Argomenti: le parole che la nominano, la fede che la abita, il giudice che la insegue, l’innocente che la invoca
Seconda parte: un percorso che non si chiude qui
Dove nasce la parola, prima ancora della cosa
Prima di chiedersi dove nasca la verità, vale la pena chiedersi dove nasca la parola che la nomina — perché le lingue antiche, nel coniarla, hanno già scelto un gesto mentale preciso, e quel gesto continua silenziosamente a orientare il modo in cui la cerchiamo oggi.
In greco antico la verità è aletheia, parola composta dalla negazione a- e da lethe, l’oblio (la stessa radice del fiume Lete, che nella mitologia cancella la memoria a chi ne beve). Verità, per i greci, è dunque anzitutto svelamento: qualcosa che smette di restare nascosto, un togliere il velo più che un misurare una distanza. In latino, invece, veritas ha una parentela diversa, vicina a ciò che è saldo, credibile, degno di fede — l’idea di affidabilità più che di rivelazione. Nell’ebraico biblico, infine, la parola è emet, dalla stessa radice di ciò che è stabile, che regge, che non cede: la verità qui non è anzitutto un enunciato corretto, ma una relazione su cui ci si può appoggiare senza cadere.
Tre lingue, tre grammatiche del vero: svelamento, affidabilità, fedeltà relazionale. Non sono sinonimi che il tempo ha reso intercambiabili: sono tre modi diversi di intendere che cosa significhi, in fondo, “trovare” la verità — e gran parte delle incomprensioni tra scienza, diritto e fede nasce proprio dal fatto che ciascuno, spesso senza saperlo, parla con una di queste grammatiche credendo che sia l’unica.
La religione: a suo agio, o in difficoltà?
Entrambe le cose, e non per debolezza. La tradizione religiosa — soprattutto quella biblica — è a proprio agio quando la verità è intesa come emet, come fedeltà di una relazione: qui ha alle spalle millenni di riflessione ed è, semmai, la matrice originaria del concetto. È invece storicamente più in difficoltà quando le viene chiesto di rispondere nel registro moderno della corrispondenza empiricamente verificabile: il caso di Galileo Galilei, processato nel 1633 per aver sostenuto il modello eliocentrico, resta l’esempio più noto di questo scarto.
Ma la tensione non va letta come uno scontro tra fede e ragione in blocco: è piuttosto la sovrapposizione forzata di due registri epistemici — due modi legittimi ma distinti di accertare qualcosa — a domande che, in origine, appartenevano a piani diversi. Chiedere alla fede di dimostrarsi con gli strumenti del laboratorio, o chiedere al laboratorio di pronunciarsi sul senso ultimo dell’esistenza, produce sempre lo stesso cortocircuito.
Un caso pratico: la ragazza che dice di aver visto la Madonna
È l’esempio che meglio mostra come i piani, se distinti con cura, smettano di litigare tra loro. Una ragazzina in un villaggio isolato afferma un giorno: “Ho visto la Madonna, mi ha parlato.” Come si valutano queste parole? La tradizione cattolica stessa, con un rigore procedurale spesso ignorato, distingue almeno tre piani.
C’è anzitutto la verità psicologica: la ragazza crede sinceramente a ciò che racconta. Questo si può accertare — attraverso interrogatori ripetuti nel tempo, la coerenza del racconto, l’assenza di interessi secondari o di condizioni patologiche. C’è poi la verità fenomenologica: le è accaduto qualcosa, un’esperienza ha attraversato la sua coscienza — anche questo, in una certa misura, è indagabile indirettamente. C’è infine la verità ontologica: la Madonna le è realmente apparsa. Questo terzo piano non è accertabile con gli strumenti dell’indagine empirica o giudiziaria: appartiene a un ordine diverso, quello della fede.
Ed è proprio su questa distinzione che la Chiesa costruisce le proprie formule tecniche: dichiarare che un’apparizione consta de supernaturalitate, o al contrario che non consta, non significa mai affermare di averla dimostrata. Significa solo riconoscere che il fenomeno è compatibile con la fede e privo di elementi dottrinalmente scorretti, lasciando ai fedeli la libertà di crederci o no — le rivelazioni private non sono mai vincolanti come lo è la rivelazione contenuta nelle Scritture. È un modello di prudenza epistemica — cioè di cautela nel dichiarare accertato ciò che non lo è — che un razionalista laico potrebbe trovare, a sorpresa, più rigoroso di molte affermazioni pronunciate con sicumera fuori da ogni contesto religioso.
C’è una verità ultima? Può diventare un dio, o Dio?
Le tradizioni filosofiche si dividono qui senza reticenze. Il realismo metafisico — la dottrina per cui esiste una realtà ultima indipendente da noi — risponde di sì: la conoscenza vi tende, anche se non la raggiunge mai del tutto. Le correnti pragmatiste e postmoderne sono più caute sull’idea che si possa “arrivare” a un punto fermo definitivo. La teologia, dal canto suo, non esita: la verità ultima esiste, e nel Vangelo secondo Giovanni ha persino un nome proprio, quando Gesù dichiara di sé di essere via, verità e vita insieme — un’identificazione diretta, non allegorica, tra una persona e la verità stessa: qui il vero non è più un enunciato da verificare, ma un Chi da incontrare.
All’estremo opposto, la storia offre un episodio speculare: nel novembre 1793, durante la fase più radicale della Rivoluzione francese, i giacobini intronizzarono nella cattedrale di Notre-Dame una “Dea Ragione”, impersonata da un’attrice — un tentativo, rapidamente abbandonato, di sostituire il culto religioso con un culto laico della verità razionale. Due gesti agli antipodi: l’uno identifica la verità con la persona di Dio, l’altro la eleva a idolo sostitutivo della religione. Ma entrambi, pur muovendo in direzioni opposte, testimoniano la stessa cosa: la verità, storicamente, ha sempre avuto la tendenza a essere trattata come qualcosa di più di un semplice fatto accertato — come oggetto di culto, o di una ricerca quasi religiosa, anche fuori dai templi.
Il condannato che si professa innocente
È forse l’immagine più netta di tutto il discorso. Un uomo condannato all’ergastolo, che continua a dichiararsi innocente, rappresenta lo scarto irriducibile tra la verità giudiziaria — ciò che un tribunale, secondo regole procedurali e standard probatori, ha dichiarato provato — e la realtà dei fatti, che può essergli rimasta del tutto estranea.
Se davvero innocente, quell’uomo non sta negando “una” verità tra le tante possibili: sta affermando che la procedura, per quanto legittima e necessaria, in quel caso non ha raggiunto ciò che pretendeva di raggiungere. Ed è il prezzo strutturale di ogni sistema giudiziario che debba decidere entro un tempo dato, con prove disponibili e non con l’onniscienza: la giustizia umana, per essere praticabile, deve accontentarsi di un grado di certezza inferiore a quello della realtà stessa — e questo comporta, in un numero purtroppo non nullo di casi, di condannare chi non ha colpa.
Quanto si gioca, oggi, tra svelare e nascondere
Moltissimo — ed è forse la posta più alta del nostro tempo. La differenza rispetto al passato non è che oggi si menta di più: si è sempre mentito. È che sono cambiati radicalmente gli strumenti per farlo su scala di massa e in tempo reale — la disinformazione affidata ad algoritmi, i contenuti sintetici generati artificialmente, la frammentazione delle fonti in bolle informative reciprocamente impermeabili.
Hannah Arendt lo aveva colto con precisione ancora negli anni Sessanta del secolo scorso: il potere contemporaneo non ha più bisogno di sostituire una verità con una menzogna dichiarata. Gli basta moltiplicare le versioni fino a rendere indistinguibile ciò che è accaduto da ciò che non è accaduto, così che il cittadino, sfinito dalla sovrabbondanza, rinunci del tutto a cercare. Non è la censura del fatto, ma la sua sommersione — un esito, per la verità, non meno pericoloso.
Non una conclusione, una tappa
Non scriviamo “fine” in calce a queste pagine, perché non è nella natura di questo tema concedersi una chiusura definitiva. Ciò che i greci chiamavano svelamento resta, per definizione, un processo mai terminato: ogni velo tolto ne lascia intravedere un altro. Il compito — di chi scrive come di chi legge — non è raggiungere un punto fermo oltre il quale non ci sia più nulla da capire, ma continuare a capire, imparare, scegliere, ragionare, cercare. Domani, o dopodomani, ci sarà ancora spazio per una riflessione in più.
Giustizia e libertà sempre e per tutti
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