Argomenti: framing, priming, spirale del silenzio
La sequenza con cui si ricevono le informazioni
Nel primo articolo di questo percorso abbiamo visto come i media, scegliendo di che cosa parlare, stabiliscano quali temi la società percepisce come urgenti: è l’agenda setting. Restava sospesa una domanda, a cui questo secondo articolo prova a rispondere: una volta scelto un tema, come se ne parla? E che effetto produce, sull’elettore, la sequenza con cui riceve le informazioni? Tre concetti — framing, priming e spirale del silenzio — rispondono a domande diverse ma collegate.
Il framing: la cornice che orienta senza affermare
Il termine framing (da frame, “cornice”) venne introdotto nelle scienze sociali dal sociologo Erving Goffman nel 1974, per indicare gli schemi mentali con cui interpretiamo automaticamente ciò che accade intorno a noi. Applicato alla comunicazione, il concetto è stato precisato nel 1993 dal politologo Robert Entman in una formula divenuta canonica: incorniciare significa selezionare alcuni aspetti di un fatto, renderli più salienti degli altri, e con ciò promuovere implicitamente una particolare definizione del problema, una spiegazione delle sue cause, un giudizio morale e, persino, una soluzione — il tutto senza bisogno di affermare nulla di esplicitamente falso.
Le parole scelte per raccontare lo stesso fatto bastano, da sole, a costruire cornici diverse. Chi attraversa un confine senza documenti può essere chiamato “clandestino” (una parola che evoca l’illegalità e il nascondimento), “migrante” (un termine più neutro, che descrive solo lo spostamento) o “rifugiato” (che sposta l’attenzione sulla ragione della fuga): tre scelte lessicali per lo stesso evento, ciascuna capace di orientare in anticipo il giudizio morale del lettore. Il linguista George Lakoff, che ha dedicato buona parte della propria ricerca a questo meccanismo, ha mostrato come persino la scelta tra “sgravio fiscale” (che evoca un peso ingiusto da alleggerire) e “taglio delle tasse ai più ricchi” (che evoca un privilegio) trasformi radicalmente la stessa identica misura economica in due proposte politiche percepite come opposte, ancora prima che si entri nel merito dei numeri.
Il priming: l’ordine con cui riceviamo le informazioni conta
Se il framing riguarda come un tema viene raccontato, il priming (dall’inglese to prime, “innescare”, “preparare il terreno”) riguarda l’effetto che l’esposizione recente a un tema produce sui criteri con cui giudichiamo ciò che riceviamo subito dopo. Il concetto venne dimostrato sperimentalmente negli anni Ottanta dai ricercatori Shanto Iyengar e Donald Kinder, che sottoposero gruppi di persone a telegiornali manipolati, in cui variava solo l’enfasi data a certi temi — la difesa nazionale, l’economia, l’ambiente — lasciando intatto tutto il resto. Il risultato fu netto: le persone esposte a maggiore copertura su un tema tendevano poi a giudicare la performance complessiva di un leader politico proprio in base a quel tema, anche quando non era oggettivamente il più rilevante per valutarne l’operato.
È una distinzione sottile ma importante rispetto all’agenda setting: l’agenda setting stabilisce quali temi contano; il priming stabilisce quali criteri useremo per giudicare — un effetto che si attiva proprio perché certe informazioni, ricevute poco prima, restano più accessibili nella memoria al momento di formulare un giudizio, e vengono quindi usate come metro di misura anche quando il collegamento logico è debole o inesistente.
Vale la pena insistere su questo meccanismo con un secondo esempio, perché è tra i più utili per capire come funzioni davvero la percezione politica. Nel 1991, dopo la vittoriosa guerra del Golfo, il presidente statunitense George H. W. Bush toccò livelli di popolarità altissimi: settimane di copertura mediatica quasi esclusivamente dedicata alla politica estera e militare avevano “innescato” nell’elettorato il criterio con cui valutarlo, ed era un criterio su cui il presidente appariva forte. Meno di due anni dopo, con la stessa persona alla guida del paese ma con i telegiornali ormai concentrati sulla recessione economica interna, il criterio di giudizio dominante era diventato la competenza economica — su cui Bush appariva debole — e la sua popolarità crollò fino alla sconfitta elettorale contro Bill Clinton. Le qualità del presidente non erano cambiate: era cambiato il metro con cui il pubblico, “innescato” da temi diversi, aveva imparato a misurarlo.
Il meccanismo psicologico che rende possibile il priming è stato poi descritto con maggiore precisione dagli studi sui processi cognitivi, in particolare dal lavoro dello psicologo Daniel Kahneman sull’euristica della disponibilità (la scorciatoia mentale per cui giudichiamo un evento tanto più probabile, o tanto più importante, quanto più facilmente riusciamo a richiamarlo alla memoria). Un’informazione ricevuta di recente, e ricevuta con insistenza, è semplicemente più “a portata di mano” nella mente di chi deve formulare un giudizio: non perché sia più vera o più rilevante in assoluto, ma perché è quella che affiora per prima. È lo stesso meccanismo, applicato alla politica, che spiega perché due elettori con gli stessi valori di fondo possano votare in modo diverso a distanza di pochi mesi, semplicemente perché nel frattempo l’agenda dei media, innescando criteri diversi, ha cambiato la domanda a cui, nella cabina elettorale, ciascuno crede di rispondere.
La spirale del silenzio: quando l’opinione minoritaria si tace da sola
Con il terzo concetto ci spostiamo dal piano dei media al piano delle dinamiche sociali. La spirale del silenzio fu formulata nel 1974 dalla politologa tedesca Elisabeth Noelle-Neumann, a partire da un’osservazione empirica ricorrente nei sondaggi elettorali: le persone tendono a esprimere apertamente un’opinione quando la percepiscono condivisa dalla maggioranza, e a tacerla quando la percepiscono minoritaria, per timore dell’isolamento sociale. È un meccanismo che, una volta innescato, si autoalimenta: più un’opinione resta silenziosa, più appare marginale a chi osserva dall’esterno, e più altre persone che la condividono si convincono, a loro volta, di essere sole — inducendole a tacere anch’esse. Il risultato è che la reale distribuzione delle opinioni in una società può discostarsi sensibilmente da quella percepita, semplicemente per effetto di questo silenzio a cascata, indipendentemente da quanti la pensino davvero in un modo o nell’altro.
Il meccanismo, pensato per la stampa e la televisione, si è rivelato particolarmente adatto a descrivere l’ambiente dei social network, dove il numero visibile di condivisioni, like e commenti crea in tempo reale l’impressione di un consenso — o di un dissenso — che può essere amplificato dagli stessi algoritmi di visibilità ben oltre la sua reale diffusione nella popolazione.
Vale la pena ripercorrere con calma da dove nasce questa teoria, perché la sua origine empirica ne chiarisce bene la logica interna. Noelle-Neumann osservava le elezioni della Germania Ovest tra il 1965 e il 1972, e notava un fenomeno che i sondaggi tradizionali non riuscivano a spiegare: le intenzioni di voto dichiarate restavano stabili fino a poche settimane dal voto, per poi spostarsi improvvisamente, in massa, verso uno dei due schieramenti principali negli ultimissimi giorni di campagna. La sua ipotesi fu che gli elettori possedessero una sorta di sensore sociale — lei lo definì “senso quasi-statistico” (la capacità, cioè, non di conoscere le percentuali reali di un sondaggio, ma di percepire intuitivamente, dai segnali che si osservano intorno a sé — chi parla apertamente, chi tace, chi viene deriso, chi viene applaudito — quale opinione stia guadagnando terreno) — capace di percepire il clima di opinione prevalente ben prima che i sondaggi lo registrassero, e di adeguare a quel clima la propria disponibilità a esprimersi apertamente.
Un esempio aiuta a rendere concreto il meccanismo, passo per passo. Immaginiamo un tema controverso di attualità, su cui in una comunità coesistono davvero due posizioni quasi paritarie. Nella fase iniziale, chi sostiene una delle due posizioni comincia — per ragioni anche minime, casuali — a farsi sentire un poco di più: più interventi nei bar, più commenti sui social, più titoli di giornale che, per ragioni editoriali proprie, danno più spazio a quella posizione. Chi sostiene la posizione opposta, percependo questo squilibrio anche solo apparente, comincia a sentirsi minoritario, e per non esporsi al giudizio sociale evita di intervenire nelle conversazioni, o lo fa con toni più cauti. Questo silenzio, sommato a quello di altri che ragionano allo stesso modo, rende la posizione ancora più silenziosa e dunque, agli occhi di chi osserva dall’esterno, ancora più minoritaria — anche se, nei fatti, i sostenitori delle due posizioni fossero rimasti numericamente identici dall’inizio alla fine. È una spirale, appunto: si autoalimenta, e può allontanare sensibilmente l’opinione percepita da quella reale, senza che nessuno abbia mentito o manipolato alcunché in modo deliberato.
Nell’era dei social network questo meccanismo ha trovato conferme empiriche precise: uno studio del Pew Research Center, condotto negli Stati Uniti nel 2014 all’indomani delle rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa, rilevò che le persone erano significativamente meno disposte a discutere pubblicamente dell’argomento sui social network rispetto a quanto lo fossero in un contesto privato faccia a faccia — anche quando ritenevano che i propri contatti online condividessero, in larga parte, il loro stesso punto di vista. La sola percezione di un pubblico più ampio, meno conosciuto e potenzialmente ostile, bastava ad attivare la stessa cautela descritta da Noelle-Neumann quarant’anni prima, a riprova che il meccanismo non dipende dal mezzo — piazza, salotto televisivo o bacheca social — ma da una disposizione più profonda e stabile della psicologia sociale umana.
Verso l’ultimo tratto del percorso
Framing, priming e spirale del silenzio spiegano, in tre modi diversi, come lo stesso fatto possa produrre percezioni pubbliche molto differenti tra loro. Nel terzo e ultimo articolo di questo percorso affronteremo due concetti che agiscono su una scala più ampia — il panico morale, che descrive l’amplificazione collettiva di una minaccia percepita, e la fabbricazione del consenso, la cornice teorica che lega insieme tutti i meccanismi visti finora — prima di tornare, con gli strumenti al completo, alla finestra di Overton.
Giustizia e libertà sempre e per tutti
