Argomenti: figura sottovalutata – statura morale – giustizia – metodo
La voce scomoda della ragione
C’è una frase, incisa sulla sua lapide mancata più che su quella vera — perché anche la sua tomba, come vedremo, ebbe una storia grottesca — che riassume bene il personaggio: “Il mondo è il mio paese, fare del bene è la mia religione”. Thomas Paine (1737-1809) è forse la figura più sottovalutata dell’Illuminismo politico: meno elegante di Voltaire, meno sistematico di Rousseau, meno accademico di Locke, ma capace, più di chiunque altro nel suo secolo, di trasformare idee complesse in parole che un fabbro, un contadino o una lavandaia potessero capire e fare proprie. Fu, insieme, un padre fondatore degli Stati Uniti che non nacque americano, un eroe della Rivoluzione francese che rischiò la ghigliottina, e un eretico religioso che morì quasi solo, rinnegato da molti degli stessi uomini che aveva contribuito a rendere liberi.
Le origini: un figlio di corsettai fra due fedi
Nacque il 29 gennaio 1737 (secondo il vecchio calendario; il 9 febbraio secondo quello moderno) a Thetford, nella contea inglese del Norfolk. Il padre, Joseph Pain, era un modesto artigiano quacchero specializzato nella fabbricazione di stecche per corsetti (steccature in balena usate per irrigidire i busti femminili, un mestiere umile ma non disprezzabile nell’Inghilterra del Settecento); la madre, Frances Cocke, era anglicana. Questa doppia appartenenza religiosa nella stessa casa — il rigore etico e pacifista dei quaccheri da un lato, il conformismo della Chiesa stabilita dall’altro — segnò profondamente il futuro pensatore: dai quaccheri ereditò l’insofferenza per le gerarchie ecclesiastiche e il culto delle forme, dall’ambiente anglicano la familiarità con un cristianesimo più istituzionale, che avrebbe poi criticato con altrettanta durezza.
L’istruzione fu breve: la Thetford Grammar School, fino ai tredici anni, quanto bastava per leggere, scrivere e fare di conto. Poi l’apprendistato forzato nella bottega paterna, come corsettaio. Fu un mestiere che il giovane Thomas non amò mai: a sedici anni tentò la fuga arruolandosi come marinaio su una nave corsara durante la Guerra dei Sette Anni, un’esperienza breve e violenta di cui parlò poco in seguito. Tornato a terra, la sua vita fino ai trentasette anni fu una sequenza quasi ininterrotta di fallimenti: corsettaio, insegnante, negoziante di tabacco, e infine esattore delle imposte sui consumi (l’excise, una tassa che colpiva alcolici e tabacco, riscossa da funzionari mal pagati e socialmente poco stimati). Fu licenziato due volte da questo ultimo impiego, la seconda per aver protestato pubblicamente, con un pamphlet, a favore di salari più dignitosi per i suoi colleghi — un primo, timido segnale dello scrittore polemico che sarebbe diventato.
Sul piano familiare, questi anni inglesi furono altrettanto duri. Nel 1759 sposò Mary Lambert, morta meno di un anno dopo, forse di parto insieme al bambino. Nel 1771 si risposò con Elizabeth Ollive, figlia del suo datore di lavoro a Lewes; il matrimonio fu separato legalmente nel 1774, prima della sua partenza per l’America, senza che si conoscano con certezza i motivi — gli storici concordano solo sul fatto che non fu un’unione felice, e che, come la prima, non produsse figli. Paine non ebbe mai discendenza, e questo è un dettaglio non irrilevante per capire un uomo che avrebbe dedicato la propria intera esistenza successiva a una causa più grande di qualunque famiglia: l’umanità stessa, dichiarata più volte sua unica vera patria.
L’incontro che cambiò tutto
Nel 1774, ormai quarantenne fallito secondo ogni metro dell’epoca, Paine incontrò a Londra Benjamin Franklin, che rimase colpito dalla sua intelligenza autodidatta — coltivata leggendo di scienza newtoniana nelle serate libere, comprando libri con lo stipendio miserabile da esattore — e gli scrisse una lettera di presentazione per le colonie americane. Paine si imbarcò, ammalato di tifo per l’intero viaggio, e sbarcò a Filadelfia nel dicembre 1774 come un uomo pressoché senza passato da rivendicare.
Fu lì che, in meno di due anni, si trasformò nel più efficace propagandista della causa indipendentista. Nel gennaio 1776 pubblicò anonimo Common Sense (“Il senso comune”), un pamphlet di sole quarantasette pagine che vendette, in proporzione alla popolazione coloniale dell’epoca, un numero di copie equivalente oggi a decine di milioni di lettori. Il suo segreto non era l’originalità delle idee — la sovranità popolare, l’irrazionalità della monarchia ereditaria, il diritto di un popolo a scegliersi il proprio governo erano già circolate in altri testi — ma la lingua: diretta, biblica nel ritmo, priva di latinismi e di eleganze da salotto, capace di parlare a chi non aveva mai letto un trattato di filosofia politica. Seguirono, durante gli anni della guerra, i pamphlet della serie The American Crisis, che si aprivano con l’incipit oggi più citato di tutta la letteratura rivoluzionaria americana: “Questi sono i tempi che mettono alla prova le anime degli uomini” (These are the times that try men’s souls). Furono letti ad alta voce alle truppe di George Washington, secondo la tradizione storiografica, prima della battaglia di Trenton nel dicembre 1776, in uno dei momenti più bui della guerra.
L’Europa in fiamme: la Rivoluzione francese e la Ragione sotto processo
Terminata la guerra d’indipendenza americana (durata dal 1775 al 1783), Paine si dedicò per alcuni anni a un progetto che rivela un lato meno noto della sua personalità: l’ingegneria. Progettò e brevettò un ponte a campata unica in ferro, convinto che la scienza e la democrazia camminassero insieme, e viaggiò fra Inghilterra e Francia per trovarne finanziatori.
Ma la Rivoluzione francese lo attirò più di qualunque ponte.
(La Rivoluzione francese si fa iniziare convenzionalmente il 14 luglio 1789, con la presa della Bastiglia, e si fa terminare il 9 novembre 1799 (il 18 brumaio del calendario rivoluzionario), quando Napoleone Bonaparte prese il potere con il colpo di Stato che pose fine al Direttorio e aprì la fase del Consolato. Sono comunque date convenzionali: alcuni storici anticipano l’inizio a maggio 1789, con la convocazione degli Stati Generali; altri fanno terminare la Rivoluzione già nel 1794, con la caduta di Robespierre e la fine del Terrore, considerando gli anni successivi (1795-1799, il Direttorio) come una fase distinta di assestamento più che di rivoluzione in senso proprio.)
Nel 1791, in risposta al pamphlet conservatore di Edmund Burke Reflections on the Revolution in France, pubblicò la prima parte di Rights of Man (“I diritti dell’uomo”), seguita nel 1792 dalla seconda. Vi difendeva la sovranità popolare, il suffragio allargato, l’uguaglianza civile, e proponeva — con un anticipo sorprendente sui tempi — un sistema di tasse progressive, pensioni pubbliche per la vecchiaia, sussidi per l’infanzia povera e l’istruzione pubblica gratuita. Il governo britannico bandì il libro e processò Paine in contumacia per sedizione: nel frattempo l’autore era già fuggito in Francia, dove venne accolto come un eroe, insignito della cittadinanza francese ed eletto alla Convenzione nazionale pur non parlando quasi la lingua.
Fu proprio nella Francia rivoluzionaria che Paine mostrò la sua statura morale più alta e insieme conobbe la sua caduta più dolorosa. Sostenne con convinzione la Rivoluzione, ma quando la Convenzione discusse la sorte di Luigi XVI si oppose alla condanna a morte, proponendo l’esilio piuttosto che il patibolo — una posizione che gli costò l’inimicizia dei giacobini più radicali. Durante il Terrore fu arrestato il 28 dicembre 1793 con l’accusa di essere cittadino di una nazione, l’Inghilterra, in guerra con la Francia, e rinchiuso nella prigione del Lussemburgo. Vi rimase undici mesi, in condizioni che lui stesso descrisse come “una scena continua di orrore”, convinto ogni giorno che sarebbe stato il suo turno per la ghigliottina. Fu liberato solo nel novembre 1794, grazie all’intervento del diplomatico americano James Monroe, dopo la caduta di Robespierre.
Fu in quei mesi di prigionia, in una cella di tre metri per due con una finestra sbarrata, che Paine scrisse la prima parte della sua opera più controversa: The Age of Reason (“L’età della ragione”). Non era ateo, come i suoi detrattori affermarono e affermano ancora oggi: era deista, credeva cioè in un Dio creatore conoscibile attraverso la ragione e l’ordine della natura, non attraverso rivelazioni, miracoli o testi sacri. Attaccava con durezza le Chiese organizzate, il clero, i dogmi — cristiani, ebraici, islamici indifferentemente — ma non la fede in sé. La frase con cui riassunse la propria posizione, “La mia mente è la mia chiesa” (my mind is my own church), è autentica e resta il cuore della sua eresia: non negava Dio, negava che qualcuno potesse mediare fra l’uomo e Dio per conto suo.
Su una citazione più incerta, che circola attribuita a Paine — “Abitua un popolo a credere che i preti possano perdonare i peccati, e avrai peccati in abbondanza” — è bene essere onesti fino in fondo: sarebbe tratta da un opuscolo minore, Worship and Church Bells (1797), oggi poco reperibile nelle edizioni critiche più accreditate. Il pensiero espresso è coerente con tutto ciò che Paine scrisse altrove sulla responsabilità morale individuale, non delegabile a nessuna autorità religiosa; ma la frase, in questa forma esatta, non ha lo stesso grado di certificazione filologica delle citazioni tratte da Common Sense o da The Age of Reason, e andrebbe usata con la cautela che si deve a ogni citazione di seconda mano che circola sui social media prima ancora che nei libri.
L’ultima idea, la più dimenticata: la giustizia agraria
Nel 1797 Paine pubblicò quello che oggi molti considerano il suo testo più profetico e insieme il più trascurato dai suoi contemporanei: Agrarian Justice (“Giustizia agraria”). Vi sosteneva che la terra, prima della sua appropriazione privata, fosse patrimonio comune dell’umanità, e che chi la possedeva dovesse restituire alla collettività una sorta di affitto fondiario, da finanziare attraverso una tassa di successione. Con quel fondo proponeva di pagare a ogni cittadino, ricco o povero, una somma fissa al compimento dei ventun anni — una sorta di reddito di base universale ante litteram — e una pensione annua a chi avesse superato i cinquant’anni. L’amministrazione della previdenza sociale statunitense (Social Security Administration) riconosce oggi in questo testo la prima proposta americana di pensione di vecchiaia e reddito universale della storia. Fu un’idea che, nel suo tempo, cadde quasi nel silenzio; oggi è studiata come un precedente diretto delle discussioni contemporanee su reddito di cittadinanza e tassazione del valore fondiario.
Gli anni del rancore: la rottura con Washington
Non tutto, in Paine, fu luce. Tornato lentamente verso l’irrilevanza politica dopo la prigionia, nel 1796 pubblicò una Lettera aperta a George Washington di una durezza sorprendente, accusando l’allora presidente degli Stati Uniti — l’uomo per cui aveva scritto i pamphlet che ne avevano sostenuto l’esercito — di essere stato connivente, per calcolo politico, al suo abbandono durante la prigionia francese, e di essere, nel complesso, un “impostore” più attento alla propria reputazione che ai principi rivoluzionari. Il risentimento aveva radici comprensibili — Washington, per ragioni diplomatiche, aveva effettivamente lasciato Paine in carcere più a lungo del necessario, evitando di compromettersi con la Francia giacobina — ma il tono dell’attacco fu spropositato, e costò a Paine gran parte della sua popolarità residua in America. È uno dei punti in cui l’onestà verso questa figura impone di riconoscere un difetto reale: Paine, generosissimo nelle cause pubbliche, poteva essere spietato e vendicativo nei rapporti personali con chi sentiva di aver tradito la causa comune, reale o presunta che fosse quella percezione.
Tornato negli Stati Uniti nel 1802 su invito di Thomas Jefferson — ormai presidente e uno dei pochi amici rimastigli fedeli — Paine trovò un paese che lo considerava non più un padre fondatore, ma “il più grande infedele del mondo”, per via delle sue idee religiose. Visse gli ultimi anni fra povertà, isolamento e, secondo diverse fonti dell’epoca, un ricorso crescente all’alcol per affrontare la solitudine e la salute in declino; è però giusto segnalare che l’immagine del Paine ubriacone fu anche costruita e amplificata ad arte dai suoi nemici politici e religiosi, in particolare dal pamphlettista William Cobbett (che, paradossalmente, sarebbe diventato decenni dopo un suo estimatore), per screditarne la figura morale insieme a quella intellettuale. Distinguere, a due secoli di distanza, quanto di quel ritratto sia storia e quanto calunnia politica non è del tutto possibile.
Morì l’8 giugno 1809 a Manhattan. Al suo funerale, nella fattoria di New Rochelle donatagli dallo Stato di New York per i servizi resi alla causa rivoluzionaria, si presentarono appena sei persone, due delle quali probabilmente ex schiavi affrancati. Il necrologio pubblicato da un giornale dell’epoca, spesso citato dagli storici per la sua crudele sinteticità, recitava: “Visse a lungo, fece un po’ di bene e molto male” — un giudizio che oggi appare storicamente ingeneroso, ma che misura bene quanto profondamente la sua reputazione fosse crollata negli ultimi anni di vita.
Il destino grottesco delle sue ossa
C’è un ultimo capitolo, quasi comico se non fosse malinconico, che merita di essere raccontato per intero. Nel 1819 il giornalista inglese William Cobbett, diventato nel frattempo un ammiratore del pensiero di Paine dopo esserne stato un feroce oppositore, riesumò clandestinamente le sue ossa a New Rochelle con l’intenzione di riportarle in Inghilterra e dare loro una sepoltura degna di un eroe. Il progetto di un monumento pubblico non si realizzò mai: le ossa restarono per anni in un baule nella soffitta di Cobbett, oggetto di scherno pubblico (una vignetta satirica dell’epoca lo ritrasse come un “resurrezionista politico”), e alla morte di Cobbett, nel 1835, gli esecutori testamentari si rifiutarono persino di considerarle un bene da mettere all’asta. Da allora se ne sono perse le tracce: nel tempo diverse persone hanno sostenuto di possedere un frammento — un teschio in Australia, una mascella in Inghilterra, una costola in Francia — senza che nessuna di queste rivendicazioni sia mai stata verificata. Thomas Paine, che in vita si definì cittadino del mondo intero e di nessun luogo in particolare, non ha, ancora oggi, una tomba.
Fu capito? Fu libero?
Alla domanda se fu compreso dai suoi contemporanei, la risposta onesta è: solo a tratti, e mai per intero. Fu acclamato come un padre della patria in America negli anni della guerra, come un eroe in Francia nei primi mesi della Rivoluzione, e disprezzato o dimenticato da entrambi i paesi negli anni successivi, non appena le sue idee più radicali — sulla religione, sulla ridistribuzione della ricchezza, sulla democrazia diretta — smisero di essere utili alla causa del momento e cominciarono a disturbare chi era già arrivato al potere.
Fu libero, per contro, in un senso più profondo e più raro: libero da ogni appartenenza stabile. Non fu mai del tutto inglese, del tutto americano, del tutto francese; non fu cristiano né ateo; non fu conservatore né, nel senso moderno del termine, socialista, benché sia stato rivendicato nei secoli da liberali, democratici, repubblicani e persino da alcune correnti socialiste, ciascuna delle quali trova nei suoi scritti argomenti a proprio sostegno. Questa appartenenza a nessuna casa ideologica precisa è, insieme, la ragione della sua forza duratura e della sua solitudine in vita.
Luci e ombre: un bilancio onesto
Sul lato luminoso: fu tra i primi, negli Stati Uniti coloniali, a scrivere pubblicamente contro la schiavitù, in un saggio del 1775 intitolato African Slavery in America. Difese la libertà di coscienza con una radicalità che nessun altro grande pensatore del suo tempo osò eguagliare, includendo la libertà di non credere in alcuna Chiesa istituita. Anticipò, in Agrarian Justice, l’intera architettura concettuale dello Stato sociale moderno. Scrisse in una lingua che rese le idee dell’Illuminismo accessibili a chi non aveva mai potuto permettersi un’istruzione, democratizzando di fatto il pensiero politico prima ancora della politica stessa.
Sul lato oscuro: fu spesso incapace di temperare le proprie convinzioni con la prudenza politica, e questo gli costò amicizie, incarichi, sicurezza personale. Fu vendicativo con chi percepiva come traditore, come dimostra la lettera a Washington. Nella sua polemica religiosa, per quanto coerente nei principi, non seppe o non volle misurare l’effetto che le sue parole più taglienti su Cristo e sulle Scritture avrebbero avuto su una società ancora profondamente cristiana, condannandosi da solo a un isolamento che forse, con maggiore cautela retorica, avrebbe potuto evitare almeno in parte. Se questo vada considerato un limite di carattere o, al contrario, l’ultima prova di una coerenza che non conobbe compromessi, resta una domanda aperta — e forse è proprio in questa ambiguità, più che in una risposta netta, che sta la vera cifra dell’uomo.
Perché ascoltarlo ancora oggi
Thomas Paine resta una voce scomoda anche per il presente: per chi discute di separazione fra Stato e Chiesa, di libertà di coscienza, di costituzionalismo democratico, ma soprattutto per chi discute, oggi, di reddito universale e di tassazione della rendita — dibattiti che, senza saperlo spesso, ripetono argomenti che Paine aveva già formulato con precisione due secoli fa, in un pamphlet che ai suoi tempi quasi nessuno lesse. La sua eredità più autentica non sta in una singola idea, ma in un metodo: il rifiuto di ogni autorità — religiosa, monarchica, persino rivoluzionaria quando degenera in terrore — che pretenda obbedienza senza offrire ragioni. “Questi sono tempi che mettono alla prova le anime degli uomini”, scrisse nel 1776. Vale ancora, con poche variazioni, per ogni epoca che si creda definitivamente al sicuro dalle proprie tentazioni autoritarie.
Giustizia e libertà sempre e per tutti
