Affetto

Argomenti: scarto semantico – Spinoza – parole che ingannano

Un equivoco che vale una lezione

Tutto nasce da un piccolo inciampo. In un testo che parlava di Spinoza si leggeva che comprendere le cause di un affetto non paralizza, ma libera. Un lettore comune ha letto “affetto” e ha pensato all’amore, al bene voluto a chi si ama. E ha faticato a capire il senso della frase, perché applicata all’amore quella frase suona quasi strana: che senso ha dire che capire perché amiamo qualcuno ci libera da quell’amore?

Il fraintendimento non nasceva da ignoranza. Nasceva da qualcosa di più interessante e più diffuso: la parola “affetto”, nel corso dei secoli, ha cambiato pelle. Il significato con cui Spinoza la usava nel Seicento non è più, oggi, il significato con cui la usa la lingua comune. Chi legge un testo antico con gli occhi della lingua di oggi non sta commettendo un errore personale — sta cadendo in una trappola che il linguaggio stesso ha teso, cambiando forma sotto ai suoi piedi mentre lui restava fermo. Vale la pena fermarsi su questo caso, non solo per chiarirlo, ma perché è un esempio perfetto di un problema molto più grande: quanti equivoci, tra le persone, nascono dal dare per scontato che una parola significhi per l’altro esattamente ciò che significa per noi?

L’etimologia: da dove viene “affetto”

“Affetto” viene dal latino affectus, participio passato del verbo afficere — composto da ad (“verso”) e facere (“fare”) — che significa letteralmente “agire su qualcosa”, “toccare”, “modificare dall’esterno”. Affectus, quindi, non indica in origine un sentimento specifico: indica lo stato in cui qualcosa o qualcuno si trova dopo essere stato toccato, mosso, modificato da una causa esterna. Cicerone parlava di affectus animi — “stato dell’animo” — per riferirsi a qualunque condizione emotiva prodotta dalle circostanze: poteva trattarsi di amore, ma altrettanto di paura, rabbia, invidia, speranza, dolore.

Nel nucleo stesso della parola, dunque, convivevano fin dall’inizio due possibili sviluppi: da un lato l’idea generale di “essere mossi da qualcosa che viene da fuori” (il senso tecnico, che diventerà quello filosofico); dall’altro l’idea più specifica di “sviluppare un legame” verso qualcuno — perché tra le tante cose che possono “toccarci” c’è anche, naturalmente, l’affetto per una persona. È quest’ultimo ramo, nel tempo, a diventare prevalente nell’uso comune, mentre l’altro sopravvive quasi solo nei testi tecnici.

Il lungo Medioevo delle passioni: da Tommaso a Cartesio

A dire il vero, per tutto il Medioevo e oltre, il termine tecnico privilegiato per indicare questi stati non era “affetto” ma “passione” — le passiones animae, le passioni dell’anima, eredità della psicologia di Aristotele. Tommaso d’Aquino, nella Summa Theologiae, ne cataloga undici, distribuite tra due facoltà del desiderio: l’appetito concupiscibile — quello rivolto verso il bene semplice, da cui nascono amore, odio, desiderio, avversione, gioia, tristezza — e l’appetito irascibile — quello che si attiva quando il bene è difficile da raggiungere o il male difficile da evitare, da cui nascono speranza, disperazione, timore, audacia, ira.

Nel Seicento, Cartesio riprende e semplifica questa mappa nel trattato Le passioni dell’anima (1649): riduce tutto a sei passioni primitive — meraviglia, amore, odio, desiderio, gioia, tristezza — dalle quali, per combinazione, nascono tutte le altre. Il punto che accomuna Tommaso e Cartesio, ed è cruciale per capire poi Spinoza, è che in entrambi questi stati vengono descritti come qualcosa che si subisce, non come qualcosa che si sceglie: da qui il nome stesso di “passione“, dal latino pati, “subire”, “patire”.

Spinoza e la parola affetto

Spinoza, nell’Etica (1677, pubblicata postuma), abbandona il termine “passione” come categoria generale e adotta proprio “affetto” (affectus) per indicare qualunque modificazione del corpo — insieme all’idea che ne abbiamo — attraverso cui la nostra potenza di agire, cioè la capacità concreta di fare le cose e di governare la propria vita, aumenta o diminuisce. È una definizione volutamente neutra: un affetto non è, di per sé, né buono né cattivo — lo è solo in base a un fatto: se accresce o riduce quella potenza.

Da questa base, Spinoza individua tre affetti primari — il desiderio, la gioia (l’aumento della potenza di agire) e la tristezza (la sua diminuzione) — e ne fa derivare, per combinazione con diverse cause e diversi oggetti, un intero catalogo che nell’appendice della terza parte dell’Etica arriva a quarantotto voci: l’amore (gioia accompagnata dall’idea di una causa esterna), l’odio (tristezza accompagnata dall’idea di una causa esterna), ma anche la speranza, il timore, la gelosia, l’invidia, l’orgoglio, l’umiltà, il rimorso, la vendetta, la commiserazione. Tutti, in questo elenco, sono affetti allo stesso titolo — l’amore per una persona cara non ha nessuno statuto privilegiato rispetto alla paura o alla rabbia: sono tutti casi particolari dello stesso fenomeno generale, uno stato che nasce in noi per effetto di qualcosa che ci tocca.

Il cuore del progetto etico di Spinoza sta in una distinzione ulteriore, tra affetti-passioni e affetti-azioni. Un affetto è una passione quando nasce da un’idea inadeguata, cioè confusa, parziale, di cui non conosciamo bene la causa — in questo caso siamo passivi, lo subiamo. Lo stesso affetto diventa un’azione quando riusciamo a formarcene un’idea chiara e distinta — a quel punto, pur non scomparendo, cambia natura: non ci domina più dal di fuori, ma entra nel campo di ciò che possiamo comprendere e, in una certa misura, orientare. È esattamente questa la proposizione, tra le più citate dell’intera Etica, dietro la frase che ha dato origine a questo articolo: un affetto che è passione cessa di essere passione non appena ce ne formiamo un’idea chiara e distinta. Capire non elimina la paura, la rabbia, il dolore — ma li sposta dal regno di ciò che subiamo ciecamente al regno di ciò che, conoscendolo, possiamo in parte governare.

Il restringimento moderno: come “affetto” è diventato solo amore

Non è possibile indicare una data precisa in cui la lingua italiana ha imboccato questa strada — i mutamenti semantici, cioè i cambiamenti di significato di una parola nel tempo, raramente avvengono in un momento identificabile: sono processi lenti, fatti di migliaia di piccole scelte d’uso ripetute per generazioni. Quello che si può osservare con sicurezza è l’esito: nell’italiano corrente “affetto” vive quasi soltanto nel registro dei legami personali — “gli affetti familiari”, “una persona a cui sono affezionato”, “con affetto” in chiusura di lettera. Il senso ampio e neutro, quello che comprendeva paura, rabbia, invidia allo stesso titolo dell’amore, sopravvive quasi solo nei testi tecnici — la filosofia che studia Spinoza, la psicologia quando parla di “affettività” in senso clinico — mentre nella lingua di tutti i giorni si è ristretto a una sola provincia del suo antico territorio, e per giunta alla più rassicurante: quella positiva.

È un fenomeno che i linguisti chiamano restringimento semantico: una parola che nasce con un campo di applicazione ampio finisce, nel tempo, per coprire solo una parte di quel campo — spesso, come in questo caso, la parte più prominente o più socialmente gradita, mentre il resto del significato originario scivola verso l’uso specialistico o scompare del tutto dalla percezione comune.

Un caso gemello: “passione”

Vale la pena affiancare a “affetto” un secondo caso, che segue un percorso per certi versi opposto e proprio per questo istruttivo: la parola “passione”. Ne abbiamo accennato poco sopra ma spiego meglio. Non me ne vogliate.

Passio viene dal latino pati, “subire”, “patire” — la stessa radice di “paziente” e di “pazienza”. In origine il significato non ha alcuna sfumatura positiva: indica lo stato di chi è in balìa di qualcosa, lo subisce senza controllarlo. Gli stoici chiamavano pathe (il termine greco corrispondente) i turbamenti dell’anima da cui l’uomo saggio doveva liberarsi per raggiungere l’apatheia — l’assenza di passioni, condizione di equilibrio e libertà interiore. La tradizione cristiana eredita lo stesso senso quando parla della Passione di Cristo: puro patimento, sofferenza subita, nessuna traccia dell’entusiasmo che oggi associamo alla parola.

Eppure, oggi, nell’italiano comune, “passione” indica quasi l’opposto: un entusiasmo intenso e positivo, un amore per un’attività — “la mia passione è la pittura”, “che passione per la musica”. La parola ha compiuto un vero e proprio rovesciamento di segno: da puro patimento a puro piacere, pur restando fedele, in fondo, a un nucleo comune — l’idea di essere travolti da qualcosa che non controlliamo del tutto. Cambia il segno emotivo, sopravvive l’intensità dell’essere-mossi. È lo specchio rovesciato di “affetto”: due parole che, partendo da radici imparentate (essere agiti, essere fatti subire qualcosa dall’esterno), sono approdate a esiti opposti — l’una ristretta al solo bene, l’altra quasi capovolta dal male al bene.

Perché questo conta: gli scarti semantici

Ogni parola importante porta con sé almeno due strati di significato: quello tecnico, storico, stabilizzato dentro una tradizione di pensiero precisa — filosofica, teologica, giuridica, scientifica — e quello vivo, mobile, che l’uso comune le attribuisce oggi, diverso da epoca a epoca, da territorio a territorio, da cultura a cultura. Chiamiamo scarto semantico la distanza tra questi due strati. Non riconoscerla produce almeno tre ordini di problemi.

Il primo è il fraintendimento di un testo: attribuire a un autore antico — Spinoza, ma vale per chiunque scriva in un’altra epoca — intenzioni e significati che non aveva, semplicemente perché si legge una parola con l’orecchio di oggi invece che con quello del suo tempo. È esattamente ciò che è successo con “affetto” in apertura di questo articolo.

Il secondo, forse il più diffuso nella vita quotidiana, è il fraintendimento tra le persone: due interlocutori usano la stessa parola convinti che significhi la stessa cosa per entrambi, senza mai verificarlo — ed è a questo livello, probabilmente, che nascono più incomprensioni relazionali, familiari, sociali di quante se ne vogliano ammettere. Parole come “rispetto”, “libertà”, “famiglia”, “giustizia” portano scarti semantici enormi da persona a persona, e restano quasi sempre invisibili finché non esplode il conflitto.

Il terzo è la manipolazione: lo sfruttamento deliberato dell’ambiguità o della deriva di una parola, per far leva sulla connotazione positiva di un vecchio significato mentre si intende, in realtà, tutt’altro — un meccanismo ben noto a chi studia la comunicazione politica, dove parole cariche di storia vengono piegate, di volta in volta, a sostenere posizioni che il loro significato originario non giustificherebbe affatto.

Un metodo semplice, riutilizzabile ogni volta che un testo importante affida un peso decisivo a una singola parola, può essere questo: chiedersi sempre che cosa significasse quella parola quando l’autore l’ha scritta; in quale tradizione e in quale registro scriveva; e infine che cosa significa quella stessa parola per noi, oggi, nell’uso che ne facciamo senza pensarci. Lo spazio tra queste tre risposte è, quasi sempre, il luogo esatto in cui la comprensione riesce oppure fallisce.

Chiusura: un modello di lettura

“Affetto” era solo il punto di partenza — l’ho chiamata all’inizio una pietra d’inciampo piccola, quasi banale, in un pomeriggio di lavoro su un altro testo. Ma dentro quell’inciampo c’era già tutto: un’etimologia dimenticata, due tradizioni filosofiche (le passioni medievali e cartesiane, gli affetti di Spinoza), un restringimento di significato silenzioso durato secoli, un caso gemello e rovesciato (“passione”) a confermare che non è un fenomeno isolato, e infine una lezione che va ben oltre il lessico filosofico: prima di adottare o di giudicare un’idea, vale la pena fermarsi sulla parola che la porta, e chiedersi se la stiamo davvero leggendo con gli occhi giusti — i suoi, o soltanto i nostri.

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