Il Miles gloriosus di Plauto

Argomenti: le divise – il vuoto – la messa in scena

Duemiladuecento anni fa, su un palco di legno a Roma, il pubblico rideva a crepapelle di un soldato che si vantava di aver ucciso da solo settemila uomini in un giorno — e magari anche di più, se solo si fosse impegnato. Oggi, mentre tornano di moda le divise, i gradi, le parate, gli inni e la nostalgia, vale la pena chiedersi: di cosa ridevano esattamente i romani? E perché quella risata, invece di essere seppellita insieme al latino, continua a suonarci familiare.

Chi era Plauto e cosa raccontò

Tito Maccio Plauto (circa 250-184 a.C.) fu il più popolare commediografo della Roma repubblicana: scriveva per un pubblico vasto, non per un’élite colta, e il suo mestiere era far ridere, non moraleggiare — ma proprio per questo i suoi testi ci restituiscono, senza filtri, cosa faceva ridere e cosa infastidiva la gente comune del suo tempo.

Il Miles gloriosus (“il soldato glorioso”, o meglio il soldato che si vanta della propria gloria) racconta la storia di Pirgopolinice, un mercenario tanto ricoperto di medaglie quanto vuoto di reale valore. Ha rapito una cortigiana, Filocomasio, e la tiene prigioniera in casa sua, convinto che lei lo adori. In realtà il servo scaltro Palestrione organizza un inganno elaborato — un doppio della casa con un passaggio segreto, una finta gemella, una finta matrona innamorata — per liberarla e, soprattutto, per smascherare la vanità del capitano. Alla fine, Pirgopolinice viene persino bastonato dai servi di un rivale, convinto di meritarselo per aver “sedotto” una donna sposata: umiliato fisicamente proprio nel corpo di cui va tanto fiero.

Come faceva ridere, e cosa insegnava

Il meccanismo comico è semplice e spietato: più il personaggio si autocelebra, più il pubblico vede la distanza tra ciò che dice di essere e ciò che è davvero. Non è ridicolo perché è un soldato — Roma, all’epoca, viveva di eserciti e mercenari, e la commedia nasce proprio nel clima delle guerre puniche, quando le fortune (e le millanterie) di comandanti e soldati di ventura erano ovunque sotto gli occhi di tutti. È ridicolo perché la sua parola non corrisponde ai fatti: promette imprese impossibili, e la trama esiste apposta per farlo cadere nella propria trappola verbale.

L’insegnamento di Plauto non passa per un discorso, ma per una struttura: la commedia mette in scena il fanfarone e lo lascia parlare fino a farlo affogare nel suo vaniloquio. È una pedagogia dell’ironia, non della predica — e forse per questo funziona ancora, duemila anni dopo: ridere di qualcuno è spesso più efficace, e più duraturo, che condannarlo.

Maschere eterne: una genealogia lunga due millenni

Pirgopolinice non è rimasto chiuso in un manoscritto latino. Ha attraversato i secoli cambiando nome e costume, ma non carattere. Nella commedia dell’arte italiana diventa il Capitano — Capitan Fracassa, Capitan Spavento, nomi che sono già una dichiarazione di intenti — spadaccino che urla la propria ferocia e scappa al primo pericolo vero. Nel teatro spagnolo del Siglo de Oro prende il nome di Matamoros, “ammazzamori”, eroe immaginario di guerre mai combattute. Nell’Orlando furioso di Ariosto rivive, in chiave più tragica ma con la stessa radice, in Rodomonte, il cui nome è passato nella lingua italiana come sinonimo di spavalderia vuota.

È una genealogia letteraria coerente perché il vizio che racconta è sempre lo stesso: l’uomo che ha bisogno di apparire più grande di quanto sia, e che costruisce quella grandezza a parole, perché nei fatti non gli basta.

Il compagno necessario: perché il fanfarone non è mai solo

C’è un dettaglio della commedia che si tende a dimenticare, ed è forse il più illuminante di tutti. Pirgopolinice non si vanta nel vuoto: ha sempre accanto Artotrogo, il parassita che vive alle sue spalle e che alimenta ogni sua fantasia di gloria con adulazioni sempre più assurde, rilanciando ogni numero, ogni impresa, ogni esagerazione. Senza Artotrogo, il capitano perderebbe gran parte della sua forza scenica — e forse anche della sua sicurezza. È una lezione sorprendentemente attuale: il fanfarone vive grazie alla corte di chi lo applaude acriticamente, di chi rilancia la sua immagine senza mai verificarla. Il vanaglorioso ha bisogno di un pubblico complice tanto quanto di sé stesso.

Perché tornano le divise

Negli ultimi anni, in molti paesi occidentali, si osserva un ritorno di simboli che sembravano archiviati: uniformi, gradi, saluti, armi esibite, parate, inni, retorica della disciplina, dell’obbedienza e, ahimè, dell’odio. Non è un fenomeno che riguarda solo l’Italia, e non riguarda solo una parte politica: attraversa culture diverse, spesso in risposta a un senso, diffuso e sospinto, di insicurezza — economica, identitaria, geopolitica.

Ciò che Plauto aveva già osservato, con gli strumenti della commedia, è che questa attrazione non nasce dalla guerra in sé, ma da un bisogno psicologico più profondo: il desiderio di appartenere a qualcosa di ordinato, gerarchico, che promette protezione in cambio di obbedienza. La divisa non è solo un’uniforme: è una promessa di identità semplice, in un mondo che la identità la rende sempre più complicata. Il grado non è solo un rango: è una gerarchia di valore visibile, immediata, che sostituisce il faticoso giudizio individuale. E il saluto, la parata, l’inno, non sono solo rituali: sono liturgie laiche che restituiscono al singolo la sensazione di far parte di un corpo più grande di sé.

È lo stesso meccanismo psicologico che rende un pubblico disposto ad applaudire Pirgopolinice prima ancora di verificare se le sue imprese siano vere: la forza della messa in scena precede sempre, nell’animo umano, la verifica dei fatti.

Esiste oggi un Pirgopolinice reale, è ritornato?

La risposta, qui, deve restare prudente. Attribuire a una persona vivente una maschera letteraria implica un giudizio sul suo carattere che nessuna analisi a distanza può davvero sostenere. Sarebbe improprio affermare che un determinato ufficiale, generale o politico “sia” un Miles gloriosus: dipende da tanti fattori, non ultima una valutazione soggettiva, non da un fatto verificabile.

Possiamo però isolare i tratti del tipo letterario, e osservare se e dove ricompaiono nel presente:

•  esalta continuamente le proprie imprese e la propria storia;

•  si presenta come l’unico capace di risolvere i problemi;

•  ostenta coraggio e competenza più di quanto i fatti dimostrino;

•  ama la divisa, o il suo equivalente simbolico, come segno di prestigio;

•  parla spesso di guerra, forza e disciplina;

•  cerca il consenso attraverso una retorica enfatica;

•  costruisce di sé un’immagine eroica e infallibile.

Questi tratti, uno o più, in misura diversa, forzando, sembrano riaffiorare – come un’ombra letteraria o un’eco lontana – in figure molto differenti: ex militari, politici, imprenditori, faccendieri, opinionisti televisivi. Nel dibattito pubblico italiano qualcuno ha talvolta evocato, con intento polemico o satirico, perfino un generale in congedo oggi impegnato in politica. Il paragone sembra nascere soprattutto dal tono assertivo e provocatorio della sua comunicazione. Altri, al contrario, vi vedono semplicemente un ex militare che esprime con franchezza le proprie opinioni. Sarebbe però improprio trasformare questa suggestione in un giudizio: vedere in lui un moderno Miles gloriosus appartiene al terreno dell’interpretazione letteraria, non a quello dei fatti.

La letteratura offre specchi, non sentenze. Talvolta vi riconosciamo un volto contemporaneo; altre volte è soltanto un’impressione. In entrambi i casi, lo specchio resta di Plauto.

Del resto, oggi il Miles gloriosus non ha più bisogno di indossare o togliersi una divisa. La maschera si è semplicemente trasferita: può essere il politico che promette vittorie impossibili, il manager che attribuisce a sé ogni successo del proprio team, il leader mediatico che riporta ogni argomento a sé stesso, l’influencer che costruisce un’immagine eroica e infallibile a colpi di post. Proprio per questo il personaggio di Plauto resta vivo: non descrive una professione, descrive un vizio.

Cosa non è cambiato

Da Pirgopolinice ai capitani di ventura rinascimentali, dai generali ottocenteschi ai leader mediatici di oggi, ciò che non cambia è la struttura psicologica del fenomeno: un bisogno di riconoscimento che il singolo non riesce a ottenere nella vita reale, e che compensa con l’autocelebrazione; un pubblico — l’Artotrogo di turno, moltiplicato oggi per migliaia di follower — disposto a rilanciare quella celebrazione senza verificarla; e un contesto collettivo di insicurezza (reale e presunta) che rende quella messa in scena più attraente della complessità dei fatti. Forgiare un soldato, un capitano, un generale, ha sempre significato anche questo: costruire un personaggio che il pubblico ha bisogno di credere vero, prima ancora di chiedersi se lo sia.

Plauto lo aveva capito ridendone. Forse è ancora questa, oggi, l’arma più efficace: non l’indignazione, ma la risata che smaschera — perché il fanfarone, se esiste, di fronte al ridicolo, non sa più cosa rispondere.

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