che il livello superiore farà lo stesso. Il problema sale, non si risolve mai, e nessuno è mai responsabile di niente.

Il chierichetto del potere

Nella Chiesa, nella politica, nell’accademia, in qualsiasi istituzione abbastanza grande da avere interni e esterni: esiste la figura di chi sa, tace e incensa. Ha visto abusi, irregolarità, ingiustizie. Le ha documentate mentalmente, forse anche su carta, in un cassetto. Ma non parla perché «non è il momento», perché «bisogna aspettare», perché «così si fanno più danni che benefici». Vent’anni dopo si scopre che il momento giusto non è mai arrivato e i danni li hanno pagati gli altri.

Il clericale dell’ignavia usa il linguaggio della prudenza per coprire il silenzio dell’opportunismo. «Non voglio creare scandalo» significa «non voglio perdere la mia posizione».

Il cittadino disincantato

È il personaggio più diffuso e in qualche modo il più pericoloso, perché spesso viene trattato come un saggio. «Sono tutti uguali.» «Non cambia niente.» «Non mi interesso di politica.» Queste frasi sono le tre litanie dell’ignavo contemporaneo, il suo breviario laico.

Non vota, o vota a caso. Non partecipa, non si informa, non protesta. E poi, quando le cose vanno male — quando il Comune sgombera quel parco, quando la scuola chiude, quando la sanità pubblica peggiora — si lamenta. Il lamento senza azione è la firma dell’ignavo moderno.

(Nota ironica a margine: il disincantato che dice «sono tutti uguali» ha quasi sempre le spalle al muro in una conversazione in cui qualcuno gli chiede perché non abbia fatto qualcosa. È una difesa, non una filosofia. Ma è una difesa così comoda che si è irrigidita in convinzione. Il che è, di per sé, un piccolo capolavoro di autoinganno.)

Il complice del silenzio

Quello che sa — in azienda, in famiglia, nel quartiere — e non dice. Forse perché ha paura. Forse perché vuole stare tranquillo. Forse perché si convince che «non è affar suo». Il sopruso continua, la vittima è sola, e il complice del silenzio a sera si guarda allo specchio senza troppi problemi, perché dopotutto lui non ha fatto niente.

Appunto. Non ha fatto niente. Ecco il punto.

IX. La psicologia dell’ignavia: perché non agiamo

La psicologia moderna non usa la parola «ignavia», ma conosce benissimo il fenomeno. Daniel Kahneman ha mostrato come il cervello umano sia naturalmente orientato alla System 1 thinking: il pensiero rapido, automatico, pigro. Il pensiero lento, critico, responsabile — il Sistema 2 — richiede energia e viene evitato istintivamente. L’ignavia, in chiave cognitiva, è la prevalenza del Sistema 1 anche quando la situazione richiederebbe il Sistema 2.

C’è poi il cosiddetto effetto spettatore — l’esperimento di Darley e Latané del 1968, noto come effetto Kitty Genovese. Quando una donna fu aggredita a New York, decine di vicini assistettero senza chiamare la polizia. La ricerca successiva dimostrò che più persone sono presenti, meno è probabile che una singola persona intervenga: ognuno pensa che qualcun altro lo farà. La responsabilità si diluisce nella folla fino a sparire. È ignavia collettiva, prodotta strutturalmente dalla presenza degli altri.

Philip Zimbardo, il teorico dell’«effetto Lucifero», ha studiato come le persone ordinarie diventino capaci di azioni ordinariamente crudeli — o di inazioni ordinariamente vili — quando il contesto lo consente. Non sono mostri: sono persone normali che hanno lasciato che il contesto decidesse per loro. L’ignavo non è necessariamente un individuo difettoso: è spesso un individuo normale in un sistema che lo autorizza a non scegliere. Questo non lo assolve, ma lo spiega.

X. La linea sottile: quando il silenzio è legittimo

Attenzione. Non bisogna fare dell’«ignavo» un’etichetta da distribuire con generosità o con arroganza. La linea tra paura reale e ignavia colpevole è sottile, e sarebbe disonesto ignorarla. Non tutti i silenzi sono uguali.

Chi tace perché è in pericolo di vita non è ignavo: è umano. Chi non denuncia perché sa che la denuncia non cambierà niente e anzi lo esporrà a ritorsioni non è necessariamente ignavo: è razionale. Chi non manifesta perché ha tre figli da mantenere e un lavoro precario non è ignavo: è stretto. La povertà di mezzi è reale. La paura è reale. La fragilità è reale.

Il vero ignavo — nel senso morale pieno del termine — è chi potrebbe scegliere e non sceglie. Chi ha le risorse, la libertà, la posizione, la conoscenza, e preferisce usarle per proteggersi invece che per fare il bene o almeno impedire il male. Chi ha la parola giusta in bocca e la trattiene per convenienza. Chi scambia la prudenza con la resa, la diplomazia con la complicità, il realismo con il cinismo.

C’è anche una forma di ignavia mascherata da saggezza: quella di chi dice «bisogna aspettare il momento giusto» sapendo benissimo che quel momento non arriverà mai, o arriverà quando sarà troppo tardi. Il momento giusto è quasi sempre ora, o almeno prima di quanto si pensi.

XI. La formula: perdersi per non perdere

C’è una formula che riassume l’ignavia meglio di qualunque definizione tecnica:

L’ignavo è l’uomo che, per non perdere qualcosa, finisce per perdere sé stesso.

Per non perdere la tranquillità, perde la dignità. Per non perdere la posizione, perde l’integrità. Per non perdere l’amicizia dei potenti, perde la fiducia dei deboli. Per non rischiare niente, perde tutto ciò che vale.

E il paradosso finale — crudele e perfetto — è che l’ignavo spesso non se ne accorge. Ha costruito intorno a sé un sistema così solido di giustificazioni, razionalizzazioni, prudenze e realismo che la perdita di sé gli appare come saggezza. Come maturità. Come esperienza. Chi non ha la coscienza per riconoscere la propria ignavia è condannato a ripeterla indefinitamente, con crescente convinzione di essere nel giusto.

Dante li ha visti bene, questi. Li ha messi nel vestibolo, tra i non-luoghi e i non-tempi. Ha detto: «non ragioniam di lor». Ma poi ci ha dedicato decine di versi memorabili. Perché il silenzio sull’ignavia non è la risposta: è parte del problema.

La risposta è nominarla. Riconoscerla. In sé prima che negli altri. E poi — quando si può, nei modi che si possono, con i mezzi che si hanno — scegliere.

Perché l’alternativa è correre dietro a una bandiera vuota, punti da vespe, nel vestibolo di un luogo che non è nemmeno abbastanza interessante da essere l’Inferno.

Alla schiera degli ignavi qui elencati, inevitabilmente incompleta, dedico le parole rese celebri da don Lorenzo Milani e già pronunciate da don Primo Mazzolari: «A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?»

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